giovedì, Dicembre 12

Stato assente, imprese presenti: l’Italia a sud del Sahara fra corruzione e opportunità di sviluppo Le analisi di Massimo Zaurrini, Africa e Affari e Massimo Alberizzi, Africa Express, sugli interessi in Angola, Ghana e Costa d'Avorio

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La visita del Premier italiano Paolo Gentiloni in Angola, Ghana e Costa d’Avorio, in programma dal 25 al 29 novembre, riaccende i riflettori sull’Africa subsahariana, una regione del continente africano in cui l’Italia è stata storicamente assente come istituzione, ma estremamente presente con le sue imprese, spesso di natura multinazionale.

In Angola, l’impresa italiana è sinonimo di industria petrolifera, rappresentata dai ‘gioielli’ del petrolio made in Italy Eni e Saipem, un’industria che ha legami profondi con il Paese e a cui le istituzioni angolesi sono legate a doppio filo vista l’elevata dipendenza dal greggio dell’economia della nazione. Secondo Massimo Zaurrini, direttore di Africa e Affari, primo mensile italiano dedicato all’Africa, “l’Eni ha sicuramente degli interessi importanti nel Paese e negli ultimi anni ha contribuito a stringere ancora di più i legami fra i due Stati, l’Italia ha incrementato gli acquisti di petrolio dall’Angola in seguito al peggioramento della situazione interna alla Libia, altro Paese produttore ed esportatore di greggio verso l’Italia”. Tuttavia, come sottolinea Zaurrini, se da un lato è evidente che “finchè il 90% del budget di una nazione è dato dagli introiti petroliferi, quella nazione sarà inevitabilmente legata ad essi e dovrà di conseguenza rispondere all’industria petrolifera stessa”, d’altra parte non si deve dimenticare il forte controllo sull’intero apparato economico locale esercitato dal Governo angolese: “L’Angola, nel bene e nel male, ha sempre avuto con la sua storica guida, solo recentemente uscita di scena, il Presidente Josè Dos Santos, un controllo molto diretto dei suoi affari interni e una grande capacità di fare alleanze tanto politiche quanto economiche”.

Ne è convinto anche Massimo Alberizzi, storico corrispondente per l’Africa del Corriere della Sera e attuale direttore del quotidiano online ‘Africa Express‘: “Il sistema dittatoriale dell’Angola, caratterizzato da scarso rispetto dei diritti umani e dalla concentrazione del potere nelle mani di poche famiglie, influenza la politica tanto dell’Eni quanto delle altre compagnie petrolifere. La politica locale è infatti molto chiusa e diffidente verso chiunque voglia tentare di insinuarsi nelle vicende politico-economiche del Paese. Proprio il fatto che l’economia dell’Angola dipenda largamente dalle rendite petrolifere porta il Governo locale ad intervenire per far sì che l’industria del greggio non sia intaccata da quelli che potrebbero essere considerati i germi di una politica liberal, quali la libertà di stampa o quella di formare partiti”.

Le caratteristiche del sistema statale angolese, se da una parte riducono gli spazi per un’attività di lobbying analoga a quella che le grandi industrie esercitano sugli Esecutivi occidentali, dall’altra spalanca le porte a una vera e propria opera di corruzione dei funzionari governativi da parte delle multinazionali petrolifere: “In un Paese così rigido, ma al contempo con un livello di corruzione così elevato come l’Angola, non è ipotizzabile un’attività di lobbying di una compagnia petrolifera contro il Governo locale” – sottolinea Alberizzi – “al contrario, tale attività viene esercitata dalle varie industrie petrolifere presenti nel Paese contro le proprie concorrenti, attraverso un’opera di corruzione dei dirigenti politici locali al fine di ottenere, ad esempio, una concessione petrolifera a danno di altri pretendenti”.

Un gioco corruttivo che si sta giocando in un Paese in cui l’Italia ha ‘appaltato’ i propri interessi petroliferi alle sue grandi aziende, rinunciando a controllarne la gestione nonostante la loro natura strategica: “Gli interessi petroliferi in questo Paese non sono portati avanti dall’Italia, ma dalle imprese petrolifere italiane in modo del tutto indipendente dal Governo” – accusa Alberizzi – “Marcello Ricoveri, ex ambasciatore italiano in Nigeria, anch’esso un grande produttore di petrolio, si è dimesso dal corpo diplomatico denunciando il fatto che la politica energetica dell’Italia in quel Paese non la faceva l’Italia bensì la stessa Eni. Quando alcuni anni fa vi fu un sequestro di ostaggi italiani in Nigeria, la loro liberazione non fu negoziata dal Governo ma dall’amministratore delegato dell’Eni. In questi Paesi l’Italia non conta, contano le compagnie petrolifere. Coloro che rappresentano l’Italia in Paesi come l’Angola o la Nigeria non sono funzionari dell’Esecutivo bensì dirigenti locali dell’Eni. Claudio De Scalzi, l’attuale Ad di Eni, quando era direttore del Gruppo in Nigeria, faceva la politica italiana nella regione pur non essendo assolutamente corretto che il rappresentante di un’azienda, ancorché di Stato, curi gli interessi della propria nazione in una determinata area, per il semplice motivo che finirà per soddisfare in via prioritaria gli interessi del proprio gruppo imprenditoriale. E l’Italia permette tutto questo”.

L’assenza di un controllo da parte delle istituzioni lascia campo libero ad ampie e diffuse pratiche corruttive, le quali finiscono per costituire la normalità in un terreno sociale così deteriorato come quello angolese: “In un Paese a così alto livello di corruzione, in cui il potere è concentrato nelle mani di pochi mentre i molti lottano per non morire di fame” – ricorda Alberizzi – “gli aspetti corruttivi legati alle concessioni petrolifere passano facilmente sotto silenzio”. E dietro le vicende di corruzione vi è spesso la longa manu delle grandi multinazionali statunitensi: “In Europa, a differenza che negli Stati Uniti, le regole che impediscono la corruzione di funzionari pubblici sono maggiormente blande e permissive rispetto alla normativa americana, pertanto le imprese petrolifere statunitensi mandano avanti in Africa le aziende petrolifere europee, fra cui vi sono anche quelle italiane, con lo scopo di comprare le concessioni corrompendo i funzionari per poi ‘girare’ le concessioni stesse alle multinazionali a stelle e strisce”, conclude Alberizzi.

In Ghana la presenza italiana è legata a storici gruppi imprenditoriali operanti nel settore delle costruzioni e delle grandi infrastrutture, quali Trasacco Group, De Simone e Barbisotti, come ricorda Massimo Zaurrini: “I primi quattro gruppi industriali attivi nel settore delle costruzioni in Ghana sono riconducibili a famiglie italiane, pur dovendosi precisare che si tratta di aziende ghanesi, anche se dirette da soggetti aventi origini italiane, quali il Trasacco Group della famiglia Taricone. La presenza di tali imprese dimostra gli storici legami fra Italia e Ghana i quali passano anch’essi per Eni: il ‘Padre della Patria” Kwame Nkrumah era un amico personale di Enrico Mattei e le prime raffinerie per lo sfruttamento del petrolio ghanese sono realizzate e gestite da Eni. La storicità dei rapporti bilaterali fra i due Paesi è rafforzata anche dalla grande presenza in Ghana di cittadini emigrati dall’Italia la quale ha di conseguenza portato ad una forte familiarità nei rapporti fra ghanesi e italiani. L’Italia è considerata molto bene in Ghana: vi è una forte presenza di imprenditori e una netta consuetudine di relazioni, per questo si può dire che in Ghana vi sia un forte ‘desiderio’ d’Italia”.

Anche in Ghana, tuttavia, la proficua attività di imprese italiane è stata storicamente accompagnata da una cronica assenza delle istituzioni italiane, assenza a cui l’Italia dovrebbe rimediare per potersi meglio presentare come maggiore modello di ispirazione per lo sviluppo futuro del Paese: “L’Italia come sistema Paese è stata molto assente dal continente africano negli ultimi trent’anni, ha preferito concentrarsi su altre aree geopolitiche quali il Medioriente o tutt’al più il Nordafrica, ma al di sotto del Sahara è stata particolarmente assente. Al contrario, non sono stati assenti gli Italiani: i nostri cittadini sono presenti con le loro iniziative imprenditoriali e culturali, con le opere di missionari, le organizzazioni non governative e comunità storiche ben radicate, quello che mancava era proprio l’Italia come istituzione” – afferma Zaurrini – “E’ chiaro che quando vi è un substrato positivo come quello che gli italiani hanno messo in piedi in Ghana negli anni e successivamente la politica decide di porre nuove attenzione e cambiare il passo, indubbiamente l’azione della politica trae beneficio dalla presenza storica delle nostre imprese. I Ghanesi guardano con grande interesse all’Italia da molteplici punti di vista: da un lato vi è tutto il comparto delle infrastrutture e delle energie rinnovabili in grado di realizzare opere di grande importanza e di fornire eccellenze molto ricercate al momento. D’altra parte, l’Italia è importante per il modello imprenditoriale che è in grado di offrire, un modello basato sulle piccole e medie imprese, sui sistemi consortili, sulle cooperative ed i distretti produttivi, tutti elementi che vengono presi come esempio in misura maggiore di quanto lo potrebbe essere la grande corporation americana”.

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