sabato, Dicembre 14

Stati Uniti: vola il deficit La politica economica trumpiana sta rivelandosi alquanto dispendiosa

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Il deficit federale degli Stati Uniti accumulato nell’anno fiscale 2018 (conclusosi lo scorso 30 settembre) ha raggiunto quota 779 miliardi di dollari, con un incremento del 17% rispetto ai dodici mesi precedenti. Un dato colossale, che scaturisce dalla combinazione di diversi fattori sensibili.

Il principale contributo all’aumento vertiginoso del disavanzo è indubbiamente apportato dalla riforma fiscale entrata in vigore lo scorso gennaio, implicante una riduzione della corporate tax dal 35 al 21% e, complessivamente, sgravi netti per 1.500 miliardi di dollari nell’arco di un decennio, con riduzioni generalizzate delle imposte sia alle aziende che alle famiglie, sia ai super-ricchi che a quel che resta della middle-class. Il risultato è stata una caduta verticale delle entrate tributarie, con le tasse societarie passare in appena un anno da 297 a poco meno di 205 miliardi di dollari. Si tratta del livello più basso mai registrato a partire dagli anni ’40. Una situazione alquanto preoccupante, al punto da indurre il Dipartimento del Tesoro a rivedere al rialzo le previsioni sul deficit che erano state formulate a inizio anno, arrivando a contemplare la possibilità che, entro i prossimi dieci anni, sul bilancio federale graverà una massa debitoria addizionale corrispondente a circa 1.000 miliardi di dollari: un aumento di 100 miliardi ogni anno.

Un’altra voce di spesa da ritenere corresponsabile dell’incremento del disavanzo è l’innalzamento degli oneri sul debito, a sua volta connesso con la decisione del Dipartimento al Tesoro di aumentare le emissioni di Treasury Bond (T-Bond) per coprire la voragine tributaria apertasi con l’introduzione del Tax Cuts and Jobs Act. È interessante, sotto questo aspetto, notare il forte calo di interesse del Giappone e soprattutto della Cina, che nell’arco di appena un anno – durante il quale l’ex Celeste Impero è stato preso di mira dall’offensiva tariffaria Usa – ha ridotto la propria esposizione sui titoli Usa da 1.201 a 1.165 miliardi, a fronte di una costante avanzata dell’Arabia Saudita, la quale ha costantemente incrementato gli acquisti di T-Bond arrivando a possederne per ben 169 miliardi di dollari, a fronte dei 137 miliardi registrati dodici mesi prima. L’approccio decisamente ‘morbido’ e conciliante adottato da Trump nei confronti degli al-Saud in relazione all’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi si spiega anche con la necessità statunitense di conservare l’integrità del rapporto strategicamente ed economicamente cruciale che lega Washington a Riad. Nel complesso, nonostante il ‘ritiro’ giapponese e cinese, nel mese di agosto gli acquisti di T-Bond sono incrementati di quasi 36 miliardi di dollari (per un totale di 6.287 miliardi), ma il Dipartimento del Tesoro si è comunque visto costretto ad emettere titoli a scadenza sia mensile che bimestrale, entrambi con rendimenti di poco inferiori al 2,2%, per racimolare il denaro di cui aveva bisogno.

La Casa Bianca, dal canto suo, attribuisce tuttavia la responsabilità dell’incremento degli interessi sul debito alla ‘normalizzazione monetaria’ portata avanti dalla Federal Reserve sotto la guida di Jerome Powell. L’aumento progressivo dei tassi di interesse ha indubbiamente giocato un ruolo centrale nella caduta del prezzo e nel parallelo aumento della redditività dei T-Bond a dieci anni, arrivati ormai a garantire rendimenti vicini alla soglia del 3,2%. L’ accresciuta appetibilità acquisita dai titoli di Stato Usa è peraltro all’origine del recente esododi massa degli investitori dai mercati azionari a quelli obbligazionari, di cui il crollo dei tre principali indici di Wall Street (Dow Jones, Nasdaq e Standard & Poor’s 500) è stata la conseguenza più immediata. Il governo ha cercato da un lato di colpevolizzare la ‘scriteriata’ politica monetaria condotta dalla Federal Reserve (che nell’ottica di Trump dovrebbe agire sotto la direzione del governo), e dall’altro di minimizzare l’impatto della riforma fiscale sull’aumento del deficit.

In un comunicato stampa, il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha infatti richiamato l’attenzione sull’«aumento delle spese militari necessarie a rimettere in sesto il nostro arsenale indebolito da anni di riduzione degli investimenti. In prospettiva, le politiche economiche portate avanti dall’attuale amministrazione stimoleranno una crescita forte e duratura, mentre i tagli alle spese inutili condurranno il Paese verso il sentiero della sostenibilità finanziaria». Il governo prevede che le misure economiche portate avanti finora garantiranno una robusta crescita economica, con particolare riferimento proprio alla riforma fiscale, oltre che ai forti investimenti pubblici per la costruzione e/o l’ammodernamento di strade, ponti, porti, ecc. Nello specifico, la spesa prevista ammonta a 200 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, 45 dei quali dovrebbero essere spesi entro la fine del 2019. Secondo le stime dell’amministrazione Trump, la spesa pubblica attirerà investimenti privati per una cifra complessiva compresa tra 1.500 e 1.700 miliardi di dollari. Non va inoltre dimenticato il ruolo che giocherà il forte aumento delle spese militari, sostenuto da una politica di promozione dell’export di armi che ha già garantito ottimi risultati in termini meramente economici. Resta da vedere se le rosee previsioni del governo siano destinate a reggere alla prova dei fatti.

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