mercoledì, Dicembre 11

Stati Uniti: tutti i problemi di Robert O’Brien E' difficile prevedere come l’innesto di O’Brien influirà sui vari punti dell’agenda di Washington

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La sostituzione del ‘falco’ John Bolton con Robert O’Brien nel posto di Consigliere per la sicurezza nazionale è solo l’ultimo dei tanti cambiamenti che hanno punteggiato la parabola dell’amministrazione Trump. Figura interna sia ai meccanismi della ‘politica politicante’ di Washington, sia alle dinamiche che attraversano il Partito repubblicano (in passato è stato consulente per la politica estera, fra gli altri, di Mitt Romney, Scott Walker e Ted Cruz), O’Brien – avvocato di professione — è il quarto National security advisor scelto da Donald Trump dopo Michael Flynn, Hebert McMaster e, appunto, John Bolton; tre figure molto diverse che, per varie ragioni, hanno fatto fatica a trovare la loro collocazione all’interno della ‘squadra’ presidenziale: ‘bruciato’ Flynn dai suoi ‘legami pericolosi’ con Mosca, indebolito McMaster dai cattivi rapporti con l’allora Segretario alla difesa James Mattis, ‘azzoppato’ Bolton dalla sua postura aggressiva che lo rendeva una anomalia all’interno di un’amministrazione che dall’inizio aveva affermato di preferire una politica di ripiegamento all’attivo coinvolgimento nelle diverse aree di crisi. Con questi precedenti, che posizione assumerà O’Brien e quel sarà il suo eventuale contributo alla formulazione della politica estera e di sicurezza statunitense nell’attuale delicato scenario internazionale?

Sicuramente, rispetto a Bolton, O’Brien è molto più in linea con le posizioni generali della Casa Bianca. In varie occasioni, negli scorsi anni, il nuovo National security advisor si è espresso a favore di una linea di ‘pace attraverso la forza’, linea che ha sostenuto anche in un libro del 2016 (‘While America Slept: Restoring American Leadership to a World in Crisis’), fortemente critico della strategia del ‘leading from behind’ portata avanti dall’amministrazione Obama e di quella che considera l’‘arrendevolezza’ dell’ex Presidente su un’ampia serie di questioni, prima fra tutte quella del nucleare iraniano. In questo, le affinità con il Presidente che ambisce a ‘fare l’America di nuovo grande’ sono chiare. Donald Trump ha già parlato della ‘buona alchimia’ che si sarebbe instaurata con O’Brien mentre quest’ultimo ha elogiato ‘i tremendi successi in politica estera’ ottenuti dalla Casa Bianca e la ‘grande squadra’ che affianca il Presidente, citando in particolare il Segretario di Stato Pompeo e il Segretario al tesoro Mnuchin. Da questo punto di vista, le condizioni sembrano, quindi, favorevoli per un innesto ‘non doloroso’ di O’Brien nell’entourage presidenziale. Senza dimenticare che proprio Donald Trump ha a suo tempo nominato O’Brien inviato speciale per le crisi degli ostaggi, posizione direttamente dipendente dal Segretario di Stato.

Più difficile è prevedere come l’innesto di O’Brien influirà sui vari punti dell’agenda di Washington, primi fra tutti quello dei rapporti con l’Iran e quello del dialogo con la guerriglia afgana, intorno ai quali si è consumato il divorzio fra Trump e Bolton. In entrambi i casi, le esigenze sono contrastanti. Quello della politica internazionale è il campo in cui, sinora, l’amministrazione Trump è apparsa più debole e un successo significativo in questo settore potrebbe rafforzare la posizione del Presidente nel delicato anno elettorale che sta per cominciare. Di contro, sia il dossier iraniano sia quello afgano hanno a che fare con temi sensibili e potenzialmente divisivi non solo per il mondo politico statunitense, ma anche per la stessa opinione pubblica. La ricerca di una via uscita negoziata dall’Afghanistan rappresenterebbe – dopo un impegno di oltre diciotto anni, circa 975 miliardi di dollari spesi, 2.300 morti e oltre 20.000 feriti in azione – la sostanziale ammissione di una sconfitta (anche se attribuibile alle incaute scelte dei suoi predecessori), mentre, nel caso dell’Iran, raggiungere un accordo capace di soddisfare tutte le parti richiederà probabilmente più tempo di quanto la Casa Bianca sia disposta ad attendere, date anche le nubi che il recente attacco al complesso petrolifero di Abqaiq è tornato a fare addensare sull’area del Golfo.

Non bisogna dimenticare, poi, i problemi interni che l’amministrazione continua a sperimentare. Dopo le dimissioni e le destituzioni del 2018, il 2019 non sembra avere portato cambiamenti e, se il Dipartimento della difesa ha trovato un Segretario ‘di ruolo’ a oltre sei mesi dalle dimissioni di Mattis, dallo scorso aprile il Dipartimento per la sicurezza interna (Department of Homeland Security) e l’Agenzia per l’immigrazione e le frontiere (Immigration and Customs Enforcement) sono senza un titolare effettivo per le dimissioni quasi contemporanee del Segretario alla Homeland Security, Kirstjen Nielsen, della sua vice, Claire Grady, e di Ron Vitiello, Acting Director dell’ICE. Segno di come anche su un tema sensibile e mediatizzato come quello del controllo delle frontiere le fratture rimangono, rendendo necessari rimaneggiamenti più o meno profondi anche a scapito dell’efficienza dell’azione politica. Questi cambiamenti non sono, infatti, mai ‘a costo zero’, intaccando da un lato l’immagine complessiva dell’amministrazione, dall’altro costringendo i ‘nuovi arrivati’ – come sarà anche nel caso di O’Brien – a ricostruire la rete di contatti e di influenze interne e internazionali sui cui si base l’azione quotidiana dell’amministrazione stessa e che la partenza traumatica dell’ex titolare di qualsiasi incarico mette inevitabilmente in crisi.

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