lunedì, Dicembre 16

Stati Uniti – Turchia: nuove divergenze all’ orizzonte? Gli arresti di alcuni dipendenti delle sedi diplomatiche americane in Turchia e la reazione USA

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Si sta consumando, in queste ore, una frizione tra Ankara e Washington. All’ origine, la decisione statunitense di domenica 8 ottobre di interrompere il rilascio dei visti dopo che la settimana scorsa era stato arrestato un impiegato turco dell’ambasciata americana, Metin Topuz, accusato dalle autorità turche di legami con il predicatore Fethullah Gulen, il quale, un tempo alleato politico di Erdogan, ma poi divenuto suo acerrimo nemico, vive in Pennsylvania da quasi vent’anni. Il Presidente turco lo ha più volte identificato come l’ ispiratore del fallito golpe avvenuto nel luglio del 2016. Anche un altro dipendente del consolato statunitense a Istanbul è stato posto agli arresti.

L’ Ambasciatore Usa ad Ankara, John Bass reso noto di essere «profondamente turbato dal fatto che alcune persone del governo turco siano più interessate ad alzare polveroni attraverso media che imbastiscono processi mediatici, piuttosto che cercare giustizia dinanzi ad un giudice. Una logica che mi sembra più mirata alla ricerca della vendetta che della giustizia».

In risposta alla reazione americana, il Premier turco, Binali Yildirim, in occasione di un incontro con il gruppo parlamentare del partito che guida il governo, ha sostenuto che la Turchia non chiederà il permesso agli Stati Uniti per arrestare degli individui considerati sospetti e ha criticato aspramente il comportamento tenuto dall’ alleato oltre-atlantico rispetto a questa circostanza in quanto «non vi sono privilegi per coloro che lavorano presso sedi diplomatiche nel nostro paese».

«Gli avvenimenti recenti hanno costretto il governo turco a rivalutare l’impegno del governo degli Stati Uniti a favore della sicurezza delle strutture e del personale della missione turca per ridurre il numero di visitatori nelle nostre rappresentanze diplomatiche e consolari negli Stati Uniti nel corso di questa valutazione, abbiamo sospeso tutti i servizi di visto per i cittadini americani di tutte le rappresentanze diplomatiche e consolari». Questo il tweet della sede diplomatica turca a Washington.

«Principalmente si tratta di una decisione dolorosa Il fatto che l’ambasciatore ad Ankara abbia preso ed adottato questa decisione è doloroso» ha dichiarato Erdogan durante la conferenza stampa congiunta a Kiev con l’omologo ucraino Petro Porochenko. Il capo di Stato turco non ha nascosto che la diplomazia di Ankara ha esortato i propri funzionari ad applicare il principio della reciprocità.

Il sottosegretario dell’ambasciata statunitense ad Ankara, Philip Kosnett, è stato convocato dal Ministero degli Esteri turco in seguito alla decisione di americana circa il servizio visti. La diplomazia americana di stanza ad Ankara non ha fatto mistero della sua irritazione. Il nocciolo della questione rimane la questione Gulen che, già ai tempi dell’ Amministrazione Obama, aveva raffreddato, per usare un eufemismo, i rapporti tra le due capitali.

Subito dopo il golpe, Erdogan aveva più volte accusato l’ America di essere tra i responsabili di quanto accaduto. Il fallito colpo di stato era stato seguito da una massiccia operazione di arresti tra giornalisti, dipendenti della pubblica amministrazione, ma anche di esponenti del settore militare. Il non rispetto dei diritti umani era stato più volte denunciato da molte cancelliere internazionali.

Nel maggio di quest’ anno, nove manifestanti, attivisti del partito curdo Pyd e armeni, erano stati feriti nelle vicinanze della residenza dell’ambasciatore turco a Washington dopo che le bodyguards del Presidente Erdogan li avevano respinti in modo violento. Solamente due guardie del corpo erano state arrestate con l’ accusa di aggressione e Erdogan si era scagliato contro la decisione americana.

Il mese scorso, il Presidente turco aveva proposto una sorta di scambio: Gulen per Andrew Brunson, un pastore americano di una chiesa della città Smirne, finito agli arresti nell’ottobre del 2016, con l’ accusa di essere vicino al movimento gulenista. Ipotesi che non aveva suscitato l’ interesse americano.

L’ ultimo incontro tra il nuovo Presidente Usa Trump ed Erdogan, avvenuto non più tardi di tre settimane fa,  si era concluso con reciproci attestati di stima – “governa una parte difficile del mondo”  e “merita volti molto alti” aveva detto l’ inquilino della Casa Bianca – con l’ impegno comune alla lotta al terrorismo e con il rifiuto condiviso a riconoscere il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno.

Ma la distanza che sembra aumentare tra Ankara e Washington sembra essere inversamente proporzionale alla vicinanza che la Turchia sta riscoprendo con Russia e Iran. Nel corso della visita ufficiale di Erdogan a Teheran, la sintonia tra il capo di Stato turco e il suo omologo iraniano, Hassan Rohani, è parsa evidente. In quell’ occasione, i due Paesi hanno firmato diversi accordi di natura commerciale e hanno ribadito la propria opposizione al riconoscimento di un Kurdistan indipendente che vada ad intaccare l’ integrità dell’ Iraq.

Ma c’ era già stato uno sfilacciamento del legame tra la Turchia e l’ Occidente, in particolare con la NATO: nel corso dell’ estate, infatti, era stato annunciato l’ acquisto da parte turca di un sistema antimissilistico russo, S-400, non considerando i conseguenti possibili problemi di interoperabilità.

Se il fulcro delle tensioni tra Ankara e Washington è Gulen, di cui gli Stati Uniti non vogliono concedere l’ estradizione, non è impossibile che la situazione vada peggiorando. E se a quanto detto si aggiunge l’ operazione di persuasione che tanto l’ Iran quanto la Russia, di nuovo in forte contrasto con gli USA, stanno svolgendo sulla Turchia, la prospettiva può diventare ancora più complessa.

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