domenica, Agosto 25

Stati Uniti: Trump non molla sul muro La prima reazione del Presidente al voto del Congresso profila uno scenario di scontro frontale

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Il braccio di ferro fra Donald Trump e il Congresso intorno al tema del ‘muro di confine’ con il Messico continua a tenere banco nella politica statunitense. Lo scorso febbraio, la decisione del Presidente di proclamare lo stato d’emergenza per superare le resistenze del Legislativo a finanziare il progetto aveva aperto un nuovo fronte di scontro, fronte che è tornato a muoversi dopo che, negli scorsi giorni, il Senato (a maggioranza repubblicana), confermando la decisione già presa dalla Camera dei rappresentanti, ha votato per bloccare l’adozione del provvedimento voluto dall’amministrazione. Il fatto che il voto abbia visto un gruppo piuttosto nutrito di senatori del Grand Old Party schierarsi accanto alla minoranza democratica è indicativo della complessità della vicenda e della difficoltà a inquadrarla semplicemente in termini partitici. Intorno al dibattito sullo stato d’emergenza si raccolgono, infatti, considerazioni politiche ed economiche ma anche i dubbi sollevati dal riposizionamento in corso dei partiti all’interno dello spettro politico e i timori sollevati dall’emergere del nuovo e aggressivo stile presidenziale introdotto da ‘The Donald’ con il suo arrivo alla Casa Bianca.

La prima reazione del Presidente al voto del Congresso profila, infatti, uno scenario di scontro frontale. Il veto che Trump ha anticipato di volere porre renderebbe inefficace il voto del Congresso e potrebbe essere superato solo se quest’ultimo rivotasse il provvedimento con maggioranza qualificata che, oggi, in Senato, non sembra esistere. In questo caso, il Presidente potrà quindi continuare a operare attraverso i poteri che lo stato d’emergenza gli attribuisce, poteri che, d’altra parte, non rappresentano l’‘assegno in bianco’ di cui alcuni hanno voluto parlare. Sul piano pratico, quindi, la querelle questi giorni sposta poco i termini del problema e potrebbe essere derubricata a uno dei tanti scontri destinati a punteggiare in futuro il rapporto fra Casa Bianca e Campidoglio. E’, però, sul piano dei rapporti fra il Presidente e il GOP che lo scontro rischia di avere conseguenze importanti. L’intenzione annunciata di non promulgare la decisione del Congresso (ri)porta, infatti, Trump in rotta di collisione con il suo stesso partito, che sin dall’inizio si è diviso sulla questione dello stato d’emergenza e che ha visto oggi molte figure di spicco esprimersi a favore della mozione democratica.

Stiamo forse assistendo all’ennesimo rimescolamento di carte all’interno del fronte repubblicano? Non è impossibile, anche se quella che si sta consumando non è una resa dei conti. Poco tempo fa, fra il dicembre 2018 e il gennaio 2019, tutti i maggiori leader si erano espressi a favore di una ricandidatura del Presidente alla corsa del 2020; un fatto che, dopo gli scontri del 2016 e le tensioni che avevano marcato la prima parte del mandato di Donald Trump, lasciava intendere la possibilità che, nel partito, le acque si fossero quietate. Oggi, invece, le cose appaiono molto diverse. Marco Rubio e Rand Paul, il cui endorsement a una seconda candidatura Trump era stato visto come un segnale importante del nuovo favore goduto dal Presidente, si sono schierati nel fronte dei dissidenti insieme con altri nomi ‘di peso’ quali Lamar Alexander (Tennessee), Roy Blunt (Missouri), Susan Collins (Maine) e Lisa Murkowski (Alaska). D’altra parte, il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell (Kentucky), si è schierato apertamente a favore di Trump insieme alla maggioranza dei senatori del partito, mettendo in luce una frattura dalle implicazioni potenzialmente pericolose.

In prospettiva 2020, la maggiore forza del Partito repubblicano è stata sinora la (relativa) compattezza, resa più evidente dalle fratture che attraversano il fronte democratico e che sembrano destinate ad aumentare dopo l’ufficializzazione della candidatura anche di ‘Beto’ O’Rourke. Ora, le tensioni intorno al tema dello stato d’emergenza rischiano di mettere in crisi questa compattezza. La prova di forza fra Presidente e Congresso rischia, in questa prospettiva, di diventare una prova di forza fra ‘trumpiani’ e ‘anti-trumpiani’ dentro il Grand Old Party. Negli ultimi mesi, i secondi sembrano avere progressivamente affermato la loro posizione, anche grazie al buon risultato del voto di midterm. Questa rimane, tuttavia, una posizione debole. Da vari anni, ormai, il Partito repubblicano sta vivendo un complesso processo di trasformazione che accentua le divergenze fra le sue molte anime. Il successo politico di Donald Trump si lega in parte a questo processo così come si lega alla capacità che ‘The Donald’ ha avuto di polarizzare il dibattito su tutti i maggiori punti della sua agenda. E’ una strategia che si è dimostrata, sinora, pagante ma che rischia – se spinta troppo oltre – di mettere in crisi anche un partito di cui il Presidente continua, bene o male, ad avere bisogno.

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