sabato, Settembre 21

Stati Uniti: Trump, no al Congresso, sì all’Arabia Saudita L’incapacità del Congresso di ribaltare la decisione di ‘The Donald’ rischia di costituire un’altra conferma di come la ‘linea dura’ portata avanti da quest’ultimo finisca per essere, in genere, quella vincente

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Lo scontro che ormai da mesi contrappone Donald Trump al Congresso ha vissuto in questi giorni un nuovo episodio, con il veto posto dal Presidente a tre risoluzioni promosse dal Senatore democratico del New Jersey Bob Menendez e approvate dal Campidoglio con un voto ampiamente bipartisan per esprimere la propria contrarietà alla fornitura di determinate armi e servizi militari all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, oltre che a Francia, Spagna, Gran Bretagna e Italia. Come lo scorso aprile, quando il veto aveva colpito la richiesta di sospendere il sostegno statunitense alla campagna militare in corso in Yemen, oggetto del contendere è anche questa volta la politica dell’amministrazione nei confronti dell’Arabia Saudita e le conseguenze di tale politica sulle posizioni di Washington in Medio Oriente e nel Golfo. Le ‘relazione speciale’ instaurata da Trump con i vertici sauditi è vista, infatti, con timore da vari congressmen (non solo democratici); un sentimento che si è negli ultimi mesi dello scorso anno dopo la scomparsa del giornalista dissidente Jamal Khashoggi e la pubblicazione dei risultati di un’indagine della CIA che ha messo in luce i legami fra tale scomparsa e le autorità di Riyadh. 

Nonostante questa vicenda, l’amministrazione non ha mai smesso di esprimere il suo sostegno alla casa regnante saudita e, in particolare, a quello che appare oggi il suo ‘uomo forte’, il principe Mohammed bin Salman (MbS). Il deteriorarsi dei rapporti con fra Stati Uniti e Iran e il sostanziale stallo della vicenda siriana hanno rafforzato questa decisione, che oltre al favore del Presidente, sembra godere di quello del Segretario di Stato, Mike Pompeo. Già a fine maggio, l’amministrazione aveva cercato, infatti, di bypassare le riserve del Congresso invocando le accresciute tensioni con Teheran per giustificare in base a considerazioni di sicurezza nazionale le forniture contestate. Ciò aveva condotto a una serie di audizioni, sia al Senato, sia alla Camera dei rappresentanti, nel corso delle quali la scelta della Casa Bianca era stata fatta segno di critiche anche da parte di esponenti repubblicani come i senatori Ted Cruz, Lindsey Graham e Susan Collins. In questa prospettiva, non stupisce che la credibilità dell’impegno statunitense agli occhi di Riyadh sia stata invocata dal Presidente per giustificare il suo veto, accanto alla necessità di difendere la ‘competitività globale’ degli Stati Uniti e a quella di non danneggiare le ‘importanti relazioni’ che Washington condivide con i suoi alleati e partners.

Sembra difficile che – nella votazione già annunciata dal leader del gruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell – il Congresso riesca a esprimere la maggioranza di due terzi necessaria ad aggirare il veto presidenziale. Nonostante la (prevedibile) compattezza del voto democratico, la rappresentanza repubblicana appare, infatti, divisa fra ‘pro-‘ e ‘anti-trumpiani’. Ancora una volta sembra, quindi, che nel braccio di ferro fra Casa Bianca e Capitol Hill sia stata la prima ad avere avuto la meglio. Si tratta, ora, di capire se e quanto questo successo ‘pagherà’ davvero in termini politici e di consenso. Indubbiamente, l’incapacità del Congresso di ribaltare la decisione di The Donald rischia di costituire un’altra conferma di come la linea dura portata avanti da quest’ultimo finisca per essere, in genere, quella vincente. Sullo sfondo dell’ormai prossimo voto del 2020, ciò rischia, a sua volta, portare acqua al mulino di un Presidente che ha fatto del ‘decisionismo’ un tratto caratteristico; ciò soprattutto se gli sfidanti democratici continueranno a dare delle loro posizioni un’immagine divisa a spesse volte difficile da definire, in particolare sulle questioni più vicine al cuore – e agli interessi – dell’elettorato.

D’altra parte, l’opposizione alla politica ‘saudita’ dell’amministrazione da parte di figure come Cruz e Graham è indicativa del disagio che permane, dentro il Partito repubblicano, verso alcune importanti scelte presidenziali. In vista di una campagna elettorale che si annuncia comunque combattuta, le conseguenze di questo disagio potrebbero essere pesanti. La vulnerabilità del Presidente (emersa, ad esempio, nella recente audizione dell’ex Procuratore speciale Mueller) è un dato che non manca di sollevare timori in quello che, del Presidente, dovrebbe essere il partito di riferimento. Allo stesso modo, quella che appare la volontà della Casa Bianca di bypassare sistematicamente la volontà del Legislativo quando questa urta con le sue posizioni non può risultare gradita ai congressmen, che proprio Trump ha più volte criticato per quello che considera il loro distacco dai problemi del ‘mondo reale’. Se nei prossimi mesi la frattura fra amministrazione e Congresso dovesse approfondirsi (come sembra probabile), è quindi prevedibile che le conseguenze nei rapporti fra ‘The Donald’ e il GOP non tarderanno a farsi sentire, mettendo in discussione una compattezza interna – almeno di facciata – che sinora appare come il principale punto di forza del Presidente per un possibile secondo mandato.

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