domenica, Dicembre 15

Stati Uniti: Trump e lo scontro con i repubblicani sulla Siria Quello sulla Siria è solo l’ultimo degli screzi fra il Presidente e quello che sarebbe il suo partito di riferimento

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L’annuncio da parte di Donald Trump dell’intenzione di ritirare parte delle truppe statunitensi schierate nella Siria settentrionale a protezione delle milizie curde è stato accolto, nel mondo politico statunitense, da uno sfavore largamente bipartisan. Alle prevedibili critiche dalla maggioranza democratica alla Camera dei rappresentanti si sono sommate, infatti, quelle di molte figure dell’establishment repubblicano, alcune delle quali anche vicine alle posizioni della Casa Bianca. Il senatore della Carolina del Sud, Lindsey Graham, Presidente della Commissione giustizia del Senato, ad esempio, già avversario di Trump durante la campagna del 2016 e ora uno dei supporter della sua rielezione, ha etichettato pubblicamente la scelta del ritiro come ‘il più grande errore della sua presidenza’, mentre Kevin McCarthy, leader della minoranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti e considerato molto vicino al Presidente ha annunciato la sua intenzione di fare pressioni sulla Casa Bianca perché riveda la decisione presa. Graham e il collega del Maryland Chris Van Hollen hanno inoltre depositato in Senato una bozza di provvedimento che impone pesanti sanzioni alla Turchia e alla sua leadership qualora l’amministrazione non garantisca che le azioni militari di Ankara in Siria non siano condotte ‘unilateralmente o senza il sostegno statunitense’.

Quello sulla Siria è, tuttavia, solo l’ultimo degli screzi fra il Presidente e quello che – formalmente – sarebbe il suo partito di riferimento. Nelle scorse settimane, molte scelte di Trump sono stata oggetto di critica da parte di esponenti del Grand Old Party. La crisi innescata dallo scoppio del c.d. ‘Ukrainegate’, in particolare, ha portato a un significativo aumento di tensione, che il clima elettorale ha contribuito a esacerbare. Le critiche che il Partito repubblicano rivolge al Presidente sono molte e sfaccettate; prime fra tutte quella di indebolire la credibilità del partito stesso agli occhi dell’elettorato e quella di mettere a rischio la posizione internazionale di Washington in un momento in cui le sfide sistemiche – soprattutto da parte di Russia e Cina – appaiono in aumento. Entrambe queste dimensioni confluiscono, anche se in modo diverso, nella questione del ritiro delle truppe USA dalla Siria. Non stupisce, quindi, che quella di questi giorni si sia configurata come ciò che Politico ha definito ‘una delle sfide più esplicite lanciate [dal Partito repubblicano]a Trump in quasi tre anni di presidenza’. Il fatto che, nello scontro fra il Presidente e una parte del GOP, la posta sia anche, per molti aspetti, il carattere che il partito stesso potrà assumere negli anni a venire aggiunge un ulteriore elemento di problematicità e contribuisce a irrigidire le posizioni in campo.

Lo scontro in atto oggi – come molti di quelli che lo hanno preceduto – rappresenta, infatti, per quanto riguarda le dinamiche interne al Partito repubblicano, solo una puntata di quello che ormai da tempo vede fronteggiarsi la corrente ‘mainstream’, legata alla visione politico-ideologica nata sull’onda dello scandalo Watergate e forgiata negli anni della presidenza Reagan (la c.d. ‘ortodossia reaganiana’), e la variegata costellazione di quanti, di fronte alla crisi di tale ‘ortodossia’, hanno cercato di individuare, per il partito, una strada diversa. Il successo di Donald Trump nelle elezioni del 2016 si spiega anche alla luce di questo scontro, che ‘The Donald’ ha saputo efficacemente interpretare, proponendolo in termini di contrapposizione fra la sua figura di ‘outsider’ e un establishment repubblicano da tempo prigioniero delle logiche di una politica sempre più ‘politicante’. In quest’ottica, non stupisce che il ritiro dalla Siria sia stato salutato con favore da figure come il senatore del Kentucky Rand Paul e il rappresentante dello stesso Stato Thomas Massie, entrambi vicini alle correnti ‘libertarian’, marginalizzate dal GOP ‘ortodosso’ ma centrali, alla fine degli anni Duemila, per la nascita e il successo del ‘Tea Party’, che hanno voluto vedere in esso un segno di rottura con un passato interventista ‘colpevolmente’ sostenuto anche dal Grand Old Party.

Nonostante le pressioni, è difficile che la Casa Bianca faccia marcia indietro sulla decisione presa. Anche se il Presidente ha cercato di ridimensionare la portata delle sue dichiarazioni, da un lato parlando di ritiro ‘parziale’, dall’altra ammonendo la Turchia sulle possibili conseguenze delle sue azioni, ciò non sembra rappresentare un disconoscimento delle scelte compiute. Già a gennaio i sondaggi mostravano come, per quanto divisivo, un possibile ritiro dalla Siria fosse visto con favore della maggior parte degli elettori repubblicani; un dato, questo, che ha avuto il suo peso nell’iniziativa della Casa Bianca. Già in passato, Donald Trump ha certato più volte di accreditare la sua immagine di ‘Presidente che mantiene ciò che promette’ ed è probabile che – con approssimandosi l’appuntamento elettorale – questa tendenza si accentui ancora. Il rischio (come è stato ampiamente rilevato) è quello di alienare quelli che sono gli alleati ‘storici’ degli USA, che vedono la loro posizione messa a rischio dalle scelte di un’amministrazione incline a privilegiare i risultati di breve periodo rispetto a quelli a lungo termine. Anche da qui passa la linea di faglia fra ‘repubblicanesimo maintstream’ e ‘nuovo GOP’; un partito che la presidenza Trump ha contribuito a forgiare e il cui consolidamento potrebbe, in futuro, cambiare in modo radicale le coordinate con cui siamo stati sinora abituati a pensare la posizione internazionale di Washington. 

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