lunedì, Maggio 27

Stati Uniti: Trump e il muro con il Messico La dichiarazione dello stato di emergenza non mette nelle mani del Presidente ‘un assegno in bianco’

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La decisione di Donald Trump di dichiarare lo stato d’emergenza per sbloccare lo stallo cui è giunta la vicenda del muro di confine con il Messico ha sollevato — negli Stati Uniti e fuori – reazioni prevedibili. Da tempo il Presidente aveva ventilato la possibilità di un’iniziativa simile e da tempo era stata messa in luce, da più parti, la sproporzione esistente fra la portata della misura e quella della minaccia. Negli ultimi anni, i flussi illegali dall’America Latina agli Stati Uniti sono in calo e, in alcuni casi, sembra anzi emergere la tendenza a lasciare gli USA da parte di cittadini stranieri entrati nel Paese in condizioni non chiare. Da alcune parti è stata rilevata anche la potenziale pericolosità del precedente che la dichiarazione creerebbe, spianando la via all’uso, da parte della Casa Bianca, dello strumento dello stato d’emergenza per portare avanti qualsiasi politica osteggiata dal Congresso. Il passaggio dalle parole ai fatti ha aggiunto alle speculazioni astratte una prevedibile dimensione legale, con la mobilitazione di diversi Stati, intenzionati ad avviare ‘a breve’ i primi appelli contro la decisione. L’opinione pubblica si è mobilitata a sua volta, con manifestazioni in varie parti del Paese e anche il Congresso si è spaccato; all’attesa risposta democratica si sono affiancati, infatti, anche diversi congressmen repubblicani contrari alla decisione del Presidente.

Per molti aspetti, si è trattato di un fulmine a ciel sereno. Lo stesso Donald Trump, nell’annunciare la decisione, ha riconosciuto che il muro poteva essere realizzato (seppure in tempi più lunghi) anche senza invocare lo stato d’emergenza. Il giorno precedente l’annuncio (14 febbraio), il Presidente aveva inoltre ratificato il bilancio federale approvato dal Congresso per il corrente anno fiscale, bilancio che prevede, fra l’altro, l’assegnazione di 1,375 miliardi di dollari per la realizzazione di cinquantacinque miglia di nuova recinzione (‘fence’) al confine con il Messico. Per quanto significativamente inferiore ai 5,7 miliardi chiesti dell’amministrazione per la realizzazione del muro, la firma era stata vista da molti come il segnale di una nuova disponibilità al compromesso da parte del Presidente, disponibilità già rilevata in occasione del discorso sullo stato dell’Unione e ritenuta necessaria per gestire i rapporti con l’attuale Camera dei rappresentanti a guida democratica. Questa impressione era stata confermata dallo stesso Trump che, pur dichiarandosi insoddisfatto per l’entità dell’assegnazione e i vincoli posti al manufatto (da realizzare, secondo quanto indicato, con ‘semplici’ pannelli di metallo mobili), aveva sottointeso la volontà di non riaprire lo scontro con il Campidoglio dopo la fine del più lungo shutdown della storia degli Stati Uniti.

Ora le cose sono cambiate. Con la dichiarazione dello stato d’emergenza, la somma destinata al muro passa — secondo quanto annunciato della Casa Bianca — a 8 miliardi di dollari. La dichiarazione permette, inoltre, al Presidente, di mobilitare le risorse del Dipartimento della Difesa per la realizzazione del manufatto. Su questo punto non esiste, però, alcun automatismo. Com’è stato rilevato, la dichiarazione dello stato di emergenza non mette nelle mani del Presidente un assegno in bianco’. La possibilità di impiegare le Forze Armate nel senso voluto dalla Casa Bianca deve sottostare a requisiti di legge il cui contenuto – più che la legittimità della dichiarazione in sé – sarà oggetto di contesa nei mesi a venire. Lo stesso vale per la possibilità di utilizzare fondi già destinati ad altri impieghi per finanziare l’intervento. Anche su questo, i tecnicismi di legge avranno una parte importante nel definire un risultato finale tutt’altro che certo. Il dibattito sul fatto che la decisione di Trump possa costituire un precedente potenzialmente pericoloso è, quindi, in parte fuorviante. La dichiarazione dello stato di emergenza, non attribuendo al Presidente una autorità assoluta, non gli consente, infatti, né di bypassare l’opposizione del Congresso, né di utilizzare questo strumento per affrontare ‘di imperio’ problemi come il cambiamento climatico o la vendita di armi.

Resta, comunque, il significato politico del gesto. Con l’annuncio del 15 febbraio, Donald Trump ha aperto, a tutti gli effetti, la sua campagna per la rielezione, fra l’altro toccando un tasto che nel 2016 era stato centrale. Confortato dagli esiti del voto di midterm (in cui la ‘linea dura’ della Casa Bianca è apparsa pagante per la tenuta del Senato), il Presidente rilancia in questo modo da una parte la sua immagine di ‘decisionista’, ‘che mantiene ciò che promette’, dall’altra la sua sfida alla ‘politica politicante’ dei compromessi e delle lungaggini congressuali. Soprattutto, di fronte di un Partito democratico che continua a trovare nell’anti-trumpismo la sua principale forza aggregante, il Presidente rilancia una strategia di polarizzazione che gli ha permesso, sinora, di tenere in mano le redini del gioco. Il sostegno che numerosi ‘big’ del Partito repubblicano hanno offerto, nelle scorse settimane, alla candidatura di Trump alla corsa del 2020 è indicativo di come questa strategia sia ormai considerata vincente anche dentro il Grand Old Party. L’annuncio dello stato d’emergenza ha sollevato diversi malumori in seno al GOP. E’ tuttavia difficile che questi possano durare a lungo, così come è difficile che la dichiarazione dello stato d’emergenza ponga la parola fine alla questione del ‘muro di confine’.

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