lunedì, Ottobre 21

Stati Uniti: sullo Yemen, Trump tira dritto La presidenza sembra trovare un'altro modo per confermare la sua immagine

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Il rifiuto del Presidente Trump di ratificare la risoluzione del Congresso che chiede la fine del coinvolgimento statunitense nella guerra in corso in Yemen, per quanto atteso, ha contribuito a rinfocolare lo scontro fra legislativo ed esecutivo che pare destinato a segnare la scena politica statunitense almeno fino al voto presidenziale del 2020. La vicenda ha la sua origine nella scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi, scomparsa dietro la quale molti hanno visto il coinvolgimento dei vertici politici di Riyadh. Già lo scorso novembre, dopo la pubblicazione delle evidenze in tal senso fornite dalla CIA, il Senato (a maggioranza repubblicana) aveva approvato con 63 voti a favore e 37 contrari la richiesta rivolta all’amministrazione perché interrompesse il sostegno sino allora offerto alla campagna militare a guida saudita in corso in Yemen. Poche settimane dopo, il Senato aveva inoltre approvato all’unanimità una risoluzione presentata dal presidente della Commissione affari esteri, il repubblicano Bob Corker, e violentemente rigettata delle autorità saudite, in cui l’organismo affermava ritenere che il principe ereditario Mohammad Bin Salman fosse ‘responsabile dell’omicidio’ del giornalista.

L’insediamento, all’inizio dell’anno, del nuovo Congresso, con la Camera dei rappresentanti solidamente in mano democratica, ha portato a un aumento della pressione sulla Casa Bianca. Già prima dell’insediamento, il presidente ‘in petcore’ della Commissione intelligence della stessa Camera, il democratico Adam Schiff, aveva annunciato l’intenzione di avviare un’indagine sulla politica dell’amministrazione e sulle sue ricadute sul conflitto in Yemen, affermando fra l’altro che il Presidente, in nome del nuovo asse strategico con Riyadh, avrebbe mentito anche sul contenuto del rapporto della CIA sull’‘affaire Khashoggi’, in realtà assai più incriminante di quanto sostenuto ufficialmente. Le posizioni di Schiff hanno incontrato il favore – almeno parziale – anche di diversi esponenti repubblicani, freddi verso quelle che considerano le aperture eccessive del Presidente verso la monarchia del Golfo; a sua volta, questo favore si è tradotto in una lunga stringa di critiche bipartisan alla politica mediorientale della Casa Bianca. Nemmeno la mediazione dell’attuale presidente della Commissione affari esteri del Senato, il trumpiano James Risch, sembra essere riuscita a sanare a questo stato di cose.

E’ su questo sfondo che, all’inizio di aprile, il Congresso ha approvato in via definitiva la risoluzione al centro dell’attuale contesa. Appellandosi alla War Power Resolution del 7 novembre 1973, il documento chiede al Presidente di procedere al ritiro immediato delle truppe presenti all’estero in assenza di una formale dichiarazione di guerra o di autorizzazione specifica al loro dispiegamento (‘specific statutory authorization’) da parte del Congresso. La risoluzione è stata approvata alla Camera con il voto favorevole di sedici rappresentati repubblicani (su 197) e al Senato con quello di sette senatori (su 53). Anche se non si tratta di cifre rilevanti, la cosa è significativa. Per tutto il lungo iter dell’atto (presentato in una prima versione nel corso del 2018, prima delle elezioni di midterm, a un Congresso a chiara maggioranza repubblicana), la maggior parte dei congressmen del Grand Old Party si è impegnata attivamente per ostacolarne l’adozione. D’altra parte, fra i promotori della risoluzione figura, oltre ai democratici Bernie Sanders e Chris Murphy, il repubblicano Mike Lee, classificato da tutti i ranking come uno dei senatori più conservatori e, sinora, un fedele sostenitore delle posizioni del Presidente.

Nemmeno in questa occasione sembra, quindi, emergere una chiara distinzione su linee partitiche della scelta pro- o anti-Trump; né, d’altra parte, sembra emergere un vero fronte trasversale contro la linea della Casa Bianca. In questa prospettiva, lungi dal mettere il Presidente in difficoltà, la prova di forza sulla questione yemenita offre a Trump l’occasione per ribadire la sua distanza dalle posizioni democratiche ma anche dalle dinamiche interne al Partito repubblicano, già oggetto, in passato, dei suoi attacchi. Il veto posto sulla risoluzione (a poche settimane da quello posto sulla risoluzione che avrebbe posto fine allo stato d’emergenza proclamato per finanziare la costruzione del ‘muro di confine’ con il Messico) è una riaffermazione di questa posizione e una sottolineatura del carattere ‘decisionista’ dell’attuale presidenza. Nonostante la visibilità che assume l’opposizione della Camera dei rappresentanti, l’amministrazione sembra oggi trovare in questa (e nell’appoggio che essa ottiene in parte del GOP) lo strumento per ribadire la propria immagine; ciò, fra l’altro, in un momento in cui la mancanza di alternative credibili da una parte, la proliferazione delle candidature dell’altra rischiano di indebolire entrambi i partiti ‘tradizionali’ in vista del voto del prossimo anno.

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