domenica, Agosto 25

Stati Uniti: sulle armi cambiamento possibile con Trump? Il tentativo di imporre regole uniformi sul possesso delle armi da fuoco si scontra non solo con le priorità politiche, ma anche con un contesto istituzionale e sociale

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I recenti mass shootings di Gilroy (California), Dayton (Ohio) e – soprattutto – El Paso (Texas), che hanno fatto trentasei morti in una settimana, hanno riportato in auge il tema della facilità di accesso alle armi negli Stati Uniti e dell’opportunità di una più stringente regolamentazione in materia. Non è un tema nuovo; la questione è stata sollevata, negli scorsi anni, in occasioni di vari episodi; Barack Obama, in particolare, si è espresso ripetutamente in favore di norme più restrittive sebbene il record delle sue realizzazioni concrete appaia, in realtà, assai limitato. Su questo piano, l’attuale amministrazione è stata spesso oggetto di critiche per la sua supposta inerzia. Da alcune parti è stato inoltre osservato come, con molta discrezione, Donald Trump si sia, anzi, mosso per smantellare parte delle restrizioni introdotte dal suo predecessore. Anche per questa ragione, la visita compiuta dal Presidente a Dayton ed El Paso dopo gli incidenti degli scorsi giorni è stata accompagnata da proteste e vivaci contestazioni. Il clima ‘da campagna elettorale’ che già spira negli Stati Uniti ha alimentato queste proteste, che in molti casi si sono trasformate in una critica generale del Presidente e della sua politica soprattutto in materia di immigrazione.

La portata delle polemiche rischia, tuttavia, di essere fuorviante. Quello del facile accesso alle armi – spesso indicato come la causa prima del ripetersi dei mass shootings – è da sempre un tema ‘delicato’ per il mondo politico statunitense. La National Rifle Associaton (NRA), organo che svolge un’azione di advocay a favore dell’industria e dei detentori di armi da fuoco, è una delle maggiori lobby presenti a Washington e dalla metà degli anni Settanta, dopo la costituzione del suo Institute for Legislative Action (NRA-ILA), opera attivamente per indirizzare gli sviluppi della normativa nazionale in materia. Il peso della NRA non deriva, però, tanto dalle sue capacità finanziarie (che, seppure in flessione nel corso degli anni, rimangono comunque significative) quanto dalla sua capacità di mobilitare un ampio consenso fra l’opinione pubblica, condizionando per questa via le decisioni dei legislatori. Il tema del ‘diritto alle armi’ continua, infatti, a sollevare, negli Stati Uniti, forti reazioni emotive, anche a causa della (supposta) tutela che esso troverebbe nel testo costituzionale e in alcune pronunce giurisprudenziali, come quelle della Corte Suprema nelle sentenze District of Columbia v. Heller (2008) e McDonald v. City of Chicago (2010). 

E’ anzitutto su questo sfondo – all’interno del quale il Congresso svolge un ruolo importante – che deve essere collocata l’azione di Donald Trump, un’azione caratterizzata da importanti oscillazioni su tutti i temi ‘caldi’, dai controlli preventivi, all’età minima per l’acquisto di armi d’assalto, al divieto di vendita dei c.d. ‘bump stocks’ (meccanismi che consentono ad armi semi-automatiche di operare in maniera simile a quelle automatiche), fino a toccare il diritto stesso a portare armi, che il Presidente ha proposto di limitare attraverso i c.d. Extreme Risk Protection Orders che permettono alle autorità di pubblica sicurezza di sequestrare temporaneamente le armi in possesso di soggetti definiti da un tribunale come pericolosi. Alcuni risultati si sono avuti. Il 26 marzo 2019, ad esempio, dopo un iter avviato l’anno prima su iniziativa dello stesso Presidente, proprio i ‘bump stocks’ (chiamati in causa in occasione della sparatoria di Las Vegas del 1° ottobre 2017 che aveva provocato 59 morti e oltre 800 feriti) sono stati messi definitivamente al bando a livello nazionale, seguendo così la scelta già fatta da California, Delaware, Florida, Hawaii, Maryland, Massachusetts, Nevada New Jersey, New York, Vermont, Washington e Washington DC.

Si tratta, chiaramente, di misure limitate, che non toccano il cuore del problema. Sebbene anche l’opinione maggioritaria in District of Columbia v. Heller (redatta da giudice conservatore Antonin Scalia) riconosca il carattere non assoluto del diritto stabilito dal Secondo emendamento, l’incertezza che esiste nella giurisprudenza statale e federale sulla portata di tale diritto è indicativa della complessità del terreno su cui ci si sta muovendo. Non è senza significato che in questi giorni, nonostante l’onda emotiva sollevata soprattutto dai fatti di El Paso, il dibattito in Congresso si sia orientato su uno strumento limitato come la possibile estensione delle ‘red flag laws’, ovvero il fondamento legislativo che in un certo numero di Stati autorizza oggi l’adozione degli Extreme Risk Protection Orders evocati dal Presidente. Un’altra prova di come il tentativo di imporre regole uniformi sul possesso, l’uso e le caratteristiche tecniche delle armi da fuoco negli Stati Uniti si scontri non solo con le priorità politiche delle varie amministrazioni ma anche con un reticolo istituzionale e un contesto sociale e culturale caratterizzati da una forte resistenza al cambiamento.

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