venerdì, Maggio 24

Stati Uniti: si intensifica il braccio di ferro sui dazi Una parte cospicua dell'establishment economico si schiera contro le tariffe

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Contro la strategia neoprotezionista portata avanti dagli Usa sotto la supervisione del potente segretario al Commercio Peter Navarro si è recentemente sollevata un’inaspettata voce critica: quella del segretario al Tesoro Steve Mnuchin. Quest’ultimo ritiene che il governo sia calcando eccessivamente la mano nelle trattative con i partner commerciali degli Stati Uniti, conformemente ad un approccio unilaterale destinato a danneggiare l’immagine e gli stessi interessi economici degli Usa. Navarro, viceversa, ritiene che la riduzione dei forti squilibri commerciali e normativi tra Stati Uniti e Cina richieda una postura particolarmente rigida e agguerrita.

Si tratta di una spaccatura di grande rilievo, visto e considerato che il governo è impegnato nella messa a punto di un programma implicante l’introduzione di una serie di barriere atte a limitare e canalizzare gli investimenti negli Usa e impedire il trasferimento di tecnologie di rilevanza strategica. Giorni fa, la portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders ha riferito pubblicamente il messaggio recapitatole da Mnuchin, secondo cui il nuovo piano commerciale non comporterebbe alcun giro di vite in funzione anti-cinese, essendo diretto contro tutti i Paesi responsabili di furti hi-techVersione smentita da Navarro in persona, secondo cui il programma nasce proprio dall’esigenza di Washington di stabilire un rapporto paritario con Pechino: «non ci sono progetti per imporre simili limiti ad altri Paesi […]. Abbiamo un problema con la Cina».

Nello specifico, il segretario al Commercio e i suoi più stretti collaboratori sono i principali sostenitori dell’introduzione di una serie di norme mirate a proibire acquisizioni di imprese statunitensi operanti in settori strategici da parte di controparti cinesi di cui il governo di Pechino detenga più del 20% delle quote azionarie. Allo stesso tempo, Navarro preme per intensificare i controlli sull’export di tecnologie di punta, con particolare attenzione a quelle di cui la Cina ha bisogno per realizzare il suo ambizioso programma Made in China 2025, attraverso cui Pechino conta di imporsi come grande potenza hi-tech. Mnuchin ritiene invece che, agendo nella direzione indicata dal segretario al Commercio, gli Stati Uniti, torneranno ad essere un Paese dirigista in grado di dettare tempi e modi dello sviluppo economico. Da qualche mese a questa parte, Trump sembra aver accordato la propria preferenza alla linea-Navarro, nel cui ambito rientra la decisione di introdurre le prime tariffe su 50 miliardi di dollari circa di merci cinesi, a cui hanno fatto seguito minacce di applicare dazi aggiuntivi sulle importazioni di prodotti cinesi da cui l’ex Celeste Impero guadagna qualcosa come 450 miliardi di dollari.

A far cambiare idea al presidente potrebbe essere la clamorosa discesa in campo di un potentissimo bastione come la Camera di Commercio statunitense, che nonostante la sua tradizionale vicinanza al Partito Repubblicano non ha esitato ad infliggere una stoccata alla politica economica portata avanti da Washington. Secondo l’organismo, il neoprotezionismo di Trump potrebbe costare agli Stati Uniti qualcosa come 1,2 milioni di posti di lavoro e oltre 11,5 miliardi di dollari di esportazioni. Più in dettaglio, gli Stati che secondo la relazione della Camera di Commercio sono destinati a subire l’impatto maggiore della linea pro-tariffe sono proprio quelli dove il livello di approvazione nei confronti di Trump è maggiore, vale a dire Alabama (567.000 posti di lavoro e 3,6 miliardi di dollari di export), Louisiana (553.000 posti di lavoro e 5,3 miliardi di dollari di export) e South Dakota (130.000 posti di lavoro e 129 milioni di dollari di export).

Per la Casa Bianca, suscitare l’ira del sindacato dei commercianti a pochi mesi di distanza dalle elezioni di medio termine costituirebbe un grosso problema. Tanto più che le preoccupazioni della Camera di Commercio non si concentrano soltanto sulla politica tariffaria portata avanti da Washington, ma anche sulle voci riguardo a una possibile uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) nell’ambito del cosiddetto United States Fair and Reciprocal Tariff Act, una legge che sarebbe finalizzata a permettere al governo di imporre dazi aggirando il Congresso e senza curarsi delle norme che regolano il commercio internazionale. Per rassicurare la Camera di Commercio, la collaboratrice di Trump Lindsay Walters ha minimizzato la portata del disegno di legge, assicurando che «non è un segreto che Trump sia insoddisfatto dell’attuale conformazione dei dazi, la quale pone gli Stati Uniti in una situazione di svantaggio. Ha chiesto al suo team di sviluppare progetti che possano porre rimedio alla situazione attraverso la creazione di un sistema di incentivi volto a incoraggiare i partner commerciali degli Stati Uniti ad abbassare i dazi».

È quindi improbabile che l’amministrazione Trump prosegua sulla strada che conduce allo scontro aperto sia con l’esterno (Cina) che con l’interno (Camera di Commercio più il Dipartimento del Tesoro). Resta tuttavia da vedere se l’indubbia abilità negoziale del tycoon newyorkese sarà sufficiente a indurre le varie anime del governo a raggiungere una soluzione di compromesso che accontenti sia l’una che l’altra fazione.

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