giovedì, Ottobre 29

Stati Uniti: Sanders si ritira, Biden al sicuro? Il ritiro di Sanders non rappresenta, per il suo avversario moderato, una garanzia di successo

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Con l’ufficializzazione del ritiro di Bernie Sanders dalla corsa per la nomination democratica, Joe Biden è ormai da tutti gli effetti lo sfidante in pectore di Donald Trump per le elezioni presidenziali di prossimo novembre. Dopo gli incidenti che hanno punteggiato la seconda metà del 2019 e le prime settimane del 2020 (le debolezze emerse nei dibattiti pubblici, le ricadute negative della vicenda ‘Ukrainegate’, l’avvio incerto delle primarie, con i risultati deludenti in Iowa, New Hampshire e Nevada…), con il successo del ‘super martedì’ la posizione dell’ex vicepresidente si è via via consolidata, complice l’endorsement ricevuto da molti dei candidati che si sono ritirati dalla competizione. In una campagna elettorale totalmente distorta dell’emergenza COVID-19 (che, fra l’altro, ha spinto molti Stati a spostare la data delle primarie o a modificare in maniera più o meno profonda le procedure di voto), anche le parole con cui Sanders ha annunciato il suo ritiro suonano come una sorta di endorsement, motivato dalla necessità di evitare la riconferma alla Casa Bianca del Presidente uscente, forse l’unico punto intorno al quale i candidati democratici sembrano avere trovato, in questi mesi, un sostanziale accordo.

Quella del senatore del Vermont non è, quindi, una resa. Le cifre emerse sinora mostrano, infatti, chiaramente che, se da una parte Biden è in grado di aggregare un consenso significativo e abbastanza trasversale intorno alla sua figura, dall’altra Sanders intercetta comunque il voto di importanti segmenti dell’elettorato, soprattutto di quello giovanile; un fatto, questo, che gli permette di continuare a esercitare uninfluenza considerevole sugli equilibri interni al partito. Il fatto che buona parte dei candidati in lizza per la nomination fosse portatore di istanze latu senso ‘sandersiane’ (ad esempio in tema di acceso ai servizi sanitario) è una conferma di questa condizione di forza e lascia presumere che un Biden eventualmente vittorioso a novembre non potrà comunque dare per scontato il sostegno del partito di fronte a una linea politica troppo moderata. Considerazioni simili si ripetono se si tiene conto di come la rappresentanza democratica al Congresso, sull’onda della crescente polarizzazione delle posizioni dei vari partiti, abbia visto rafforzarsi, nelle ultime elezioni di midterm, la sua componente ‘radicale’ e di come il voto di novembre rappresenti anche per quest’ultima un importante banco di prova.

Il ritiro di Sanders non significa, inoltre, che i dubbi che nei mesi passati si sono accumulati intorno alla figura di Biden siano venuti meno. Nonostante un’esperienza politica che risale ai primi anni Settanta (l’elezione a senatore del Delaware è del 1972), l’ex vicepresidente è, sotto molti aspetti, un candidato fragile, le cui proposte, per quanto rassicuranti anche per una parte dell’elettorato repubblicano, non sono sempre chiare né priva di ambiguità. La vicenda Ukrainegate’ e il ruolo che in essa ha avuto il figlio, Hunter, rappresentano vulnerabilità importanti, che la propaganda del presidente uscente non mancherà di sfruttare, mentre le distorsioni che il diffondersi di COVID-19 ha prodotto nel meccanismo delle primarie rischia di indebolirne la legittimazione agli occhi dell’opinione pubblica. Sebbene i sondaggi rimangano sostanzialmente concordi nel dare Biden vincitore nel testa a testa contro Trump (il dato aggregato di RealClearPolitics del 9 aprile segna uno scarto di 5,9 punti percentuali a favore dell’ex vicepresidente, con una forchetta che va dai due punti del sondaggio ABCNews/Washington Post agli undici di quello della CNN), è quindi presto per dare il risultato come scontato.

Donald Trump beneficia, infatti, di un asset importante. In un momento in cui l’emergenza COVID-19 ha catalizzato l’attenzione dei media, il presidente, per il suo ruolo istituzionale, gode di una visibilità che la crisi del sistema delle primarie e della macchina propagandistica che la sostiene e l’accompagna preclude al suo avversario. Si tratta di un’arma a doppio taglio. Lo sforzo iniziale di Trump di minimizzare la portata del problema gli è costato una marcata flessione negli indici di approvazione, flessione che, tuttavia, la Casa Bianca sembra essere riuscita a recuperare, posizionandosi, negli ultimi giorni, ai livelli più alti dall’epoca dell’insediamento. Di contro, Biden, sul tema, sembra fare fatica a trovare visibilità e a presentarsi di fronte al paese come un credibile ‘presidente di guerra’, pungolato com’è anche chi trova le sue posizioni troppo prudenti di fronte ai limiti che il sistema sanitario e del welfare hanno messo in evidenza. Anche da questo punto di vista, quindi, se il ritiro di Sanders dalla competizione sembra destinato a evitare la divisione probabilmente suicida che ha segnato il voto del 2016, esso non rappresenta, per il suo avversario moderato, una garanzia di successo in una corsa in cui molti riferimenti tradizionali sembrano, oggi, venire meno.

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