venerdì, Aprile 26

Stati Uniti: rapporto Mueller, non è ancora detta l’ultima parola Ecco perché la vicenda è tutt’altro che chiusa

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Nei giorni scorsi, la consegna al dipartimento della Giustizia del rapporto del procuratore speciale incaricato delle indagini sulle ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016 (‘rapporto Mueller’) ha sollevato parecchie attese. Nel clima di rinnovata tensione fra Presidente e Congresso, la speranza (o il timore, a seconda dei punti di vista) era che il rapporto potesse fare pendere la bilancia da un lato o dall’altro. Il risultato è stato, invece, meno chiaro del previsto. La sintesi del rapporto diffusa dopo la sua consegna sembra, infatti, confermare ognuna delle parti nelle sue convinzioni, lasciando loro argomenti sufficienti a sostenere la debolezza della controparte. Le indagini condotte da Mueller non hanno fornito la ‘pistola fumante’ che gli avversari del Presidente si aspettavano di trovare; a contrario, esse hanno esplicitamente scagionato il Presidente dalle accuse di complicità con le ingerenze che pure, secondo il rapporto, ci sono state; di contro, esse non rappresentano, per la Casa Bianca, la vittoria completa che Donald Trump è stato sollecito a rivendicare. La conferma delle ingerenze è in sé un tema delicato; ancor più delicato è, poi, il tema dell’intralcio, da parte del Presidente, delle indagini in corso, punto sui cui il rapporto evita di pronunciarsi in modo definitivo.

E’ forse presto per trarre conclusioni. Il documento oggi disponibile è solo una sintesi del rapporto completo (al momento ancora segreto), sintesi nella cui redazione Mueller non ha avuto parte. Appare tuttavia improbabile che il testo definitivo (se e quando sarà reso noto) si distacchi troppo da tale sintesi. La posizione del Procuratore generale, William Barr, annunciata nelle ultime ore, è esplicitamente assolutoria; una posizione che allontana dalla presidenza l’ombra più pesante, anche in vista della campagna già avviata per il voto del 2020. Resta il problema se Trump, dopo il suo arrivo alla Casa Bianca, abbia effettivamente agito per ostacolare il corso delle indagini. A questo proposito, il rapporto conclude che il Presidente non ha tenuto comportamenti legalmente perseguibili ma, allo stesso tempo, non lo scagiona completamente (‘does not exonerate him’). Con ogni probabilità, questo sarà il vero oggetto del contendere delle prossime settimane. La maggioranza democratica alla Camera dei rappresentanti, infatti, ha già chiesto la pubblicazione dell’intero rapporto, da sottoporre anche al vaglio del Congresso, e ha ventilato la possibilità di chiamare a testimoniare ‘nel prossimo futuro’ lo stesso Procuratore generale riguardo all’uso fatto del materiale ricevuto da Mueller.

Il dossier ‘Russiagate’ torna quindi (se mai ne è uscito) nelle mani della politica. Il Presidente della Commissione giustizia della Camera, il democratico Jerry Nadler, criticando le decisioni dal dipartimento della Giustizia ed evidenziando le ‘gravi discrepanze’ che esisterebbero fra queste e il contenuto del ‘rapporto Mueller’, ha già dichiarato che spetta al Congresso decidere in ultima istanza del futuro del Presidente. Dal canto suo, il Procuratore Barr ha espresso la volontà di rendere pubblico quanto più possibile del rapporto, compatibilmente con i vincoli posti dalle norme sul segreto istruttorio e le necessità delle indagini ancora in corso. Barr ha inoltre ipotizzato il coinvolgimento dello stesso Mueller (il cui incarico è terminato ufficialmente con la consegna del rapporto) nell’elaborazione del documento ‘di pubblico dominio’. Non sembra, tuttavia, probabile che, dato anche il numero delle indagini in corso, questo lavoro si possa chiudere in tempi brevi; un fatto, questo, che rischia di alimentare nuove tensioni, soprattutto se si tiene conto del fatto che, lungi dall’essere un soggetto terzo, il Procuratore generale è un elemento importante in seno all’amministrazione e avrebbe, secondo i critici, tutto l’interesse a ridimensionare gli aspetti più incriminanti del ‘rapporto Mueller’.

La vicenda è, quindi, tutt’altro che chiusa. Da molti punti di vista, per il Partito democratico, il ‘Russiagate’ rappresenta un’utile spada di Damocle da tenere sospesa sulla testa del Presidente; una spada forse ancora più utile della (poco probabile) ‘pistola fumante’ che le indagini di Mueller avrebbero dovuto trovare. Tuttavia, è forse più il Presidente a trarre un vantaggio dai risultati dell’inchiesta. Anche se restano dubbi sulla sua azione, l’accusa maggiore è caduta mentre le responsabilità accertate (e, nel caso di Paul Manafort, passate in giudicato) di alcuni suoi ex collaboratori competono alla sfera dalla responsabilità individuale. Il dipartimento della Giustizia e lo stesso Mueller hanno inoltre escluso la necessità di supplementi d’indagine. Su questo sfondo, richieste come quelle di trasferire al Congresso la responsabilità del giudizio finale rischiano di essere controproducenti, mettendo nelle mani di Trump un argomento che in passato è sempre apparso pagante: la possibilità di contrappore le ‘fumosità’ della ‘politica politicante’ a realtà che appaiono semplici ed evidenti. Agitare troppo la spada di Damocle potrebbe dunque rivelarsi meno utile del previsto e forse anche pericoloso per l’obiettivo democratico di conquistare la Casa Bianca nelle elezioni del 2020.

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