giovedì, Luglio 2

Stati Uniti, piccoli leaders crescono, forse L’America ha un problema, anzi, due: lo scontro ai vertici tra poteri, l’assenza di leaders della comunità afroamericana (ma non solo). La guerra civile culturale è dietro l’angolo. C’è una speranza: imprenditori sociali e leader locali

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Quello che sta accadendo negli Stati Uniti, lemanifestazioni di protesta per l’uccisione George Floyd da parte di un agente di polizia di Minneapolis, manifestazioni e disordini che oramai hanno raggiunto quasi tutto il Paese, sono caratterizzate da due elementi. Il primo, decisamente sotto gli occhi di tutti, è lo scontro tra poteri, con, da una parte, Donald Trump che vuole fare il ‘re assoluto’, dall’altra sindaci, governatori, da ultimo il Pentagono, che si oppongono. Il secondo, meno evidente per quanto sotto gli occhi di tutti, è l’assenza di leaders della comunità afroamericana.

Il filo rosso che unisce questi due elementi sembra essere sintetizzabile nell’interrogativo ‘Dove possiamo trovare la leadership per salvare la Nazione?’. E’ la domanda che si è posto ieri Thomas Loren Friedman, uno tra i più noti opinion leader americani, saggista e editorialista di politica estera per il ‘New York Times’. Friedman avverte il pericolo: sostenendo che se il giorno dopo l’elezione di Trump la paura che aveva era che si potesse «break our country», oggi i timori si sono avverati, e «Stiamo andando verso una guerra civile culturale, solo che questa volta non siamo fortunati: Abraham Lincoln non è il Presidente». In sostanza, il Paese è spaccato, secondo Friedman, e, quel che aggrava la situazione, è che non vi è un leader in pista in grado di prendere per mano gli americani e farli uscire dal guado.

Lo scontro di poteri ha un aspetto formale, legislativo, e uno politico. La legislazione in materia è decisamente farraginosa (quasi all’italiana), lo spiega nei dettagli Jennifer Selin Kinder, professore associato di democrazia costituzionale presso la Missouri University. Kinder, passando in rassegna i vari provvedimenti legislativi e i precedenti in termini di applicazione, conclude che trovare un «equilibrio efficace raramente sia una cosa semplice». Il problema alla fine è esclusivamente politico, o meglio di sensibilità politica, quella che dovrebbe appartenere ai veri leaders, la capacità di trovare un equilibrio tra il ‘sentire’ locale, quello degli Stati federali, e il potere del Presidente, teoricamenteillimitato. La capacità di interpretare il bilanciamento dei poteri come pensata dai padri fondatori è venuta meno. Venuta meno, secondo Friedman, per mancanza di leader nei vertici politici.

Appartiene a questo ‘grande buco nero’, l’assenzadi leaders della comunità afroamericana dalla scena di queste manifestazioni, e lo sbandamento della comunità, che evidentemente proprio causa l’assenza di veri leaders non riesce avere una strategia unitaria.

Le cronache dei disordini di questi giorni superficialmente recitano di leader della comunità che guidano le proteste, lasciando sottintendere che leaders esistano. Non è così secondo Vincent Adejumo, docente senior di African American Studies, presso l’Università della Florida. In questa crisi «non ci sono leader nazionali afroamericani», non ci sono uomini o donne che possano sostenere il ruolo che hanno sostenuto gente come «come Martin Luther King Jr., Fannie Lou Hamer e altri», gente che ha determinato «glienormi cambiamenti sociali e legali» del Paese. Questi cambiamenti sono stati possibili «perché i leader neri erano disposti a mettere in evidenza i problemi prima che diventassero crisi», ma soprattutto erano disposti a mettere in gioco la propria vita «per elevare la posizione sociale, educativa ed economica degli afroamericani», e così facendo erano in grado di parlare alla ‘mamma nerarichiamata da Friedman, cioè imporsi come leader.

Malcolm X o Martin Luther King Jr. piuttosto che Assata Shakur, «non parlavano come fanno spesso i politici, con banalità e cliché. Non avevano paura di far arrabbiare i bianchi – e sapevano che nel farlo avrebbero rischiato la vita». «Non parlavano come membri di un partito politico, piuttosto diorganizzazioni che avevano messaggi chiari e non annacquati», attivisti che parlavano al di fuori del sistema politico ai due partiti del Paese, e anche quando erano affiliati o semplicemente simpatizzanti di un partito erano liberi e indipendenti al punto di criticare apertamente le posizioni del loro partito di riferimento e dei leaders di quel partito. Lo erano perché erano leaders e parlavano, si confrontavano, criticavano altri leaders.

Oggi, ogni volta che la tragedia colpisce la comunità nera, come accaduto con la morte di George Floyd, intervengono neri della classe politica, di uno o dell’altro partito, e la loro è sempre «la stessa retorica vuota. Le loro dichiarazioni di solito hanno la forma di un post o una lettera sui social media, una pubblicazione che chiede ai neri di non ribellarsi», spingendoli a votare per l’uno o per l’altro partito, afferma Vincent Adejumo. E nel ‘mirino’ di finisce anche l’ultimo appello di Barack Obama in occasione delle manifestazioni e dei disordini di questi giorni, come degli altri neri, quelli del fronte repubblicano.
«In tutto ciò che dicono, questi politici, non corrono rischi, come avevano fatto King, Shakur e gli altri. Non si fanno avanti per affrontare le cause più profonde e basilari del problema dei neri disarmati che vengono uccisi. Questi funzionari evitano di essere ritenuti responsabili non stabilendo uno standard morale».

Questa assenza di leadership lascia la comunità disarmata, secondo Adejumo, e «senza una forte leadership nera» i problemi non si risolveranno.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche altri studiosi della problematica nera. La ‘CNN’ ieri ha pubblicato un servizio sulla crisi di strategia all’interno della comunità, definendo ‘surprising’ il dibattito all’interno della comunità.
Omar Wasow, assistente professore di politica all’Università di Princeton, si fa interprete del fronte che è preoccupato per le proteste di questi giornie non ne condivide la non-strategia di fondo, ricordando che «le violente proteste a guida nera degli anni ’60 hanno ridotto il sostegno bianco ai diritti civili», le recenti violenze alle proteste di George Floyd potrebbero spostare più elettori bianchi su Trump a novembre. Le ricerche «hanno mostrato che le proteste non violente hanno aumentato il sostegno bianco per i diritti civili, mentre le proteste violente hanno fatto esattamente il contrario», afferma Wasow alla ‘CNN. I manifestanti, si fa notare, hanno catturato l’attenzione del mondo nell’ultima settimana. Ma c’è una differenza tra attirare l’attenzione e ottenere il cambiamento. E su questo, secondo ‘CNN’, è partito un acceso dibattito all’interno della comunità. I membri della comunità nera «si scontrano su tattiche, storia e persino eroi condivisi. E in agguato in gran parte di queste discussioni c’è un crescente senso di disperazione», sostiene l’articolista.

E’ storia il fatto che «la protesta non violenta non ha avuto successo per gli americani neri», ha detto Nikole Hannah-Jones, giornalista vincitrice del premio Pulitzer con il ‘New York Times’. «Il movimento per i diritti civili non è stato non violento», ha scritto la giornalista, aggiungendo che crede che i manifestanti neri abbiano corteggiato la violenza dai bianchi come strategia.

Nel servizio della ‘CNN’ appaiono molte voci della comunità definiti leaders, ma che di fatto sono i politici neri schierati per l’uno o per l’altro partito. Tutti accomunati dal fatto di avere le carenze di base evidenziate da Adejumo, mentre serve gente che sappia parlare «come una mamma nera», per usare l’espressione di Friedman.

Friedman individua una pista per trovare leaders per ‘salvare la Nazione’, è quella degli «imprenditori sociali e leader locali che stanno emergendo» e secondo lui «sono pronti a essere la soluzione», proprio quei leader locali che si oppongono a Trump, che dimostrano di essere capaci di tenergli testa, pur essendo componenti del suo partito.
CNN’ conclude raccontando che a Ferguson, in Missouri, ha appena eletto il suo primo sindaco nero,Ella Jones, che ha iniziato a candidarsi per il consiglio comunale durante i disordini del 2014«Jones è l’aspetto del vero cambiamento».
Piccoli leaders crescono, forse.

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