venerdì, Aprile 19

Stati Uniti: la rilocalizzazione di Apple Per rilanciarsi, l'azienda di Cupertino rafforza la propria presenza negli USA

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Nei giorni scorsi, la Apple ha annunciato l’imminente lancio di un robusto piano di investimenti per la costruzione di un Campus da 133 acri ad Austin che, secondo le previsioni della società, potrebbe dar lavoro a ben 15.000 persone. Il programma andrebbe a rafforzare la già considerevole presenza di Apple presso la capitale texana, che ospita già due uffici in cui lavorano circa 6.200 dipendenti in totale, e a consentire al colosso hi-tech di impiantare le proprie radici anche a Seattle (Stato di Washington), San Diego (California) e Culver City (California), dove verranno aperti tre nuovi uffici da circa 1.000 dipendenti ciascuno. A fianco di ciò, Apple ha messo in cantiere l’espansione delle attività produttive presso gli stabilimenti di New York, Boston (Massachusetts) e Portland (Oregon). Tutto ciò non può che suscitare l’approvazione dell’amministrazione Trump, il cui programma di rilancio dell’economia nazionale mira ad incoraggiare il rimpatrio della produzione di computer, telefoni cellulari e tutte le altre apparecchiature tecnologiche progettate dalle big della Silicon Valley, che in rapporto ai profitti stratosferici realizzati di anno in anno impiegano un numero decisamente ridotto di lavoratori statunitensi. Per ottenere ciò, il governo ha introdotto una radicale riforma tributaria comprensiva di forti sconti fiscali a beneficio delle aziende hi-tech che riportassero negli Usa i tesori custoditi all’estero.

L’apertura di nuove sedi in giro per gli Usa decisa da Apple si inscrive nel più ampio ‘esododi massa dalla Silicon Valley di cui sono co-protagonisti giganti come Intel, Amazon e Google. Un fenomeno che a trae origine, tra le altre cose, dall’aumento esorbitante dei valori delle abitazioni che sorgono nella valle di San Francisco in conseguenza del boom del settore hi-tech e degli scriteriati piani urbanistici adottati dalle autorità locali. Attualmente, fior di ingegneri e informatici che percepiscono salari non inferiori agli 80-90.000 dollari al mese si imbattono in difficoltà sempre crescenti nel pagare l’affitto, e ciò ha provocato una carenza del personale qualificato di cui i giganti hi-tech hanno bisogno. Un problema, quello relativo alla penuria di menti brillanti, che risulta peraltro aggravato dai giri di vite sull’immigrazione decretati dall’amministrazione Trump.

Tutto ciò concorre ad indebolire il mito della Silicon Valley, la cui logora leadership nel campo dell’innovazione, testimoniata dal volume gigantesco di riacquisti azionari effettuati nel corso degli ultimi anni da tutte le principali imprese tecnologiche Usa (è proprio la Apple a guidare la classifica dei buyback del 2018), è sempre più minacciata dall’ascesa dell’Asia in generale e della Cina in particolare. Un’indagine condotta dal ‘Wall Street Journal’ spiega in proposito che, fino al 2008, il 75% dei finanziamenti privati (venture capital) destinati alle start-up approdava in territorio statunitense (Silicon Valley, San Francisco, Seattle, ecc.) consentendo agli Usa di mantenere un’incommensurabile capacità innovativa.

Nel 2017, invece, il 40% dei capitali privati investiti complessivamente nel comparto hi-tech ha preso la via dell’Asia, e della Cina in primo luogo, a fronte del 44% registrato dalla Silicon Valley. Il risvolto particolarmente significativo della vicenda è dato dal fatto che una parte assai ragguardevole dei flussi di capitale indirizzati verso l’alta tecnologia cinese è di origine statunitense. Il che ha portato lo Us National Intelligence Council a prevedere che «probabilmente, la Cina supererà gli Stati Uniti affermandosi come prima economia mondiale qualche anno prima del 2030 […]. Entro quella data, l’Asia sorpasserà in termini di potere globale l’Europa e il Nord America combinati, stando alle proiezioni relative a Pil, popolazione, spesa militare e investimenti in tecnologia». Non a caso, l’autorevole ‘Economist’ ha recentemente parlato di «picco della Silicon Valley» per emblemizzare il declino dell’innovazione tecnologica made in Usa. In tale contesto, l’allontanamento dalla valle di San Francisco si configura come un tentativo delle aziende tecnologiche Usa di riacquisire la vecchia spinta propulsiva.

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