sabato, Settembre 21

Stati Uniti: John Bolton, un’uscita di scena necessaria? "La sua figura non aveva più il ruolo chiave di consolidare l’impressione di un Presidente forte e deciso". L'intervista ad Andrea Dessì (IAI)

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A poche ore dal 18esimo anniversario dell’attentato dell’11 settembre 2001 durante il quale furono abbattute le Torri Gemelle e migliaia di cittadini americani morirono, il Presidente Donald Trump ha licenziato il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, il cui Vice, Charlie Kupperman, è stato nominato ad interim: «Ho informato John Bolton la scorsa sera che i suoi servizi non sono più necessari alla Casa Bianca. Ero fortemente in disaccordo con molti dei suoi consigli come altri nell’Amministrazione» ha scritto su Twitter l’inquilino della Casa Bianca, precisando, in un altro tweet, di aver «chiesto a John di dimettersi e stamattina lo ha fatto. Ringrazio molto John per il suo servizio, la prossima settimana nominerò un nuovo consigliere per la sicurezza nazionale». Ricostruzione smentita dal diretto interessato il quale, invece, sempre su Twitter, ha tenuto a far sapere di aver «offerto le mie dimissioni ieri sera e il Presidente Trump mi ha detto parliamo domani».  A supporto delle sue affermazioni, l’ormai ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale ha deciso di divulgare la sua lettera indirizzata alla Casa Bianca e datata 10 settembre 2019, nella quale venivano rassegnate le dimissioni «con effetto immediato, come Assistente del Presidente per gli Affari di Sicurezza Nazionale», e veniva ringraziato il Presidente «per avermi dato questa opportunità di servire il nostro Paese». 

Sebbene il Comandante in capo non abbia commentato e il Segretario di Stato Mike Pompeo abbia confermato la versione del Presidente affermando che si è trattato di «licenziamento e non di dimissioni», ciò che non cambia è il dato di fondo e cioè che l’Amministrazione Trump perde un altro pezzo, un leitmotive, ormai, di questa Presidenza in carica da quasi tre anni, da sempre caratterizzata da uno stile per cui il ‘padrone’ è Trump che fa e disfa tutto e tutti sulla base della sua ‘egoica’ e narcisistica volubilità, nella convinzione di poter gestire e risolvere positivamente tutti i dossier al pari delle questioni imprenditoriali di cui si è occupato nel corso della sua vita professionale.

Tra le uscite eccellenti dall’entourage trumpiano durante il mandato presidenziale, anche Rex Tillerson, ex AD di ExxonMobil, nominato Segretario di Stato, defenestrato il 13 marzo 2018 dopo mesi di tensioni con il Presidente sulla strategia diplomatica americana, per Iran e Corea del Nord e sostituito dal capo della Cia, Mike Pompeo; come dimenticare Steve Bannon, il capo stratega della campagna nazional-populista che portò Trump alla vittoria nel 2016, ma che ben presto si scontrò con altri membri dell’amministrazione, venendo accompagnato alla porta nell’agosto 2017, per poi dedicarsi a supportare, fondando ‘The Movement’, i populisti in giro per l’Europa e non solo; Sean Spicer, Reince Priebus ed Anthony Scaramucci, rispettivamente, portavoce e direttori della comunicazione del Presidente; Jim Mattis, Segretario alla Difesa, dimessosi in contrasto con la decisione di Trump di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria e di ridurre la presenza in Afghanistan; Gary Cohn, ex Presidente della banca d’affari Goldman Sachs, scelto come consigliere economico che ha rassegnato le dimissioni a marzo 2018 in opposizione alla linea presidenziale di imporre nuovi dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio; Jeff Sessions, ministro della Giustizia, le cui dimissioni richieste da Trump a novembre 2018, dopo le elezioni di medio termine, erano giunte dopo mesi da quando, a marzo 2017, aveva ricusato se stesso da qualsiasi ingerenza nel Russiagate.

Lo stesso John Bolton era stato nominato capo del National Security Council, succedendo il 9 aprile del 2018 a HR McMaster che, a sua volta, aveva preso il posto di Michael Flynn coinvolto, pochi giorni dopo il suo insediamento, nello scandalo del Russiagate e reo anche di aver mentito all’FBI. Diplomatico di lungo corso, già ambasciatore presso le Nazioni unite, il 70enne Bolton è da sempre considerato un ‘falco’ neo-conservatore della politica estera a stelle e strisce: a partire dai diversi incarichi ricoperti nell’amministrazione di Ronald Reagan negli anni Ottanta, ha rivestito ruoli di rilievo nelle amministrazioni dei due presidenti Bush, padre e figlio. Di quest’ultimo fu fervente sostenitore e fautore della decisione di invadere l’Iraq nel 2003. Anche quando, solo per un anno, ha rappresentato gli Stati Uniti all’ONU, non ha fatto mai mistero di detestare il multilateralismo, arrivando a criticare apertamente la legittimità degli organismi multilaterali come le stesse Nazioni Unite. E’ stato anche consigliere per la politica estera dell’ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, battuto da Barack Obama nel 2012. Nel 2015 Bolton suggerì addirittura di risolvere la crisi mediorientale con la creazione di uno stato tra Siria e Iraq, il ‘Sunnistan’.

Ma proprio l’insofferenza per il multilateralismo e la globalizzazione, più volte denunciata negli studi di Fox News, aveva fatto ‘innamorare’ Trump di questa figura, tutt’altro che flessibile, che l’ex Segretario di Stato Condoleezza Rice, avendoci lavorato diversi anni sotto la Presidenza di G.W. Bush, conosce molto bene e della quale ha dichiarato: «Sono sicura che ha fatto del suo meglio per dare al Presidente il suo consiglio più sincero, che è quello che dovresti essere il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Ma in ultima analisi, se il Consigliere per la Sicurezza Nazionale e il Presidente non sono sulla stessa lunghezza d’onda, non è il Presidente che deve andare via e sono sicura che John lo ha capito, dato che è un diplomatico e un esperto di politica di lungo corso». «Penso che ci sia stata una sorta di lungo disaccordo tra John e forse il presidente, forse altri nell’amministrazione», ha aggiunto la Rice, elogiando contemporaneamente l’annullamento deciso da Trump dell’incontro con i Talebani, per niente condiviso dallo stesso Bolton che, diciotto anni fa, era tra i sostenitori della guerra: «Sono contenta che abbia preso questa decisione perché penso che i talebani siano giunti alla conclusione che volevamo un accordo più di loro».

In Medio Oriente, da filo-israeliano, si è sempre opposto in tutti modi alla Repubblica Islamica, arrivando, da privato cittadino, anche a proporre un attacco preventivo contro le centrali atomiche di Teheran. Durante il suo mandato da Consigliere per la Sicurezza Nazionale, è riuscito, però, a far uscire gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), imponendo una ‘strategia di massima pressione’ con sanzioni maggiori e, in seguito, minacciando, con l’invio di un gruppo d’attacco nella regione con portaerei e cacciabombardieri, perfino un intervento militare. A maggio, la tensione tra Bolton e Trump era cresciuta dopo la decisione di Trump di cancellare il già pianificato attacco aereo sull’Iran, in risposta all’abbattimento di un drone americano. La minaccia di un intervento militare era stata adombrata dall’ex Consigliere anche per risolvere lo stallo in Venezuela, dove la scelta di appoggiare Juan Guaidò, incapace di ottenere l’appoggio dei militari, non ha portato alla caduta del regime di Nicolas Maduro, e nelle trattative per la denuclearizzazione della Corea del Nord, con la quale è sempre stato contrario ad intraprendere qualsiasi iniziativa di dialogo, come dimostra il fatto che non ha accompagnato il Presidente all’ultimo vertice con Kim Jong-Un.

Nell’ottica di Bolton, tanto l’Iran quanto il Venezuela e la Corea del Nord non sarebbero altro che interlocutori inaffidabili e in quanto tali non meriterebbero aperture diplomatiche bensì il pugno di ferro: una linea estremamente aggressiva, di ingerenza che, anche in virtù dei deludenti risultati, lo aveva isolato all’interno dell’Amministrazione e che era in forte contrapposizione a quella più erratica e riluttante del Presidente Trump il quale, convinto dell’efficacia delle proprie capacità di trattativa da imprenditore, ha recentemente prospettato la possibilità di ridurre le sanzioni ed incontrare il Presidente iraniano Rouhani a margine della prossima Assemblea generale dell’ONU, desiderando, inoltre, ritirare il prima possibile le truppe americane dall’estero, eventualità, al momento, rinviata per quanto concerne l’Afghanistan. In sostanza, una divergenza di vedute che era ben nota all’interno dell’Amministrazione tanto che il Segretario di Stato Mike Pompeo si è detto «per niente sorpreso» per quanto avvenuto a Bolton, con il quale – ha ammesso – «molte volte siamo stati in disaccordo» e proprio questa mancanza di sintonia tra i due potrebbe aver convinto Trump a far fuori il Consigliere per la Sicurezza Nazionale.

Le reazioni dall’estero sono state molteplici e di diverse gradazioni: «La marginalizzazione e conseguente eliminazione di Bolton non è un incidente ma un segnale decisivo del fallimento della strategia di massima pressione degli Stati Uniti di fronte alla resistenza costruttiva dell’Iran», ha commentato Hesameddin Ashena, Consigliere del Presidente iraniano Hassan Rohani su Twitter dove, nelle stesse ore, il portavoce del governo iraniano Ali Rabiei ha spiegato: «John Bolton aveva promesso mesi fa che l’Iran sarebbe durato per altri tre mesi. Siamo ancora in piedi e se n’è andato. Con l’espulsione del più grande sostenitore della guerra e del terrorismo economico, la Casa Bianca affronterà meno ostacoli nella comprensione delle realtà iraniane». «La sete di guerra (degli Stati Uniti) dovrebbe andarsene con il capo della guerra calda»,ha scritto su Twitter il Ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif, contestando la decisione americana di imporre nuove sanzioni nei confronti dell’Iran: «Mentre il mondo tirava un sospiro di sollievo per l’espulsione dello scagnozzo del #B_Team dalla Casa Bianca, (Washington) annuncia un’ulteriore escalation del #TerrorismoEconomico contro l’Iran». Più dure le parole dell’inviato dell’Iran presso le Nazioni Unite, Majid Takhteravanchi: «L’uscita del Consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton dall’Amministrazione del Presidente Donald Trump non porterà l’Iran a riconsiderare i colloqui con gli Stati Uniti».

«Il signor Bolton è quello che ha più mentito e ha fatto più danno al nostro popolo. La verità storica ha battuto i demoni della guerra! Il futuro ci appartiene!», ha twittato con soddisfazione il Vicepresidente venezuelano Tareck El Aissami. Da parte russa, il Portavoce del Presidente Vladimir Putin, Dmitri Peskov, si è limitato a dire che la vicenda è una questione interna degli Stati Uniti mentre il Viceministro degli Esteri, Sergei Ryabkov, ha spiegato il suo scetticismo circa un possibile miglioramento dei rapporti tra Mosca e Washington visto che già in passato cambi nell’Amministrazione americana non hanno portato alla normalizzazione delle relazioni: «Giudichiamo in base agli atti, non alle dichiarazioni o alle intenzioni. Quando vediamo progressi, allora possiamo dire che qualcosa è cambiato». Di certo la dipartita di Bolton, fautore dell’uscita degli USA dall’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF), il trattato sui missili balistici nucleari a raggio intermedio firmato nel 1987 da Reagan e Gorbaciov, potrebbe favorire un certo dialogo con il Cremlino, almeno nell’ambito della sicurezza e degli armamenti. A livello europeo, Norbert Roettgen, il Presidente della Commissione per la politica estera del Parlamento tedesco, ha accolto con cautela la decisione di Trump, definendola «un’opportunità, non da ultimo per le relazioni transatlantiche».

Sarà così? Assisteremo effettivamente ad un cambiamento nella politica estera americana oppure, come sostiene il Segretario di Stato Pompeo, essendo sempre state tutte decisioni del Presidente, la linea non cambierà per effetto del licenziamento di Bolton? Non è difficile che l’assenza dell’ex Consigliere possa facilitare una maggiore propensione verso un approccio più diplomatico dell’Amministrazione. Tuttavia, ad esempio per quel che riguarda le trattative con i Talebani in Afghanistan, «il fatto che ci sarà presto un nuovo consigliere non cambierà la strategia fondamentale» – ha sottolineato il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg – «che è quella continuare a dare sostegno militare all’Afghanistan per creare le condizioni per una soluzione negoziata, pacifica… E tutti gli alleati vogliono una soluzione negoziata, credibile per la quale servono alcuni requisiti minimi, alcune condizioni di base. Stiamo lavorando per un accordo di pace, non per un accordo di uscita».

Improbabile, soprattutto con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, che, come auspicano alcune testate americane, il licenziamento di Bolton segni l’inizio di un dibattito interno al Partito Repubblicano, tra sostenitori e oppositori della linea di Trump in politica estera.  «Abbiamo cinque persone che vogliono molto» il suo posto, ha rivelato oggi il Presidente, ribadendo che «John non era in linea con quello che stavamo facendo». Una motivazione che, però, ha sollevato anche molte critiche, come quella dell’ex Ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite durante la Presidenza Obama, Samantha Power: «L’ instabilità nel mondo non è mai aiutata dall’instabilità al centro del governo della Nazione più potente del mondo».

A comprendere ancor meglio le dinamiche che possono essere innescate, a livello di politica estera americana, dal licenziamento di Bolton, ci ha aiutato Andrea Dessì, Senior Fellow del programma Mediterraneo e medioriente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)

 

Bolton è stato sempre identificato come un ‘falco’ della politica estera americana. In cosa si differenziava nel dettaglio da quella delle ‘colombe’ (rappresentate da chi? Pompeo?) nella gestione della crisi del Venezuela, della Corea del Nord, dell’Iran, dell’Afghanistan e della Siria, e come cambia, se cambia, ora la politica dell’Amministrazione Trump specificatamente su questi dossier?

La classica, seppure riduttiva, distinzione tra ‘falchi’ e ‘colombe’ in politica estera Usa non ha facile collocazione nell’amministrazione Trump, specialmente dalla fine del 2018 in poi, anno in cui hanno lasciato l’amministrazione personaggi come James Mattis, ex-segretario della difesa, e Rex Tillerson, ex-segretario di stato Usa. Entrambi questi personaggi però non possono essere definiti ‘colombe’ – si pensi che una delle ragioni principali per le dimissioni di Mattis nel dicembre 2018 è stato l’annuncio (poi rivisto) da parte di Trump di un imminente ritiro delle truppe Usa dalla Siria. Detto questo, i loro successori lo sono ancora di meno, specialmente la figura di Mike Pompeo, attuale Segretario di Stato Usa e uno dei principali architetti, assieme a John Bolton, della politica di ‘maximum pressure’ verso l’Iran. Invece di un focus su falchi e colombe, la distinzione all’interno dell’amministrazione Trump è più che altro una di stile e forma, specialmente per quanto riguarda concetti come multilateralismo e l’attenzione agli alleati, aspetti che se vogliamo possono anche essere inquadrate in ambito generazionale. In questo contesto vediamo esponenti più anziani ed esperti – figure appunto come Mattis e, un po meno, Tillerson – che tendono a scontrarsi con le figure meno esperte e con poca esperienza diplomatica, ma che sono più attente alla politica domestica e il coltivare di consenso politico tra i sostenitori di Trump, anche se questo va a discapito di alleati tradizionali e, specialmente, dei pareri della ‘establishment’ o la burocrazia della politica estera Usa. Da qui vediamo importanti differenze di stile e forma nel condurre la politica estera Usa, nel coordinamento (o meno) con gli alleati e negli obbiettivi – realistici o meno – prefissi da questa politica. Per quanto riguarda John Bolton, oramai ex-Consigliere per la sicurezza Usa, la sua collocazione è senz’altro inquadrata in ambito dei ‘falchi’, ma forse anche qualcosa in più. Bolton si potrebbe definire il ‘capo’ dei falchi, oppure un ‘falco 2.0’, un personaggio che ha costruito e coltivato questa reputazione da molti anni, distinguendosi con prese di posizione molto militariste e massimaliste, ma che spesso hanno trovato dissenso tra i ranghi dell’esercito e il Pentagono, anche ai tempi di Bush figlio. È proprio questa reputazione che lo ha reso appetibile al Presidente Trump. La decisione di Trump di incaricare Bolton come Consigliere per la Sicurezza è secondo me frutto di una tattica precisa volta ad aumentare l’incertezza sulla direzione della politica estera Usa e dare un messaggio che Trump fa sul serio. In questo senso, Bolton ha giocato un ruolo chiave nell’ aumentare la percezione di un presidente forte e determinato, che non ha paura dello strumento militare. Ora però, se vediamo i principali dossier sul quale ha lavorato in prima persona Bolton – Iran, Venezuela, Afghanistan, Corea del Nord – è evidente che più volte ci sono stati scontri di opinione con il Presidente e che i risultati sono molto deludenti. Per quanto riguarda l’Iran, Bolton è completamente opposto a qualsiasi apertura verso il presidente Rouhani, idea che ora sta prendendo piede in vista degli incontri annuali dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di questo mese. Sul Venezuela, Bolton è stato uno dei principali architetti dei tentativi Usa di fomentare una rivoluzione popolare contro il Presidente Maduro, piano che però è fallito miserabilmente. In Afghanistan, Bolton si è opposto ad un ritiro completo delle truppe Usa nel contesto di un trattato di pace con i Talebani (oramai momentaneamente rimandato), posizione invece sostenuta da Pompeo e il Presidente Trump, ancora alla ricerca di un ‘successo’ in politica estera prima delle elezioni del 2020. In Corea del Nord, Bolton è stato accusato di aver causato il collasso dei negoziati, avendo presentato posizioni descritte come troppo massimaliste, se non offensive, durante l’ultimo incontro con i negoziatori coreani. Per queste ragioni, Bolton si trovava da tempo marginalizzato all’interno dell’amministrazione, fino ad arrivare all’annuncio del suo licenziamento da parte di Trump (notizia comunque contestata da Bolton stesso, che sostiene di aver presentato le dimissioni). 

Come cambia, se cambia, la politica estera USA in relazione ai ‘rivali’ più importanti, Russia e Cina, e come cambia, se cambia, nei confronti degli alleati, siano essi europei, asiatici o mediorientali?

Difficile dire se e quanto potrà cambiare la politica estera Usa dopo l’uscita di scena di Bolton, almeno fino a quando rimane in carica Mike Pompeo. Probabile che vi sia una leggera distensione nella politica Usa verso l’Iran, ma non un completo abbandono della politica di ‘maximum pressure’. Ora sono in molti ad aspettarsi una riapertura nel coordinamento con l’Europa, e in specie la Francia, verso l’Iran, con un possibile incontro tra Trump e il Presidente Iraniano ai margini dell’Assemblea Generale Onu. Ma non basta un semplice incontro per cambiare la politica Usa. Ci sarà ancora molto da aspettare per dare un giudizio, specialmente sui dossier ‘caldi’ come Russia e Cina. Anche in Medioriente, da Israele all’Iran, mi aspetto più continuità che discontinuità con il passato, specialmente il recente passato, diciamo da giungo di quest’estate in poi con le escalation militari nel Golfo Persico, che sono poi rientrate. Detto questo, la cosa preoccupante è capire se e quanto gli alleati regionali – Israele e paesi Arabi del Golfo – avranno la capacità di influenzare la direzione della politica estera di Trump e come reagiranno se e quando Trump davvero dimostra un interesse nel negoziare un nuovo accordo con l’Iran (a patto che questo sia davvero possibile). 

Qual’è stata la scintilla o consiglio sbagliato che ha causato il licenziamento di Bolton (ancora non si è capito se lo ha chiesto Trump o Bolton stesso) e pensi che con l’uscita di scena di Bolton, tutta l’Amministrazione sarà più coesa e più indirizzata, a partire da Trump, verso la linea delle ‘colombe’?

Ci sono diverse teorie. Non credo vi sia un evento preciso che ha portato alla sua uscita di scena. Erano mesi che Bolton si trovava sempre di più in minoranza all’interno dell’Amministrazione, e visto il susseguirsi di cambi di personale e licenziamenti, alcuni avevano già predetto una sua uscita di scena. Per me è stato una combinazione di aspetti e i fallimenti in Venezuela e in Corea hanno giocato un ruolo primario, cosi come i tentativi della Francia di Macron di convincere Trump ad aprire un dialogo con l’Iran e l’opposizione di Bolton. A mio parere, l’uscita di scena di Bolton indica come la sua figura non era più necessaria per consolidare l’impressione di un Presidente forte e deciso. In questo senso, Bolton ha già portato a termine il ruolo che doveva compiere per Trump, un ruolo tattico e di percezione, volto a tenere i nemici Usa sulla difensiva e aumentare l’incertezza sugli obiettivi ultimi della politica estera di Trump. Su quanto sia stato un successo si può discutere, ma il fatto che per un anno si è potuto puntare a Bolton come esempio di ‘super-falco’ è senz’altro servito per aumentare la pressione – psicologica ma anche economico-militare – verso gli avversari Usa, primo tra tutti l’Iran. Questa figura, infine, è servita anche per dare ulteriore prova di quanto Trump sia diverso da Obama, un aspetto che come sappiamo continua a stare molto a cuore al presidente Trump.  

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