lunedì, Settembre 23

Stati Uniti – Iran: escalation o gioco delle parti? "Un atteggiamento abbastanza stupido visto che potrebbe anche scatenare una crisi"

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Sono giorni di tensione nel Golfo: la temperatura è sembrata aumentare a partire da domenica 12 maggio con il sabotaggio di quattro petroliere al largo di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti e il successivo attacco (poi rivendicato dai ribelli Houthi) con droni rivolto controdue pozzi petroliferi in Arabia Saudita. I sospetti, soprattutto degli Stati Uniti, sono subito ricaduti sull’Iran«Avventurismo di parti straniere» e «parte del copione del B-team (costituito da John Bolton, Benjamin Netanyahu, Mohammad Bin Salman e Mohammad Bin Zayed)», così ha definito questi episodi il Ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Jarif Zarif. Tuttavia, queste sono state solo gocce che hanno fatto traboccare un vaso ormai colmo da tempo: ad un anno dal ritiro americano dall’accordo sul nucleare (JPOA), pochi giorni dopo aver inserito i Guardiani della Rivoluzione nell’elenco delle ‘organizzazioni terroristiche’, il Presidente Donald Trump ha annunciato a fine aprile la fine delle esenzioni sull’acquisto di petrolio iraniano ad otto Paesi (tra cui l’Italia e cinque asiatici), il Premier della Repubblica Islamica, Hassan Rohani, ha annunciato la sospensione (che non comporta l’uscita) di alcuni impegni derivanti dall’accordo (le riserve in eccesso di uranio arricchito e acqua pesante, che non saranno più esportate), in particolare la sezione 26 e 36 che permette all’Iran di cessare alcuni o tutti i suoi impegni se una delle altre parti non aderisce all’accordo, anche attraverso la reimposizione delle sanzioni. E ha posto a 60 giorni la scadenza per i partner per tornare a rispettare l’accordo, pena la sua cancellazione definitiva. Pochi giorni prima, Teheran aveva minacciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 20% delle esportazioni petrolifere globali:  un alto ufficiale dei Pasdaran, Mohammad Saleh Jokar, aveva detto a proposito: «I nostri razzi hanno un raggio di azione di duemila chilometri e quindi possono colpire facilmente qualsiasi nave nel Golfo Persico»

«In risposta a una serie di indicazioni e avvertimenti preoccupanti, gli Stati Uniti stanno schierando il gruppo di attacco della USS Abraham Lincoln e una task force per i bombardieri (B52, F15, F35) nella regione del Comando centrale degli Stati Uniti», aveva reso noto poche settimane fa John Bolton in una dichiarazione. Lo schieramento è finalizzato a inviare – aveva spiegato – «un chiaro e inconfondibile messaggio al regime iraniano secondo cui qualsiasi attacco agli interessi degli Stati Uniti o su quelli dei nostri alleati incontrerà una forza inesorabile. Gli Stati Uniti non stanno cercando la guerra con il regime iraniano, ma siamo pienamente pronti a rispondere a qualsiasi attacco, che sia ‘per procura’, o dal Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, o dalle regolari forze iraniane». E’ stata poi ufficializzata  in questi giorni l’installazione una batteria di missili Patriot in Medio Oriente. Contestualmente, a detta degli Stati Uniti, alcune immagini satellitari avrebbero provato lo spostamento di missili a corto raggio da parte iraniana. Neanche martedì, il ministro della Difesa ad interim, Patrick Shanahan, avrebbe presentato a Donald Trump un aggiornamento del piano militare che prevede l’invio di un massimo di 120.000 soldati americani in Medio oriente nel caso in cui l’Iran dovesse attaccare le forze americane o accelerare sulle armi nucleari. La notizia riportata dal New York Times è stata definita una ‘fake news’ da Donald Trump che, invece, ha auspicato il ritorno degli iraniani al tavolo delle trattative, lui che, però, non ha mai nascosto la volontà di dialogare solo dopo la caduta del corrotto regime degli ayatollah.

La strategia, quindi, appoggiata da Riad e Gerusalemme, sarebbe quella di aumentare la pressione anche militare su Teheran, non ancora vinta dallo strangolamento economico delle sanzioni, e costringerla a negoziare un nuovo accordo. Ipotesi che pare non trovare per niente concorde la leadership iraniana, piuttosto decisa a mantenere il punto, rimarcando, come certificato dagli organismi internazionali, il proprio rispetto dell’intesa. Da questo punto di vista, è proprio Washington ad essere avvitata e alla ricerca di un grimaldello che possa mettere fine allo stallo. Certo è che i moderati in Iran, Rohani in primis, sono sempre più in difficoltà e se l’Europa si è mostrata, nonostante i tentativi, incapace di mantenere i suoi impegni, la Russia e la Cina sembrano essere gli unici attori pronti a difendere a spada tratta Teheran. Se la voce grossa esibita dagli Stati Uniti sembra funzionale ad un recupero del terreno negoziale perso, quella esibita dall’Iran sembra dettata dalla necessità di non mostrare debolezza rispetto all’unilateralismo americano. Tutto sommato, un conflitto aperto rimane impensabile per un Presidente come Trump, da sempre critico dall’interventismo di alcuni suoi predecessori nella regione e che sei mesi fa parlava di un ritiro dalla Siria e dall’Afghanistan.

Ecco che, sebbene le navi americane siano entrare nello Stretto di Hormuz senza problemi, in molti si chiedono cosa succederà soprattutto all’indomani della decisione americana di ritirare il personale diplomatico non di emergenza da Baghdad ed Erbil. E’ veramente possibile un conflitto tra gli USA e la Repubblica Islamica? Quale ruolo giocano Cina e Russia? E l’Europa? Ne abbiamo parlato con Massimo Campanini, noto ed apprezzato islamista, esperto di Medioriente.

 

Cosa sta succedendo nel Golfo? Siamo sulla soglia di un conflitto tra Stati Uniti e Iran? E a chi giova un aumento della tensione?

È sembrato potesse iniziare un confronto militare con l’Iran. A me questi sabotaggi sono tanto come provocazione nel senso che non mi pare che questo sia il momento favorevole per l’Iran di tirare la corda E arrivare ad uno scontro frontale. Mi sembrano più delle provocazioni per trovare un pretesto, un casus belli, per aggredire l’Iran che più che aggressore, pare essere aggredito.

Il capo della diplomazia iraniana, Mohammad Jarif Zarif, ha parlato a questo proposito di «avventurismo di parti straniere» e di «parte del copione del B-team(costituito da John Bolton, Benjamin Netanyahu, Mohammad Bin Salman e Mohammad Bin Zayed)».
Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita chi sono gli alleati nemici dell’Iran nel Golfo sembravano premere l’acceleratore per provocare un casus belli. Ecco perché parlavo di ‘aggredito’.
L’aumento della tensione è funzionale ad un conflitto aperto o ad un innalzamento della posta in gioco?
Non lo so, è difficile dirlo perché l’ipotesi di un conflitto aperto mi sembra folle nel senso che in una situazione come quella attuale di un Medioriente disgregato, con l’Iraq a pezzi, la Siria a pezzi, la Libia a pezzi, la Turchia con forti tensioni interne, aprire un altro fronte di conflitto, di crisi, considerando che l’Iran non è un piccolo Paese secondario, sarebbe catastrofico. Ma non saprei dire fino a che punto soprattutto Arabia Saudita e Israele voglio spingere l’acceleratore. È una situazione veramente difficile da districare e da comprendere anche perché poi ieri Trump ha detto di aspettarsi che gli iraniani ritornino al tavolo dei negoziati. Sembra un tira e molla.
La Guida Suprema, Ali Khamenei, ha sostenuto che quella tra Iran e Stati Uniti «non è un conflitto armato bensì un conflitto di volontà» e che «nessuno dei due paesi ha interesse ad andare ad un conflitto armato». Allo stato attuale, però, ha detto, è «tossico negoziare con gli Stati Uniti ed ancora più tossico a negoziare con questo governo americano». Secondo lei, tenendo conto delle diverse posizioni rappresentate da Khamenei, Rohani, in questo momento la Repubblica Islamica potrebbe essere disposta a tornare al tavolo dei negoziati, nonostante abbia sempre rispettato, come certificato dagli organismi internazionali, l’accordo sul nucleare del 2015?
Io credo che l’Iran non voglio tornare al tavolo dei negoziati da una posizione non di forza ma comunque solida, una posizione che consenta all’Iran non dico di avere un via libera aperto, ma comunque una sorta di silenziosa approvazione del fatto che possa proseguire con il proprio programma nucleare che, a mio avviso, non avrebbe carattere militare. Certo, potrebbe diventarlo, ma allo stato attuale, non credo proprio che l’Iran abbia velleità di costruire l’atomica per bombardare Israele, come invece sostiene Benjamin Netanyahu. Sembra che soprattutto Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele non sappiano veramente cosa vogliono o meglio non sappiano come ottenere quello che vogliono, ossia la caduta del regime di Teheran.
E l’Europa, tra poco al voto e contro la quale si è scagliato il premier Rohani rimproverandone, nonostante alcuni tentativi come il sistema di pagamento INSTEX creato da Francia, Germania e Regno Unito, l’appiattimento sulle posizioni di Washington?
Il problema è proprio quello: fino adesso l’Europa si è appiattita, non ha avuto Il coraggio di una politica autonoma rispetto a  quella americana. Fin quando l’Iran è nato, cioè quarant’anni fa, la politica europea è stata al carro di quella degli Stati Uniti. E ovviamente vero che se l’Europa scegliesse di avere una posizione diplomatica chiara, che ne facesse un protagonista autonomo, è chiaro che potrebbe avere voce in capitolo a livello politico, ma anche economico ed energetico. Ora siamo in attesa di cosa accadrà con il voto del 26 maggio, ma è chiaro che alle elezioni del 26 maggio se venisse fuori un parlamento europeo spostato verso il sovranismo, beh io penso che ancor meno un’Europa di questo genere potrebbe avere voce in capitolo in questo gioco diplomatico. Tenterebbe piuttosto di svincolarsene, di lavarsene le mani.
A Rohani costerebbe politicamente più uscire definitivamente dall’accordo, sul quale peraltro hanno puntato molto sia lui che il suo Ministro degli Esteri Zarif, oppure tornare al tavolo dei negoziati? In altre parole, come può il Premier uscire da questo impasse considerando che, come ricordato, sia la Guida Suprema Khamenei che i Pasdaran, ma, per certi versi, anche lo stesso Zarif, hanno già espresso una posizione contraria rispetto all’ipotesi del dialogo?
Rohani è in qualche modo bloccato, vincolato dalla zavorra dei rapporti di forza politici interni tra moderati e radicali che non sono ancora chiari o, perlomeno, sono chiari però non si capisce chi può avere la prevalenza sull’altro. Quindi è chiaro che Khamenei e i Pasdaran c’è una posizione più rigida e intransigente è ovvio che si trova in una posizione più facile perché evidentemente il dire di no è più semplice visto che non costringe a mediare rivedere le proprie posizioni e ad arrivare a dei colloqui mentre dall’altra parte, dove si vorrebbe proseguire il trattato ed avere una posizione aperta al dialogo, non si ha la forza sufficiente per far pendere il piatto a proprio favore perché mediare è più difficile.
Agli occhi dell’opinione pubblica iraniana che, probabilmente, con il rientro in vigore delle sanzioni senza esenzioni, è attesa da difficoltà economiche sempre maggiori, quale posizione è più accettabile?
Io credo che l’opinione pubblica sia maggiormente favorevole ad arrivare ad un accordo. Era chiaro che ci sono in ballo anche l’interesse, di esempio, delle fondazioni e dei potentati economici interni legati ai Pasdaran, alla struttura clericale del potere i quali preferiscono una posizione rigida perché questa consente loro di tenere in mano in maniera più solida e consolidata il potere. L’opinione pubblica sarebbe favorevole ad un asino soluzione negoziata. Quanto poi è opinione pubblica sia in grado di far pesare Questo tipo di posizione rispetto al potere centrale è tutto un altro discorso.
Trump ieri ha dichiarato di auspicare che gli iraniani tornino al tavolo dei negoziati, ma uscendo per primo dall’accordo, ha messo benzina nei serbatoi dell’ala più radicale e ha compromesso, a livello negoziale, la credibilità degli Stati Uniti?
Certamente. È chiaro che è un personaggio come Trump possa indurre gli iraniani a pensare che non abbia la capacità di condurre un negoziato e quindi possono sfruttare questa posizione ondivaga a loro favore.
Negli ultimi giorni si è assistito ad un aumento massiccio della presenza militare americana nel Golfo. Un gesto forte, ma con quale obiettivo? Provocare? Colmare il gap di cui sopra, rafforzando la propria posizione a livello negoziale?
Certo, un modo minaccioso per dire: “se non vi adeguato a quello che diciamo noi, siamo pronti ad aprire il fuoco”. Però mi sembra un atteggiamento abbastanza stupido visto che potrebbe anche scatenare una crisi in grado di investire tutta la regione.
Il Pentagono ha annunciato un nuovo piano militare che prevederebbe, in caso di guerra con la Repubblica Islamica, l’invio di 120.000 uomini, un numero pari a quelli inviati da Bush nel 2003 per invadere l’Iraq. Un piano nel quale molti hanno intravisto l’impronta del super falco Consigliere della Sicurezza Nazionale, John Bolton. Interpellato in merito, Trump ha replicato che trattasi di una fake news ed ha dichiarato di essere disposto al dialogo con Teheran. Si può credere a questo nuovo approccio di Trump? 
E’ proprio su questa posizione ondivaga che gli iraniani puntano per neutralizzare le potenziali minacce.
L’apparente diversità di opinioni all’interno dell’amministrazione è una sorta di gioco delle parti? Rassicurare gli alleati regionali minacciando, ma senza arrivare allo scontro?
Esatto, una politica sulla quale, però, Teheran può giocare.
La minaccia militare è funzionale ad aumentare ancora di più la pressione su Teheran, che ancora non sembra cedere allo strangolamento economico. 
Certo, è molto probabile. L’Iran non è un piccolo Paese e non si può pensare di trattarlo come l’Iraq di Saddam. I 120.000 uomini sono stati sufficienti a buttare giù il regime di Saddam, ma non sono convinto che siano altrettanto sufficienti per far cadere Teheran.
Qual è il ruolo della Russia in questa vicenda? Lunedì il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha incontrato l’omologo russo Serghej Lavrov, ma due giorni fa Putin si è detto non del tutto tranquillizzato da quanto asserito dal capo della diplomazia americana ed ha tenuto a rimarcare che «la Russia non è un pompiere, non va a spegnere i fuochi in giro per il mondo» e che «questa crisi è stata causata dagli USA». Mosca intrattiene già un costante dialogo con Teheran per via della questione siriana, ma che ruolo gioca in questo momento di tensione tra Stati Uniti e Iran?
È chiaro che le russe tutte l’interesse di far calare il piatto della bilancia a proprio favore. La Russia attenuto in piedi Assad in Siria, lo ha fatto evidentemente con l’aiuto di Teheran e quindi a tutto l’interesse a stringere e bilanciare i propri rapporti di forza con gli Stati Uniti, rafforzando la propria amicizia con l’Iran.
E quale ruolo ha la Cina, in piena guerra commerciale con gli Stati Uniti e molto interessata al petrolio (importa 580mila barili giornalieri) di Teheran? «La Cina si oppone fermamente alle sanzioni unilaterali, e al cosiddetto ‘lungo braccio giurisdizionale’ imposto dagli Usa», ha dichiarato il mese scorso il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang.
L’Iran può contare sul fatto che sebbene le sanzioni sono molto pesanti e la popolazione ne soffre, la Russia e la Cina non permetteranno mai che l’Iran non venga definitivamente strangolato da queste misure. Quindi cercheranno di sostenere l’Iran e quindi di far sì che gli Stati Uniti vadano incontro ad una sconfitta diplomatica.
L’Iraq che è tornato al centro della scena: in questi giorni gli Stati Uniti hanno deciso di evacuare il personale diplomatico non di emergenza da Baghdad e Erbil mentre il governo iracheno si è proposto come mediatore tra la superpotenza americana e la potenza confinante iraniana. Va detto che in Iraq ci sono le PMU ovvero le milizie sciite sostenute anche da Teheran dalle quali Washington teme attacchi. È possibile che l’Iraq diventi terreno di scontro tra Stati Uniti e Iran?
Iraq è un paese che in quanto tale non esiste più: le tre componenti (sunniti, sciiti e curdi) fanno politiche autonome gli uni dagli altri. Certamente potrebbe diventare terreno di scontro, ma potrebbe anche diventare terreno di mediazione

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