lunedì, Gennaio 27

Stati Uniti – Iran: accordo in vista? Sarà un’altra vittoria della ‘linea dura’ del Presidente Trump?

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Negli ultimi giorni si sono fatte più insistenti le voci intorno a un dialogo in corso fra Stati Uniti e Iran, dopo le tensioni e i ‘venti di guerra’ che hanno segnato la scorsa estate. Già intorno alla metà di settembre, alla luce della decisione iraniana di riprendere il programma di arricchimento dell’uranio interrotto dalla firma del JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action – il c.d. ‘nucleardeal’ – del 2015), l’UE e il blocco dei Paesi europei firmatari dell’accordo (Francia, Germania e Gran Bretagna) avevano sottolineato ‘la necessità di sforzi diplomatici volti a ridurre la tensione e riprendere il dialogo. Nel giugno precedente, anche la visita a Teheran del Primo ministro giapponese Shinzo Abe era stata associata alla possibile apertura di un canale negoziale con la Repubblica islamica; un’ipotesi, questa, apparentemente suffragata dalle voci di trattive in corso fra Washington e Teheran già nel mese di luglio. In questo quadro, la possibilità di una visita del Presidente iraniano Hassan Rouhani a Tokyo non lascia del tutto stupiti, né lascia del tutto stupiti il fatto che – nonostante la retorica aggressiva – l’amministrazione USA cerchi comunque di tenere aperta la porta a un’uscita diplomatica dall’impasse seguito alla crisi delnuclear deal’.

Al momento, la visita di Rouhani a Tokyo resta ancora nella sfera delle possibilità, anche se alcune voci la fissano già per il prossimo 20 o 21 dicembre. E’, quindi, presto per capire quali potranno essere le sue implicazioni. Il Giappone mantiene tradizionalmente buone relazioni sia con Washington che con Teheran e ha un solido interesse alla stabilità della regione del Golfo; Tokyo, in particolare, è di gran lunga il maggiore importatore al mondo di energia dalla regione e le conseguenze negative di un’escalation della tensione su tale stato di cose sono facilmente immaginabili. Il fatto che l’iniziativa della visita sia – secondo la stampa giapponese — delle autorità iraniane è un altro fatto significativo, confermando come anche da parte della Repubblica islamica – al di là dei toni duri delle ultime settimane, soprattutto da parte della Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei – quella del negoziato continui a essere considerata la strada prioritaria. La scala delle recenti proteste, innescate non a caso da un inatteso aumento del costo dei carburanti, è un chiaro segnale del disagio politico che esiste nel Paese, disagio che si salda con l’incapacità del governo di portare a un credibile miglioramento nelle condizioni di vita della popolazione.

Da questo punto di vista, la possibilità di un alleggerimento delle sanzioni USA non può non risultare gradito a un ‘fronte moderato’ che – anche se senza Rouhani, che ha già raggiunto il limite dei due mandati — nel 2021 dovrà a presentarsi all’appuntamento con le urne. L’interrogativo è quale prezzo il governo di Teheran e le forze che lo sostengono saranno disposte a pagare per raggiungere questo risultato. Già prima dell’uscita dal JCPOA, l’amministrazione statunitense aveva dichiarato come suo obiettivo — più che quello di fare ‘saltare il tavolo’ – quello di giungere a una rinegoziazione dell’accordo a condizioni più favorevoli. Dal canto loro, le autorità iraniane hanno sempre dichiarato l’indisponibilità a rivedere i termini deldeal’, anche se è chiaro che – più che in tali termini – l’importanza del JCPOA risiede, agli occhi di Teheran, nella sua capacità di essere la base di un effettivo dialogo con Washington. La debolezza che l’Europa — sia nel suo insieme, sia a livello di singoli Stati — ha dimostrato negli scorsi mesi nel proporsi come un’alternativa credibile a Washington (specie sul piano economico, dove nemmeno lo ‘Special purpose vehicle’ sembra avere portato a risultati concreti) ha, nei fatti, rafforzato questa tendenza.

E’ un’altra vittoria della ‘linea dura’ del Presidente Trump? La risposta a questa domanda dipende da una parte dall’effettiva apertura di un dialogo fra le parti, dall’altra dalla piega che questo dialogo prenderà in concreto. Con l’approssimarsi della campagna elettorale negli Stati Uniti, la Casa Bianca sarà sempre più chiaramente presa fra la necessità di difendere una ‘linea dura’ che appare pagante in termini di consensi e quella di raggiungere quelgrande successo’ in politica estera che ancora manca nella ‘scorecard’ presidenziale. E’ comunque degno di nota che – in questo quadro – la grande assente sia un’Europa che del JCPOA è stata, in passato, forse la principale sostenitrice. Nonostante il significato politico che l’accordo ha per Bruxelles e gli interessi economici che molti Paesi europei hanno in Iran, sin dall’inizio la gestione statunitense del dossier nucleare sembra, infatti, avere messo il Vecchio continente fuori gioco. Oggi, la nuova centralità di Tokyo sull’asse Teheran/Washington è un’altra conferma di questa marginalizzazione. Una marginalizzazione che rischia di crescere se il dialogo fra le parti dovesse davvero avviarsi e – a maggior ragione – se questo dialogo dovesse condurre, alla fine, a risultati concreti.

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