venerdì, Ottobre 18

Stati Uniti: impeachment Trump, repubblicani divisi Anche nel Partito repubblicano è in corso, oggi, uno scontro fra diverse anime

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La ripresa del dibattito sulla possibile messa in stato d’accusa di Donald Trump per la vicenda ‘Ukrainegate’ pone una sfida importante al Partito repubblicano, sfida che le esigenze della campagna elettorale e l’avvicinarsi della scadenza del 2020 rendono più pressante; allo stesso tempo, essa porta alla luce il problema profondo del rapporto che il GOP intrattiene con un Presidente lontano dalla sua ‘ortodossia’ ma che, in questi anni, ha saputo imprimere con forza la sua impronta su un partito apparso, in varie occasioni, in cerca di una nuova identità. Nei giorni scorsi, vari esponenti repubblicani – anche ‘di peso’ – hanno espresso critiche alla condotta di Trump e al suo modo di gestire la vicenda ucraina. Joe Welsh – già Rappresentante dell’Illinois e oggi candidato alle primarie del partito – è arrivato a chiedere, in una lettera aperta indirizzata agli ex colleghi del Congresso, di ‘mettere il Paese prima del partito’ votando la richiesta di impeachment avviata dalla maggioranza democratica. Difficilmente l’invito di Walsh avrà effetti concreti. Al di là dell’interesse che l’ex congressman ha a vedere l’attuale Presidente messo ‘fuori gioco’, la sua iniziativa è comunque indicativa delle divisioni che attraversano l’establishment repubblicano.

Come nel Partito democratico, anche in quello repubblicano è, infatti, in corso, oggi, uno scontro fra diverse anime, scontro che l’elezione di Donald Trump e la ‘svolta’ prodotta dal suo aggressivo modello di comunicazione hanno accentuato. Occupando con forza il centro della scena, il Presidente ha progressivamente marginalizzato sia i suoi avversari sia la loro proposta politica, soprattutto quella moderata, più legata alle prassi e ai modelli del reaganismo, ancora considerato da molti una sorta di ‘epoca d’oro’ del GOP. Da questo punto di vista non stupisce che anche da esponenti repubblicani siano giunte critiche alla Casa Bianca, specie su temi sensibili come quelli dell’immigrazione, dei rapporti con la Russia e del legame con l’Arabia Saudita. Nonostante tutti i leader repubblicani abbiamo appoggiato – negli scorsi mesi – la candidatura di Trump a un secondo mandato e nonostante la competizione interna per la nomination sembri alquanto limitata, il malcontento, quindi, non manca. Cosa più grave, questa frattura non riguarda solo i vertici del partito ma interessa la stessa base elettorale, che, non a caso, anche sul tema dell’impeachment appare divisa, con un terzo circa dei ‘moderati’ favorevole alla messa del Presidente in stato d’accusa. 

Un sondaggio della CNN ha già messo in luce queste dinamiche evidenziando come proprio fra gli elettori repubblicani ‘moderati’ il numero di quanti si dichiarano favorevoli all’impeachment sia, in questi giorni, significativamente maggiore rispetto ai mesi del ‘Russiagate’. La portata di questo cambiamento (ammesso che si confermi come strutturale e non semplice frutto di situazioni contingenti) resta, però, da definire. Da una parte, esso può rilanciare le ambizioni di chi, già in passato, si è già proposto come una possibile alternativa a Trump. La sollecitudine di Mitt Romney nel condannare la condotta del Presidente quando le voci sulla telefonata al suo omologo ucraino Zelenskij hanno cominciato a circolare può essere inquadrata come una mossa in questa direzione. Nello stesso senso possono essere lette le dichiarazioni di altri esponenti repubblicani, come il senatore Ben Sasse o il Presidente della commissione intelligence della Camera dei rappresentanti, Mike Turner. D’altra parte, alla luce del favore di cui Trump gode presso i ‘falchi’ repubblicani a Washington e nell’elettorato, esso rischia anche di essere controproducente, rendendo più profonda la frattura oggi esistente e minando ulteriormente la compattezza del partito.

Le voci dissonanti di questi giorni non sono, quindi, segno del fatto che il GOP si stia in qualche modo accingendo a ‘scaricare’ il Presidente. Trump resta ancora il candidato repubblicano con le più probabilità di successo nella corsa del 2020, mentre il sostegno di cui gode nel partito – soprattutto dopo il voto di midterm del 2018 – lo mette al sicuro da possibili ‘colpi di mano’. Se giungere alla messa in stato d’accusa da parte della Camera dei rappresentanti è un processo relativamente facile, per ottenere la maggioranza qualificata necessaria a un giudizio di condanna bisogna che almeno venti senatori repubblicani votino insieme a una minoranza democratica totalmente compatta. Una condizione che, nei fatti, oggi non c’è e che – salvo sorprese difficilmente prevedibili – non ci sarà nemmeno nel prossimo futuro. Alcuni commentatori, tracciando un paragone con gli eventi che, dopo le dimissioni di Richard Nixon, hanno portato all’emergere del GOP reaganiano, hanno voluto vedere in una eventuale messa di Trump in stato d’accusa un momento di rilancio per il Partito repubblicano. Anche questa possibilità appare, tuttavia, remota, almeno fino a quando un numero adeguato di congressmen continuerà a vedere il proprio futuro politico legato a quello del Presidente e alla sua capacità di mobilitare consenso elettorale.

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