venerdì, Febbraio 28

Stati Uniti: impeachment, acqua al mulino di Trump? Il successo simbolico dell’approvazione dell’impeachment rischia di danneggiare i democratici

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L’approvazione da parte della Camera dei rappresentanti degli articoli di impeachment contro Donald Trump e il conseguente invio della documentazione al Senato per la fase finale del dibattimento rappresenta la conclusione scontata di un copione già in sé facilmente prevedibile. La larga maggioranza di cui il Partito democratico gode alla Camera bassa lasciava, infatti, prevedere questo esito sin da quando la vicenda ha preso avvio, alla fine di settembre, con l’annuncio da parte dello Speaker, Nancy Pelosi, dell’apertura della procedura per la messa del Presidente in stato di accusa. Nelle prossime settimane la palla passerà al Senato e anche qui è facile immaginare che poco cambierà rispetto a un copione già scritto. Difficilmente, infatti, in numero degli eventuali ‘franchi tiratori’ repubblicani sarà abbastanza alto dal permettere alla minoranza democratica di trasformarsi nella maggioranza qualificata necessaria per una condanna formale. Il leader della maggioranza repubblicana, Mitch McConnell, ha già etichettato l’inchiesta condotta dalla Camera come ‘la più affrettata, la meno scrupolosa e la più ingiusta’ della storia, una posizione che (al netto dell’enfasi retorica) dice molto sulla posizione del Grand Old Party e sulla compattezza del fronte pro-Trump a Capitol Hill.

Date queste premesse, può valere la pena di chiedersi chiabbia guadagnato di più da una vicenda che sembra destinata a chiudersi (almeno formalmente) senza vincitori né vinti. Il Partito democratico ha perseguito a fasi alterne l’obiettivo dell’impeachment presidenziale sin dall’epoca dell’insediamento di Donald Trump, frustrato nelle sue ambizioni – fino allo scorso novembre – da una maggioranza congressuale solidamente repubblicana. Da questo punto di vista, la decisione di avviare la procedura sulla scia del c.d. ‘Ukrainegate’ si colloca in una strategia di delegittimazione della figura del Presidente che risale ai giorni del ‘Russiagate’ e che sembra rappresentare – al momento – il solo elemento sul quale le varie anime del partito dell’asinello mostrano una certa convergenza. Di contro, se l’obiettivo di questa strategia era quello di sottrarre al Presidente il consenso delle fasce moderate del voto repubblicano, restie a sostenere un candidato apertamente inadatto al ruolo ricoperto, essa non sembra essere riuscita nel suo scopo, favorendo, al contrario, il raccogliersi intorno alla Casa Bianca delle fasce più ‘dure’ dell’elettorato GOP, per cui l’intera procedura non sarebbe che l’ennesima prova dell’ostilità preconcetta che l’‘establishment’ nutrirebbe nei confronti dell’‘anomalia Trump’.

Da questo punto di vista, l’impressione è che al netto di improbabili sorprese il dossier impeachment abbia finito per portare più acqua al mulino della Casa Bianca che a quello dei suoi oppositori. Significativamente, gli indici del gradimento presidenziale, seppure fra alti e bassi, non sono oggi molto diversi dal quelli di fine settembre (44,5% oggi contro 44,9 il 25 settembre secondo l’indice aggregato di RealClearPolitics). Da questo punto di vista, nemmeno la fase delle audizioni pubbliche sembra avere messo Donald Trump davvero in difficoltà. Dopo il minimo del 41,6% registrato il 26 ottobre, alla fine di un periodo di favore declinante iniziato proprio il 25 settembre, nelle settimane successive il favore pubblico nei confronti del Presidente è, anzi, cresciuto costantemente, se si esclude una limitata flessione fra l’ultima settimana di novembre e i primissimi giorni di dicembre. Lo scarto fra il tasso di approvazione e quello di disapprovazione rimane alto (7,5 punti percentuali al 19 dicembre); nulla, tuttavia, di diverso rispetto alla situazione pre-impeachment; un dato il cui valore politico è confermato dal fatto che, secondo i sondaggi al 18 dicembre, i contrari alla rimozione di Donald Trump dell’ufficio superino i favorevoli, anche se solo di 0,8 punti percentuali (48,0 contro 47,2%).

Il successo simbolico dell’approvazione dell’impeachment rischia, quindi, di trasformarsi in un boomerang politico. Ciò anche a causa di quella che sembra continuare a essere la difficoltà del Partito democratico a produrre un candidato credibile per voto del prossimo novembre. Lungi dall’essere la ‘pallotta d’argento’ auspicata da diverse parti, la candidatura Bloomberg sembra fare fatica a decollare (al 17 dicembre, 5,0% dei consensi secondo l’indice aggregato di RealClearPolitics contro il 27,8 di Biden, il 19,3 di Sanders, il 15,2 di Elizabeth Warren e l’8,3 di Pete Buttigieg); allo stesso tempo, essa ha finito per rinfocolare le polemiche interne riguardo alla ‘vera anima’ del partito stesso, rafforzando indirettamente la posizione dei candidati ‘radicali’, i cui consensi hanno ripreso a salire – dopo flessioni più o meno lunghe – proprio in parallelo all’ascesa di Bloomberg. Anche da questo punto di vista, si tratta di acqua che affluisce al mulino della Casa Bianca, soprattutto se si tiene conto di come una sconfitta nell’aula del Senato rischi di innescare, negli sconfitti, una ‘resa dei conti’ potenzialmente pericolosa, data anche la contrarietà a suo tempo espressa da diverse figure ‘di peso’ dell’establishment democratico (fra cui proprio Nancy Pelosi) a percorrere la strada in seguito scelta.

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