giovedì, Dicembre 12

Stati Uniti: il Partito democratico e gli interrogativi sull’immigrazione Ecco la proposta dei candidati democratici

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Come è già stato nel 2015-16, anche nella prossima campagna presidenziale il tema dell’immigrazione sembra destinato occupare una posizione centrale. Nel discorso di Orlando della scorsa settimana, Donald Trump, lanciando la sua candidatura per il 2020, ha rivendicato la realizzazione del ‘muro con il Messico’ come uno dei successi della sua amministrazione, sottintendendo come la ‘linea dura’ a questa sottesa sia destinata a rimanere il tratto distintivo anche di un suo eventuale secondo mandato. L’argomento tocca corde sensibili dell’elettorato. La recente minaccia di introdurre sanzioni economiche nel caso il Messico non adotti misure più rigide per contrastare l’immigrazione clandestina verso gli USA è vista con favore da larghe fette dell’opinione pubblica statunitense e anche se i livelli di consenso sono (prevedibilmente) maggiori fra gli elettori repubblicani, il giudizio positivo sulla scelta del Presidente è sostanzialmente bipartisan. Più divisiva è la issue del ‘muro’, cui, nei mesi passati, si è intrecciato il dibattito sui poteri presidenziali (in occasione della decisione di Donald Trump di dichiarare lo stato di emergenza per superare le resistenze del Congresso alla sua costruzione) e, prima ancora, la vicenda dello shutdown, la sospensione dei servizi federali a causa dello scontro fra Presidente e Congresso intorno ai fondi per il suo finanziamento.

Date queste premesse, non stupisce che il tema dell’immigrazione sia al centro del dibattito anche nel Partito democratico e che, all’interno di questo, rappresenti un importante elemento di divisione fra i candidati che si sfidano per la nomination presidenziale. I due incontri pubblici che si sono svolti mercoledì e giovedì a Miami (il primo con la partecipazione di Elizabeth Warren, Cory Booker, ‘Beto’ O’Rourke, Julián Castro, Amy Klobuchar, Tulsi Gabbard, Jay Inslee, Bill de Blasio, Tim Ryan e John Delaney, il secondo con quella di Joe Biden, Bernie Sanders, Kamala Harris, Pete Buttigieg, Kirsten Gillibrand, Michael Bennet, John Hickenlooper, Eric Swalwell, Marianne Williamson ed Andrew Yang) hanno messo chiaramente in luce questo aspetto. Data per scontata l’ostilità di tutti alla ‘linea dura’ dell’amministrazione e il favore al ritorno alle disposizioni più ‘morbide’ in vigore fino al 2016, il confronto ha portato, infatti, in primo piano la distanza che separa la componente ‘liberal’ (che si è molto rafforzata da quando Donald Trump siede alla Casa Bianca) dai ‘pragmatici’ che sino alle ultime elezioni rappresentavano il nucleo duro del partito e contribuivano in maniera determinante a tracciarne la piattaforma politica. Le ricadute politiche in un Paese in cui una parte crescente della popolazione ha origini ispaniche e le implicazioni emotive che la questione dell’immigrazione solleva concorrono anch’essa ad accrescerne la sensibilità politica.

Non è, quindi, casuale che proprio negli incontri degli scorsi giorni soprattutto tre candidati (l’ispanico Castro, il texano O’Rourke ed Elizabeth Warren) abbiano presentato come parte delle loro piattaforme elettorali programmi organici per affrontare la questione migratoria. In particolare, Julián Castro (Segretario all’Housing and Urban Development con Barack Obama) ha reso noto già ad aprile un dettagliato progetto per abrogare varie norme in tema d’immigrazione introdotte dalle amministrazioni Trump e G.W. Bush, fra cui quelle che definiscono reato il passaggio clandestino delle linee di confine. A favore della depenalizzazione si sono espressi anche Elizabeth Warren e ‘Beto’ O’Rourke (che durante la campagna dello scorso anno per il seggio senatoriale del Texas si era espresso in favore di una drastica revisione della normativa vigente), oltre a Cory Booker, Pete Buttigieg, Jay Inslee, Wayne Messam, Seth Moulton, Bernie Sanders, Marianne Williamson e Andrew Yang. Un consenso condiviso esiste, inoltre, intorno all’idea di ammettere all’ottenimento della cittadinanza statunitense i circa undici milioni di stranieri che oggi vivono negli USA in clandestinità o nel quadro di varie forme di protezione umanitaria e di riaprire le porte del Paese ai 110.000 richiedenti asilo che l’amministrazione Obama aveva previsto di ammettere nell’anno fiscale 2017.

Il quadro non è, tuttavia, lineare come potrebbe apparire. Molti di questi stessi candidati hanno espresso posizioni contrastanti su altri aspetti della politica migratoria, quali il trattamento da riservare alle famiglie degli immigrati clandestini, l’organizzazione, i poteri e il finanziamento degli organi di border control e, in alcuni casi, la realizzazione di forme di separazione fisica lungo le frontiere meridionali del Paese. Altri (primo fra tutti Joe Biden) hanno scelto di tenere su tutte le questioni legate all’immigrazione un profilo volutamente basso, puntando la loro campagna su altri temi, primi fra tutti quelli economici. E’, per molti aspetti, un segnale di quanto sensibile la issue sia per quella fascia di elettorato che, se da una parte ha un atteggiamento positivo nei confronti del fenomeno migratorio e non condivide la ‘linea dura’ dell’amministrazione, dall’altra considera proprio l’immigrazione il maggior problema che gli Stati Uniti devono affrontare e chiede una riduzione nel numero di immigrati che gli USA dovrebbero ospitare. L’attuale amministrazione ha offerto una risposta a una parte di questi timori; una risposta che, tuttavia, non sembra essere condivisa da un’ampia fetta dell’opinione pubblica. Se e quanto questo bacino di insoddisfatto riuscirà a trovare ciò che cerca nella proposta dei candidati democratici resta, al momento, una domanda ancora aperta.

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