sabato, Settembre 19

Stati Uniti: il no di Trump al ‘Global compact on migration’ Quali le conseguenze a livello internazionale? Parla Maurizio Ambrosini, Docente di Sociologia delle Migrazioni presso la Facoltà di Scienze politiche, Università degli Studi di Milano

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«La dichiarazione non è in linea con le politiche per l’immigrazione e i rifugiati americane e con i principi dell’amministrazione Trump». Queste le parole usate dall’ ambasciatrice americana all’ ONU, Nikki Haley per annunciare il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo delle Nazioni Unite per una migrazione sicura, il Global Compact on Migration siglato nel settembre dello scorso anno.

Il 19 settembre 2016 i rappresentanti dei 193 Stati membri dell’ONU avevano preso parte al Vertice delle Nazioni Unite su migranti e rifugiati, organizzato nella cornice dell’ Assemblea generale. La conclusione del Vertice era stata la Dichiarazione di New York per i rifugiati e i migranti. Nonostante le critiche da parte di Organizzazioni non governative (ONG) internazionali, circa debolezza della Dichiarazione in quanto non vincolante per i Paesi che l’hanno firmata, la Dichiarazione ha dato avvio ad una serie di consultazioni e confronti, i cui lavori dovrebbero concludersi nel 2018. Di questo dibattito internazionale, la Dichiarazione illustrava i punti cardine.

«Le nostre decisioni sull’immigrazione devono essere sempre prese dagli americani e solo dagli americani» ha spiegato l’ ambasciatrice, mettendo in luce il principio dell’ ‘America First’, ribadito più volte dal Presidente Trump.  «Siamo noi a decidere come meglio controllare i nostri confini e a stabilire a chi sarà consentito entrare nel paese» ha incalzato Nikky Haley.

Ma quali conseguenze ha, in prospettiva, a livello internazionale e nella gestione dei flussi, la decisione statunitense? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Ambrosini, Docente di Sociologia delle Migrazioni presso la  Facoltà di Scienze politiche, Università degli Studi di Milano

Nel fine settimana, l’ Ambasciatrice americana all’ ONU Nikky Haley, ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal ‘Global compact on migration’, firmato nel settembre 2016. In breve, come può essere definito questo trattato?

Il ‘Global compact on migration’ è un processo in divenire e le Nazioni Unite hanno lanciato questo duplice binario di discussione tra i Paesi aderenti all’ ONU sul tema dell’ immigrazione da una parte e, dall’ altra, dell’ asilo. Lo slogan è quello di favorire migrazioni regolari, sicure e responsabili. La discussione è, però, appena iniziata e si dovrebbe concludere con un documento condiviso nel settembre dell’ anno prossimo. E’ un progetto, non vi è ancora una normativa da cui gli Stati Uniti siano usciti e non si sa neanche se ci sarà mai. Per fare, ad esempio, dei passi in avanti in alcuni campi come la tutela dei minori o la tutela dei richiedenti asilo o i diritti delle donne probabilmente si prenderanno, forse, degli impegni un po’ più visibili e forse più cogenti. Si tratta più che altro di un progetto per concertare un sistema di diritti a favore dei migranti e, magari, delle norme generali. Va tenuto presente, però, che ogni Paese, perfino nell’ ambito dell’ Unione Europea, è geloso delle sue prerogative in termini di accettazione concreta degli immigrati sul proprio territorio, soprattutto degli immigrati per lavoro. Quindi non mi aspetto che l’ONU riesca a mettere in piedi un sistema di regole vincolanti, obbligando dei Paesi ad accettare immigrati se non li vogliono. Qualcosa di più si può fare sui rifugiati a proposito dei quali esistono già delle convenzioni internazionali.

Per fare tutto questo occorre un approccio multilaterale. Solo che il multilateralismo non è una cifra della Presidenza Trump.

Diciamo che la Presidenza Trump è chiaramente ostile ad ogni accordo internazionale e agli approcci multilaterali che vincolino la sovranità degli Stati Uniti che, essendo il Paese più forte del mondo, probabilmente, non vi rinuncia. Io credo che Trump voglia soprattutto dare soddisfazione al suo elettorato perché creare posti di lavoro è più complicato. Fare la voce grossa o stracciare gli accordi internazionali piace agli elettori. E’ una funzione retorica, simbolica, ma non meno incisiva culturalmente perché legittima altre forme di estremismo.

Data la «portata globale», come ricordato dal Presidente dell’ Assemblea generale dell’ ONU, Miroslav Lajcak, del fenomeno migratorio, la decisione dell’ Amministrazione Trump protegge davvero gli interessi americani?

Tutto questo tema è intriso di riferimenti, componenti simboliche, emotive e persino ideologiche in un tempo in cui le ideologie sembravano indebolite. Quindi credo che Trump, come altri leader, parli al proprio elettorato e non abbia preoccupazioni di governance globale e, forse, nemmeno di salvaguardia degli interessi economici degli Stati Uniti che non penso siano favoriti dalla supposta chiusura delle frontiere. Tra l’altro, è stato notato che le frontiere vengono chiuse a Paesi deboli del mondo musulmano e non a Paesi come l’ Arabia Saudita che hanno forza economica e quindi politica, ma sono, al tempo stesso, considerati responsabili o, comunque, tolleranti nei confronti di fenomeni di radicalizzazione, di finanziamento di componenti estremiste.

Proprio in queste ore, peraltro, la Corte Suprema americana si è espressa a favore della piena applicazione del Travel Ban, ossia il bando con cui l’ Amministrazione Trump aveva imposto strette limitazioni all’ ingresso negli Stati Uniti a cittadini provenienti da Paesi a maggioranza musulmana (Ciad, Iran, Libia, Siria, Yemen, Somalia), oltre che da Corea del Nord e Venezuela.  

Trump ha certamente fatto una scelta di forte segno sovranista: ‘America First’, costruzione di muri e tendenziale chiusura verso l’ esterno che ha, tra i maggiori simboli, proprio la chiusura nei confronti di Paesi considerati minacciosi.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, stando ai numeri, c’è una vera e propria emergenza?

Bisogna vedere cos’ è un’emergenza e per chi. Negli Stati Uniti ci sono 11 milioni di immigrati irregolari. Ma quelli che vivono in una situazione di emergenza sono loro stessi. Per i proprietari agricoli, invece, vanno benissimo. Ci sono stime ufficiali negli Stati Uniti sia sul numero degli immigranti sia sul fatto che quasi la metà del lavoro di raccolta di frutta e ortaggi è svolto da immigrati irregolari. Varie amministrazioni hanno allentato i controlli nei confronti dei luoghi di lavoro. Quindi è un’ emergenza per le persone che sono senza diritti e per i loro figli che, una volta compiuti 18 anni, scoprono di essere clandestini e, dunque, di non poter andare all’ università, di non poter la patente. Per i datori di lavoro è invece un affare. Anche per questo, il fenomeno è cresciuto e non è mai stato seriamente affrontato. Nell’ equazione, oltre al sovranismo e a questo sovraccarico emotivo, gioca anche un interesse economico a mantenere milioni di lavoratori, soprattutto messicani, in condizione di irregolarità. A Trump, secondo me, va benissimo questa situazione: ossia poter continuare a fare la voce grossa, a minacciare il Messico, parlare della costruzione del muro, mentre i datori di lavoro sfruttano impunemente milioni di lavoratori immigrati. Il problema si potrebbe risolvere solamente con una sanatoria perché con 11 milioni di persone nemmeno le deportazioni più efferate potrebbero svuotare la palude dell’ immigrazione irregolare. L’ altro grande caso, negli Stati Uniti come in Italia, è il lavoro domestico: non dimentichiamoci che buona parte di questi immigrati clandestini sono donne che assistono anziani e bambini. E anche negli Stati Uniti, loro come i datori di lavoro sono pressoché certe dell’ impunità.

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