giovedì, Novembre 14

Stati Uniti: i super-ricchi non hanno mai pagato così poche tasse Lo dimostra un saggio uscito di recente a firma di due economisti di Berkeley

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Nel 2018, per la prima volta nella storia, la fascia più elitaria della società statunitense, quella che raggruppa l’élite dei multi-miliardari composta da poco più di 400 famiglie, ha pagato un’aliquota fiscale effettiva – calcolata sommando le tasse federali a quelle statali e a quelle locali – pari al 23%, a fronte del 24,2% versato dalla categoria dei lavoratori semplici. Più di un punto percentuale di differenza. È quanto emerge dalle ricerche condotte dagli economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez dell’Università di Berkeley e condensate nel volume The triumph on injustice‘, da poco uscito nelle librerie.

Nel dettaglio, il saggio prende in esame la variazione storica delle aliquote effettive a carico delle varie fasce sociali statunitensi, nell’ambito di uno sforzo ricostruttivo che trova ben pochi precedenti nella pubblicistica economica occidentale. Il quale getta una luce sinistra su di un processo fortemente involutivo che, a partire dal secondo dopoguerra, ha visto gli Stati Uniti sprofondare in un progressivo incremento della disuguaglianza fiscale. In precedenza, sotto il governo guidato da Franklin D. Roosevelt, gli Usa avevano attuato un rovesciamento dell’architettura tributaria messa in piedi nel periodo antecedente allo scoppio della crisi del 1929 dall’amministrazione Coolidge, e in particolare dal suo segretario al Tesoro Andrew Mellon. Dietro sue indicazioni, il presidente Calvin Coolidge introdusse un pesante aumento delle tasse nei confronti delle fasce sociali meno abbienti necessario a compensare il taglio delle imposte che era stato decretato nei confronti del segmento più ricco della popolazione, con l’obiettivo dichiarato di liberare risorse per gli investimenti produttivi, i quali avrebbero portato vantaggi a tutta la nazione. Nei fatti, la riforma elaborata da Mellon non fece che accrescere il potere dei grandi imperi industriali e finanziarie, con l’1% più ricco della popolazione che nel 1929 arrivò  a detenere un reddito pari al 42% più povero. La battaglia contro la Grande Depressione contribuì ad abbattere questo modello e far sì che, ancora negli anni ’50, le 400 famiglie più ricche pagassero un’aliquota del 70%. Nel decennio successivo, la percentuale scese al 56% e rimase sostanzialmente stabile fino al 1980, quando l’élite aveva ancora a carico un’aliquota del 47%.

Fu sotto l’amministrazione Reagan che lo scenario cominciò a mutare radicalmente. Il suo Economic Recovery Tax Act conteneva infatti generosissimi sgravi fiscali su alcuni investimenti speculativi focalizzati nel settore immobiliare, nell’ambito di un abbassamento generalizzato delle tasse sui redditi e sui profitti aziendali che fece passare l’aliquota legale dell’imposta societaria dal 47 al 34%, pari a 5 punti percentuali in meno rispetto alla media Ocse, mentre la percentuale pagata dalla metà più povera della popolazione rimaneva praticamente invariata. «Quell’infausta legge – nota l’autorevole storico Kevin Phillipsconsentiva alle aziende che non potevano utilizzare direttamente le esorbitanti forme di ammortamento e gli enormi crediti d’imposta sugli investimenti di rivenderli ad altre aziende. La General Electric […] rivelò di aver utilizzato quel provvedimento non solo per minimizzare l’imponibile fiscale del 1981, ma anche per ottenere 110 milioni di dollari di rimborsi fiscali relativi agli esercizi precedenti. Per il periodo 1982-87, l’azienda espose un ammortamento complessivo pari all’incredibile cifra di 1.650 miliardi di dollari».

Per giustificare l’entrata in vigore di una simile ricetta, l’amministrazione Reagan sdoganò il concetto del trickle down (‘gocciolamento’), secondo cui i vantaggi fiscali concessi alle fasce più abbienti sarebbero ricaduti sulla società nel suo complesso, compresi i ceti più deboli. I promotori della teoria che ne scaturì, dotata di molti punti di contatto con quella messa a punto da Mellon prima dello scoppio della crisi, sostenevano che l’applicazione di un regime tributario più leggero avrebbe consentito alle grandi imprese di liberare risorse per gli investimenti produttivi, con conseguente creazione di quei nuovi posti di lavoro necessari ad alimentare la crescita del reddito delle famiglie e, a ricasco, dei consumi. Una soluzione, insomma, in grado di coniugare crescita economica e produttività lavorativa – come suggerito dalla curva di Laffer. In realtà, si trattava di una radicale inversione di tendenza rispetto al periodo rooseveltiano, durante il quale la tassa sul reddito era stata trasformata in «un’imposta personale progressiva di massa per finanziare la guerra e, successivamente, il cosiddetto ‘big government’. Quarant’anni dopo Reagan cambia rotta: abbassa drasticamente le tasse personali in modo da far impennare i consumi e, quindi, il Pil. Vuole dare una spinta immediata, è l’era dell’edonismo reaganiano».

Nel corso degli anni successivi, e quindi sotto le amministrazioni Bush sr., Clinton, Bush jr. e Obama, l’aliquota a carico della categoria dei super-ricchi ha altalenato costantemente ma seguendo comunque una traiettoria tendenzialmente discendente. La vera e propria esplosione delle disuguaglianze fiscali si è tuttavia verificata per effetto delle misure adottate dall’amministrazione Trump, e in particolare con il Tax Cuts and Jobs Act (Tcja) del 2017, una riforma fiscale paragonabile a quella introdotta da Reagan nel 1981 che implica sgravi netti per 1.500 miliardi di dollari entro un decennio e riduzioni generalizzate delle imposte sia alle aziende che alle famiglie, sia ai super-ricchi che a quel che resta della middle-class. In concreto, il Tcja prevede il taglio dell’aliquota sul reddito d’impresa dal 35 al 21% e una sostanziale limitazione alle spese deducibili (tranne che per le piccole aziende e le società immobiliari), in specie per quanto riguarda le retribuzioni dei dirigenti superiori al milione di dollari. Per le aziende statunitensi ad alta redditività controllate da società straniere è contemplata un’imposta minima del 10%, in conformità a quell’approccio territoriale alla tassazione di cui Trump aveva sottolineato con forza la necessità in campagna elettorale. La riforma elaborata a suo tempo dall’amministrazione Bush jr. rendeva i redditi generati all’estero tassabili soltanto a rimpatrio avvenuto, e ciò rappresentò un notevole incentivo per le imprese continuare a parcheggiare i propri utili all’estero. Quella introdotta dall’amministrazione Trump abolisce invece questo sistema (worldwide) rendendo molto meno conveniente per le aziende lasciare i propri utili all’estero, grazie anche a uno scudo fiscale assai blando che prevede un’aliquota tra il 15,5 e l’8%.

Lo studio di Zucman e Saez rimarca con forza gli effetti distruttivi della riforma fiscale trumpiana, e offre ulteriori argomenti a chi, come la storica esponente del Partito Democratico Elizabeth Warren, invoca l’introduzione di una tassa patrimoniale concepita per reperire le risorse necessarie a finanziarie misure tese ad attenuare le disparità sociali.

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