domenica, Luglio 21

Stati Uniti, i Millennials e la loro March for our lives: l’inizio di qualcosa di nuovo? Il 24 marzo si è svolta a Washington e in più di 800 altre città americane la marcia per chiedere al governo una regolamentazione nell’uso delle armi. Una delle più partecipate manifestazioni che la storia degli Stati Uniti abbia mai visto

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Numeri da record per una manifestazione durata appena un giorno: la ‘March for our lives’ è stata portata avanti da 800 mila persone su tutto il territorio statunitense e solo nella capitale Washington se ne sono contate 200 mila. Purtroppo però, i numeri da record gli Stati Uniti li raggiungono anche per altri motivi, non sempre edificabili. Secondo recenti indagini, nel 2016 ci sono state 477 sparatorie di massa e considerando le 5 più gravi registrate nella storia degli USA, ben 4 sono avvenute dal 2012 ad oggi. Tutto questo è sorretto poi da un altro dato fondamentale da tener presente: il 42% delle armi presenti a livello mondiale è detenuto esclusivamente dalla bandiera a stelle e strisce. A confronto, non sembra forse neanche troppo esagerato il numero delle persone che hanno preso parte alla manifestazione del 24 marzo. Se non fosse per il fatto che la stragrande maggioranza di chi ha chiesto lo stop alla diffusione delle armi sia rappresentata da giovani, giovanissimi. I più colpiti, se si pensa soltanto all’ultima strage compiuta nella scuola di Parkland: 17 studenti rimasti uccisi, e ad ucciderli è stato proprio un loro coetaneo.

Ragazzi troppo spesso doppiamente vittime che hanno trovato la forza, forse proprio dall’ultimo tragico fatto del 14 febbraio, di prendere in mano la situazione e far sentire le loro voci, in un coro che il 24 marzo ha gridato ‘Never again’, ovvero ‘mai più’. Un tripudio di cartelli colorati e scritti a mano che chiedevano protezione per i ragazzi anziché per le armi, di regolamentare la distribuzione e l’uso di queste stesse armi, ché non si può ridurre la questione soltanto a problemi di salute mentale degli assassini; non solo ragazzi, anche tanti insegnanti che chiedono soltanto di fare bene il loro lavoro e non di fare fuoco se colpiti. Un’ondata che ha avuto il suo fulcro indiscusso negli Stati Uniti ma che si è ripercossa anche in altri Paesi, fino a raggiungere l’Europa. Un’ondata enorme che può trovare una corrispondenza, in termini sia numerici che di forza, solo nei movimenti degli anni Sessanta come quello del ‘Free Speech Movement’, come ci ricorda il professor Daniele Fiorentino, docente di Storia degli Stati Uniti nella facoltà di Scienze Politiche dell’università Roma Tre e direttore del CISPEA (Centro Interuniversitario di Storia e Politica Euro-Americana), al quale abbiamo chiesto un parere in merito a quanto sta accadendo negli Stati Uniti con la nascita di questo movimento e quale futuro avrà.

Quanto è stato importante l’episodio di Parkland, in Florida, nella formazione del movimento che ha preso vita dalla manifestazione dello scorso 24 marzo?

Quello che è successo in Florida è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in quanto il problema è forte e presente da diverso tempo, anche e proprio per queste continue e ripetute sparatorie. Sicuramente questa ennesima strage ha contato, perché ha esasperato uno stato d’animo contro l’uso delle armi che era già diffuso soprattutto tra i giovani americani. In questo senso credo che stiamo vedendo qualcosa di nuovo e già visto al tempo stesso, perché di fatto è una reazione spontanea di studenti generata proprio dalle scuole addirittura, non solo dalle università – nelle quali spesso questi episodi si sono verificati -, quindi penso che questo sia stato solo l’ennesimo fattore che ha fatto precipitare gli eventi. Anche perché sono convinto che ci sia un cambio generazionale e culturale importante in questo momento negli Stati Uniti, per qualche verso, come Le dicevo, già visto.

Ad esempio, possiamo dire che ci sono delle analogie per quanto riguarda le manifestazioni studentesche che si tennero negli anni Sessanta contro la guerra del Vietnam?

Esatto, infatti da un certo punto di vista mi ha ricordato il ‘Free Speech Movement’ nato appunto tra il ’64 e il ‘65, una reazione soprattutto all’establishment e a quanto le istituzioni hanno fatto, o meglio non hanno fatto, allora come oggi; una situazione nella quale si insiste a dare la colpa soprattutto alla mancanza di una sicurezza generale nel Paese piuttosto invece che alla vendita di armi. Non si vedeva una manifestazione del genere negli Stati Uniti da quell’epoca: e lo capiamo dall’entità e la partecipazione spontanea di molta gente che non aveva necessariamente partecipato all’organizzazione (spesso le manifestazioni negli Stati Uniti sono abbastanza limitate a qualche centinaio di persone); una partecipazione di massa, espressione quindi di un sentimento ormai molto diffuso e condiviso. Se parliamo di punti di contatto, è difficile stabilirlo: nel senso che quella del ‘Free Speech Movement’ era una manifestazione (anzi movimento vero e proprio) molto politicizzata che aveva toccato tutte le università, che aveva degli obiettivi ben precisi (la guerra del Vietnam anche lì era la scintilla di una situazione che si era andata aggravando con la guerra fredda e che dipendeva fondamentalmente dal coinvolgimento e dalla commistione di molte università e di molti centri di ricerca privati nella realizzazione di nuovi armamenti, di tecnologie avanzate: gli studenti si battevano contro quello); si battevano per i diritti civili anche, ma il grande movimento del ‘Free Speech’, della libertà di parola, emerse appunto sulla scia della guerra del Vietnam contro le bugie che il governo diceva al paese e anche sulla commistione di interessi pubblici e privati nelle grandi università americane. In questo caso la non risposta o una risposta deviata, diciamo, del governo a una situazione così critica come quella di questi attacchi così ripetuti dentro le scuole che sono poi il frutto di una libertà di accesso alle armi, si basa sul principio di libertà sancito dalla costituzione degli Stati Uniti, ma che di certo ha superato qualunque ragionevolezza, se poi un giovane – tra l’altro psicologicamente instabile – si trova nella possibilità di comprare liberamente le armi. Questo ad esempio si risolve in una limitazione di libertà altrui: infatti proprio sulla limitazione di libertà insistono i ragazzi che manifestano oggi, dicendo che “anche la nostra libertà va garantita”. Tra i principi fondamentali della costituzione c’è il diritto alla libertà.

Mentre negli anni Sessanta si manifestava contro la guerra del Vietnam, contro la violenza esterna, oggi si manifesta contro una guerra interna, contro la violenza nel proprio Paese: questo vuol dire forse che i giovani di questa generazione hanno più coscienza dei problemi interni alla loro società rispetto al passato?

Io credo che sia cambiata profondamente e completamente la società americana, e questo è accaduto per varie ragioni: da una parte con l’elezione di Trump nel 2016 abbiamo visto quel cambiamento (che in realtà era nell’aria già dalla fine del secolo scorso, per la poca rappresentanza che avevano certe aree del Paese, quella classe media che aveva perduto il suo potere d’acquisto); dall’altra ci sono nuove generazioni emergenti, quelli che vengono chiamati i ‘Millennials’, che poi sono gli stessi ragazzi scesi nelle strade a dimostrare negli Stati Uniti. Intanto hanno sicuramente più coscienza e informazione di quanta ne potessero avere i loro genitori, e in alcuni casi nonni ormai, degli anni Sessanta. Con i social media la comunicazione e l’informazione sono cambiate profondamente e questo per certi versi ha portato a una minore accuratezza delle informazioni e degli approfondimenti di quelli che potevano avere negli anni Sessanta gli studenti delle università, per altri però sono costantemente informati e a contatto e questo ovviamente consente loro di vivere in prima persona anche qualcosa che succede in una lontana scuola di un lontano stato. La percezione di molti americani è ormai quella di essere minacciati e questo fino a qualche tempo fa non era percepito, anzi il problema della sicurezza si risolveva spesso – un po’ come ha detto lo stesso Trump – con maggiore distribuzione di armi e controlli della polizia. Questi ragazzi invece, evidentemente, chiedono altre soluzioni e tutto sommato chiedono rispetto dei loro diritti: non di accesso e di libertà al porto d’armi, quanto piuttosto della loro sicurezza personale e questo mi sembra un grande cambiamento, in generale, negli Stati Uniti e nel mondo. Che sia proprio una guerra civile non direi, da un certo punto di vista ricorda anche nel nome ‘March for our lives’, la marcia per le nostre vite, per la nostra sopravvivenza, ricorda un po’ quello di ‘Black Lives Matter’, il movimento degli afroamericani. E qui, da questo punto di vista, troviamo degli altri paralleli perché anche lì la nascita dei grandi movimenti studenteschi proprio tra il ‘60 e il ‘62 si agganciava anche alla lotta per i diritti civili; quindi ci sono dei paralleli, ma il mondo è cambiato profondamente e quindi quello che chiedono i ragazzi di oggi per alcuni aspetti è invece molto diverso: lì c’era una voglia di maggiore protagonismo e presenza in politica, qui è la richiesta di una dignitosa vita privata e sociale nel rispetto dei diritti di tutti: ecco, questa credo sia la differenza principale.

Secondo Lei, esiste o è mai esistito un ‘culto delle armi’ nella società americana? E se sì, forse sta per concludersi?

Sono dell’idea che questo culto delle armi è stato un po’ frutto di una costruzione mitica, nel senso che il famoso secondo emendamento cui si appella la lobby della National Rifle Association, la lobby delle armi, è in realtà un emendamento che garantiva una cosa ben diversa, ovvero il diritto di ciascuno a difendersi in una situazione delicata e di pericolo com’era quella della rivoluzione ovviamente, la rivolta contro la madrepatria; tant’è vero che molto spesso, quando si cita il secondo emendamento si fa riferimento solo alla sua seconda parte, cioè quella in cui si dice di poter portare armi. In realtà, quell’emendamento comincia dal diritto dei cittadini di formare milizie per difendersi: l’interesse locale va difeso anche attraverso le armi, se necessario. Dopodiché nel corso del tempo questo è stato deviato, si è trasformato anche in un’idea che tra le libertà garantite costituzionalmente e tra le libertà fondamentali c’è anche quella di portare armi, punto. Nella storia degli Stati Uniti, di violenza ce n’è molta e abbiamo tanti esempi dal banditismo al gangsterismo degli anni ’20-’30: ma comunque non so se si può dire che sia più violenta di altre società occidentali. Certo è che nel tempo questa libertà di porto d’armi ha fatto precipitare la situazione fino al punto di portare a episodi come quello di Parkland che indiscutibilmente sono favoriti dalla libera circolazione d’armi. Oggi c’è stata una deviazione di quelli che erano gli intenti, però credo che sia dato da un’esasperazione di una società disfunzionale, che è arrivata ad accettare quella che dovrebbe essere una garanzia come una sorta di libertà di farsi giustizia da soli. Ovviamente questo ha portato a delle degenerazioni come gli omicidi di massa.

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