giovedì, Ottobre 1

Stati Uniti: Hillary Clinton sostiene Joe Biden, unità ritrovata? A differenza del 2016, quella che sembra prevalere oggi è una ritrovata unità del Partito democratico

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Il recente endorsement di Joe Biden da parte di Hillary Clinton sembra chiudere il cerchio e fare finalmente, dell’ex Vicepresidente, il candidato di tutto il Partito democratico. Si tratta di un endorsement per molti aspetti prevedibile dopo che anche Barack Obama, nelle scorse settimane, si era speso a favore di Biden. Si tratta, inoltre, di un endorsement che restituisce a Biden un po’ della visibilità che l’emergenza COVID-19 contribuisce a togliergli e che ‘ribilancia’ in parte, sul piano della comunicazione, il suo svantaggio rispetto a Donald Trump. A differenza del 2016, quando i ‘demerano giunti alla convention nazionale di fatto spaccati fra ‘clintoniani’ e ‘sandersiani’, e dopo un inizio di campagna elettorale all’insegna delle divisioni, quella che sembra prevalere oggi è una ritrovata unità. I dati economici negativi e la prospettiva che il Paese debba affrontare, nei prossimi mesi, una lunga fase di ripresa favoriscono questa tendenza, da una parte indebolendo il Presidente uscente in un campo – quello economico – che è stato sempre uno dei suoi punti di forza, dall’altra richiamando, agli occhi dell’opinione pubblica, la necessità di una leadership ‘sobria’ e coerente in vista degli impegni futuri.

Su questo sfondo, l’immagine ‘mainstream’ di Biden sembra tornare ad essere pagante, così come sembra tornare a essere pagante la sua esperienza in Senato e come seconda carica del Paese. Sono due elementi che l’ex Vicepresidente ha già sfruttato sia nei dibattiti pubblici del 2019, sia all’inizio delle attuali primarie, quando il voto in Iowa, New Hampshire e Nevada ne aveva messo in luce la debolezza di fronte ai ‘volti nuovi’ del partito, primo fra tutti Pete Buttigieg. In passato, sono stati da più parti rilevati i limiti di questa strategia. In particolare, è stato osservato come proprio il suo essere così profondamente parte di un ‘vecchio’ sistema di potere rischi di alienare a Biden i favori quelli il cui disagio questo sistema di potere non è stato capace di intercettare e che sinora hanno premiato da una parte il messaggio ‘socialista di Bernie Sanders, dall’altra la ‘democrazia jacksoniana’ di Donald Trump. È un punto che anche nello scenario attuale rimane irrisolto e che l’endorsement di Hillary Clinton non aiuta a chiarire. Al contrario, l’appoggio della ex First Lady, concorrendo a consolidare l’immagine ‘mainstream’ dell’ex Vicepresidente, rischia di indebolirne, più che rafforzarne, la posizione.

Altrettanto importante è la questione dei contenuti. Il sostegno offerto da Hillary Clinton (così come quello offerto da Barack Obama) porterà a Biden, con ogni probabilità, il voto di nuove fette di elettorato democratico, che nel 2016 avevano sostenuto l’allora candidato del Partito con oltre sessantacinque milioni di preferenze. Esso concorrerà inoltre a rafforzare le sue capacità di fundraising, che almeno fino al terzo trimestre del 2019 hanno mostrato più di una debolezza. Di contro, nemmeno questo sostegno probabilmente convincerà quanti da tempo sottolineano i limiti del programma dell’ex Vicepresidente e gli rimproverano un’eccessiva moderazione nell’affrontare le grandi questione del welfare e dell’eguaglianza sociale, temi dei quali COVID-19, nelle ultime settimane, ha rilanciato l’importanza. Inoltre, la ‘discesa in campo’ di Hillary Clinton offre alla propaganda repubblicana la possibilità di associare il nome di Biden a quello della figura che, negli ultimi anni, ha catalizzato maggiormente l’ostilità della base del partito; una possibilità che la campagna di Donald Trump ha già sfruttato parlando, nelle scorse ore, della coppia Clinton-Biden come della quintessenza dell’establishment democratico.

Da questo punto di vista, l’endorsement di Hillary Clinton, così come quelli che lo hanno preceduto, sembra quindi confermare l’immagine di un Partito democratico che trova il suo fragile punto d’unione nella bandiera dell’antitrumpismo ma che è ancora incapace di esprimere ‘in positivo’ una posizione davvero condivisa. La convergenza intorno alla figura di Biden di nomi politicamente lontani sia da lui sia fra loro come quelli della stessa Clinton, di Bernie Sanders, di Barack Obama e di Elizabeth Warren, oltre che dei vari candidati ‘minori’ che si sono ritirati durante le primarie, non significa, in altre parole, la fine dei contrasti che hanno travagliato il partito dagli anni della presenza Obama e che hanno tratto alimento dalla sua presunta incapacità di produrre un cambiamento concreto nella società e nella politica statunitensi. Questo fatto rende particolarmente importante l’esito del voto politico che accompagnerà quello presidenziale il prossimo novembre. Indipendentemente da chi sarà il vincitore fra Trump e Biden, questi non potrà, infatti, non tenere conto di un Congresso in cui le molte fratture che attraversano oggi il Partito democratico troveranno, probabilmente, il loro luogo di sfogo privilegiato.

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