venerdì, Dicembre 13

Stati Uniti: giro di vite sulla comunicazione?

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Un gruppo di familiari delle vittime sterminate dall’afghano Omar Marteen nell’attentato della scorsa estate presso il locale gay Pulse di Orlando hanno deciso di citare in giudizio Facebook, Twitter e Google per aver funto da cassa di risonanza alla propaganda dell’Isis, fornendo in tal modo un contributo cruciale a radicalizzare il responsabile della strage. Sulla scia del precedente di Reynaldo Gonzalez, il padre di una ragazza rimasta uccisa durante gli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre 2015 che denunciò i tre giganti dell’hi-tech adducendo motivazioni analoghe, i parenti delle vittime di Orlando hanno dichiarato che senza il sostegno materiale assicurato da Facebook, Twitter e Google, la diffusione a macchia d’olio dell’Isis tra Stati Uniti ed Europa non si sarebbe mai potuta verificare. L’impianto accusatorio si basa tutto sulle conclusioni a cui è giunta la polizia al termine delle indagini, secondo le quali Marteen non era affiliato ad alcun gruppo terroristico organizzato ma si sarebbe radicalizzato connettendosi ai canali di propaganda presenti sulla rete attraverso cui lo ‘Stato Islamico’ è solito reclutare i propri membri.

Fino ad ora, i tribunali hanno mantenuto una posizione fortemente conservatrice di fronte alla possibilità di condannare i colossi della rete per i contenuti che vi vengono postati, ritenendo che internet e le aziende operanti nel relativo settore si limitino a fornire un servizio che, come tutti gli strumenti, è neutrale. Tutto dipende dall’utilizzo che ne fanno gli utenti, i quali vanno ritenuti gli unici responsabili di eventuali azioni criminose. La posta in gioco è la grandissima eco mediatica della causa potrebbe tuttavia indurre i giudici a modificare sensibilmente il loro approccio alla questione, aprendo il varco prospettive potenzialmente dirompenti in termini sia pratici che morali. Tanto più che se fino ad ora i giganti dell’alta tecnologia hanno usufruito della tutela garantita dal Communications Decency Act del 1996, che li esulava da qualsiasi responsabilità legale riguardante i contenuti postati sulle loro piattaforme, gli avvocati dei parenti delle vittime hanno contestato che gli algoritmi segreti di cui social network e motori di ricerca si avvalgono per lanciare inserzioni pubblicitarie collegate ai dati degli utenti (desumibili attraverso le pagine Facebook che visitano, i profili che seguono su Twitter e il tipo di ricerche che effettuano tramite Google) violino i termini della normativa, perché attivano un meccanismo che vincola tali aziende a girare parte dei ricavi pubblicitari anche ai gruppi radicali riconducibili all’Isis, finanziando di fatto le loro attività terroristiche.

Nel caso in cui la magistratura decidesse di accogliere le osservazioni formulate dai legali dei familiari delle vittime di Orlando, le aziende coinvolte sarebbero costrette non solo a versare un congruo indennizzo, ma anche ad attrezzarsi di tutto punto per passare al vaglio miliardi di post e comunicazioni di vario genere che transitano quotidianamente attraverso le loro piattaforme onde evitare di incorrere in nuovi contenziosi analoghi. Quella alla ‘responsabilizzazione’ dei gestori di servizi on-line è peraltro una tendenza che si è cominciata a registrare già da qualche settimana, con numerose imprese operanti nel settore dell’hi-tech, a partire da Facebook, che hanno sottoscritto i principi del cosiddetto Fact-checking code (Fcc), impegnandosi così a rispettare le normative, stabilite dal Pynter Institute (uno dei maggiori organismi di informazione al mondo) atte a permettere di verificare la veridicità delle notizie riportate sulla propria piattaforma. Entro un ristretto lasso di tempo, Facebook e gli altri social network ed operatori on-line che hanno aderito al Fcc attiveranno un sistema di segnalazioni che contrassegnerà le notizie non rispondenti ai criteri di attendibilità e affidabilità. Grazie a questo meccanismo, gli utenti potranno infatti portare le notizie ritenute false all’attenzione dei ‘verificatori’, i quali le esamineranno in maniera approfondita prima di esprimere il proprio giudizio. Nel caso in cui ritengano doveroso confermare la segnalazione degli utenti, gli ‘specialisti’ saranno obbligati a spiegare le ragioni di tale scelta.

La squadra di ‘verificatori’ sarà composta di esperti messi a disposizione sia dai grandi mezzi di informazione che dai organismi di controllo indipendenti. Il giornalista d’inchiesta Aaron Klein ha avuto modo di appurare che l’elenco dei finanziatori del Poynter Institute, l’autore del Fcc, annovera Organizzazioni Non Governative come la National Endowment dor Democracy, finanziata dal Dipartimento di Stato Usa, e, soprattutto, l’Open Society di George Soros. La cosa ha una certa rilevanza, se si considera che questa Ong ha funto da trampolino di lancio delle rivoluzioni colorate fomentate ad arte in buona parte della sfera di influenza russa attraverso un meticoloso lavoro di soft power focalizzato proprio sul settore cruciale dell’informazione. Ma non è tutto. Il Poynter Institute ha beneficiato della donazione da oltre 1 milione di dollari della Craig Newmark Foundation, l’organismo connesso al fondatore di Craiglist, il principale sito di annunci a livello mondiale. La Craig Newmark Foundation lavora da tempo in stretta collaborazione con l’Open Society, assieme alla quale finanzia il Center for Public Integrity, un ente basato a Washington a cui fa capo l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), che riunisce a sua volta grandi nomi della grande informazione come ‘New York Times‘, ‘Guardian‘, ‘Washington Post‘ e ‘Repubblica‘.

Sull’obiettività di questi ‘verificatori’ dotati di legami piuttosto evidenti con le stesse fonti di informazione che dovrebbero essere sottoposte a controllo sono stati sollevati dubbi di più parti. Alcuni temono che si tratti di un astuto stratagemma volto a screditare i media indipendenti che stanno facendosi prepotentemente largo nel mondo dell’informazione a scapito delle grandi testate storiche sempre più in rosso e a corto di lettori. Altri ritengono necessaria una forma di regolamentazione atta a disciplinare il modus operandi degli insider dell’informazione.

Fatto sta l’estraneità dei gestori di servizi on-line rispetto a ciò che viene introdotto nelle loro piattaforme si trova attualmente sotto attacco, e i risultati di questa battaglia sono potenzialmente dirompenti. In nome dell’imperativo di bloccare le vie di comunicazione della rete jihadista si rischia di restringere gli spazi di libertà di espressione garantiti dalla Costituzione degli Stati Uniti, consolidando una tendenza che ha preso vita all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 con l’approvazione a tamburo battente del Patriot Act, il pacchetto di leggi che ha sancito il sacrificio di parte delle libertà di cui il popolo Usa aveva goduto fino a quel momento sull’altare della sicurezza nazionale. Secondo lo ‘spifferatore’ Edward Snowden, è da questo seme che è germinato il sistema di sorveglianza di massa che ha portato all’intercettazione sistematica di miliardi di comunicazioni di normali cittadini statunitensi non sottoposti ad indagine e nemmeno sospettati di aver commesso alcun reato.

Trovare una soluzione di compromesso che non distorca ulteriormente il sistema è il difficile compito che la magistratura, la politica e l’imprenditoria Usa hanno di fronte a sé.

 

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