giovedì, Novembre 14

Stati Uniti, Fed abbassa ancora i tassi: qualcosa non va? Il rafforzamento degli stimoli è un buon segnale per l'economia Usa

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Nei giorni scorsi, la Federal Reserve ha decretato un ulteriore abbassamento dei tassi di un quarto di punto percentuale, spostando la banda di oscillazione dall’1,75%-2% all’1,5%-1,75%. La decisione è stata presa nonostante il parere contrario espresso dagli economisti Ester L. George e Eric S. Rosengren, membri del board della Banca Centrale statunitense fermamente convinti che l’economia nazionale non abbia assolutamente bisogno di ulteriori stimoli. Secondo il loro parere, il consolidamento del trend positivo registrato dal mercato del lavoro, l’andamento ‘regolare’ dell’inflazione, il ritmo di crescita registrato dal Pil (+1,9% annualizzato nel terzo trimestre, a fronte di un +2% del secondo trimestre e un +3,1% nel primo), la piega positiva che sembrano aver preso le trattative commerciali con la Repubblica Popolare Cinese e un più equilibrato calcolo dei rischi connessi alla prospettiva dell’Hard Brexit suggerirebbero di mantenere inalterata la politica monetaria portata avanti finora.

Di diverso avviso è il governatore Jerome Powell, che di concerto con i suoi più stretti consiglieri e in piena sintonia con la Casa Bianca ritiene necessario aumentare le riserve a quota 1.500 miliardi di dollari, giudicata la soglia critica in grado di assicurare il corretto funzionamento dell’economia nazionale. Pertanto, l’espansione del bilancio della Federal Reserve proseguirà quantomeno fino al secondo trimestre del 2020. Lo stesso Powell ha tuttavia chiarito che l’allentamento dei tassi non è stato varato in conformità a una linea prestabilita, ma sulla base delle performance registrate nel trimestre precedente. La Fed ammette dunque di non avere in serbo una strategia operativa da seguire, segno (non troppo) implicito che sull’economia statunitense gravano incognite di notevole portata.

Nonostante i toni rassicuranti che hanno caratterizzato il comunicato stampa diramato dalla Federal Reserve, secondo cui i mercati finanziari non siano contrassegnati da squilibri, la realtà è che la combinazione tra azzeramento dei tassi e lancio dei programmi di Quantitative Easing all’indomani del crack di Lehman Brothers ha alimentato una crescita astronomica degli indici borsistici, trainata soprattutto dai buyback. Una peculiarità, quest’ultima, rimarcata a suo tempo da businessman di grido quali Larry Fink di Blackrock e il cosiddetto ‘oracolo di Omaha’ Warren Buffett (che ha poi ritrattato), e rilevata nel complesso dal 78% dei gestori di fondi interpellati da Bank of America, secondo cui quella che riunisce le aziende statunitensi quotate in Borsa sarebbe la categoria d’investimento più sopravvalutata. L’aumento costante dei buyback è peraltro coinciso con un forte calo degli investimenti, diminuiti dell’1,5% da un trimestre all’altro e sostenuti soltanto dalla settore della proprietà intellettuale. Quelli connessi ai macchinari e alle strutture sono infatti crollati rispettivamente del 3,8 e del 15,3%.

Un ulteriore fattore di criticità è dato dall’aumento dei tassi sul mercato interbancario, che la Federal Reserve si ostina a imputare a ragioni tecniche quali il programma di ‘normalizzazione monetaria’ che era stato avviato lo scorso anno con la progressiva liquidazione dei titoli in bilancio (Quantitative Tightening) e la scelta dell’amministrazione Trump di finanziare la propria radicale politica fiscale con massicce emissioni di obbligazioni, che di fatto ‘assorbono’ liquidità dal sistema riducendo la disponibilità di denaro in circolazione. In realtà, l’incremento dei tassi sul mercato interbancario nonostante una politica monetaria iper-accomodante come quella portata avanti dalla Federal Reserve è un chiaro indice del calo di fiducia che gli istituti di credito nutrono nei confronti dei loro simili. Esattamente come accadde alla vigilia della crisi del 2008, quando le banche smisero di prestarsi denaro tra di loro in conseguenza del fallimento di due fondi d’investimento connessi a Bnp Paribas. Non a caso, la Fed si è recentemente vista costretta a incrementare costantemente le iniezioni di liquidità nel sistema intervenendo direttamente sul mercato dei repurchase agreement (meglio noti come repo) di tipo overnight, con lo scopo deliberato di fornire denaro a basso costo alle banche così da intensificare le pressioni al ribasso sui tassi.

Ragion per cui le rassicurazioni fornite da Powell non appaiono del tutto convincenti.

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