sabato, Agosto 24

Stati Uniti e sanzioni: uno strapotere destinato al declino? La spregiudicatezza statunitense suscita crescente malumori e reazioni

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Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano e le sue conseguenze pratiche hanno riportato in evidenza il tema caldo delle sanzioni statunitensi, sorto negli anni ’90 con l’imposizione di misure punitive di carattere finanziario a Cuba, Iran e Sudan e ingigantito a partire dallo scoppio della crisi ucraina del tardo invero del 2014. Le sanzioni alla Russia hanno costato alle imprese europee miliardi e miliardi di euro di mancati guadagni, che vanno a sommarsi alle colossali ammende pecuniarie comminate dalle autorità Usa a tutte le aziende giudicate responsabili di aver violato le restrizioni imposte da Washington in materia di commercio estero.

Non va peraltro dimenticato che gli Usa applicano le loro sanzioni non soltanto contro Paesi, ma anche nei confronti di specifici individui, società e enti non-governativi. Nel qual caso, verrebbero identificati come contravventori tutti coloro che forniscano beni e servizi a soggetti inseriti nella ‘lista nera’ di Washington. Non è strano che uno Stato eserciti un’attività di controllo sulle imprese straniere operanti nel proprio territorio o decida di non avere relazioni economiche con altri Paesi per ragioni politiche, ma la situazione cambia radicalmente in presenza di una nazione che svolge attività di sorveglianza anche su imprese estere operanti in territorio straniero pretendendo che esse si conformino alle sue normative. È il caso degli Stati Uniti, i quali si occupano, tramite un’agenzia del Dipartimento del Tesoro denominata Office of Foreign Assets Control (Ofac), di accertare l’osservanza di qualsiasi genere di sanzione imposta da Washington nei confronti di soggetti esteri e di comminare multe commisurate all’entità delle violazioni ravvisate.

Nel giugno 2014, la banca francese Bnp Paribas ha accettato di pagare qualcosa come 8,9 miliardi di dollari per aver gestito consapevolmente circa 30 miliardi di dollari di transazioni che violavano le sanzioni Usa nei confronti dell’Iran e di altri Paesi sottoposti al regime punitivo di Washington come il Sudan. Si tratta di una multa-record, che impallidisce per entità rispetto alle ammende comminate dagli Usa a banche ed imprese europee quali Commerzbank, Hsbc, Credit Agricole, Fokker, ecc., colte anch’esse a mercanteggiare con nazioni iscritte nella ‘lista nera’ di Washington come Libia, Birmania, Cuba, ecc. Ma cosa attribuisce agli Stati Uniti il potere di comminare multe salatissime alle imprese straniere che non rispettano le sanzioni imposte da Washington? La risposta va ricercata nel ruolo di moneta egemone di cui è titolare il dollaro. L’Ofac pretende infatti che tutti i soggetti che si avvalgono del dollaro per gestire i propri affari su scala internazionale si impegnino alla stretta osservanza delle norme Usa, pena il ritiro della licenza per operare in un mercato cruciale come quello statunitense, la cacciata dalle principali camere di compensazione (come Swift) attraverso le quali si espleta il commercio con l’estero o l’imposizione del divieto di usare dollari. In termini giuridici, ciò sancisce la sovranità della legislazione degli Stati Uniti sul commercio internazionale.

Ne consegue che l’unico stratagemma utilizzabile per sfuggire al regime sanzionatorio statunitense è dato dal ripudio del dollaro come moneta di riferimento internazionale. I primi ad accorgersene e ad agire di conseguenza sono stati Iran, Cina e Russia, i quali hanno avviato un processo di ‘de-dollarizzazione’  dell’economia che li sta portando a regolare gli scambi bilaterali con i propri partner commerciali in valute alternative al dollaro quali yuan, rublo, yen ed euro, a mettere a punto un sistema di compensazione alternativo a Swift e a creare propri sistemi di pagamento elettronico. L’Unione Europea è ancora molto indietro sotto questo aspetto. Per il momento, Bruxelles si è limitata a soppesare la possibilità di presentare ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) e a riprendere il mano il regolamento numero 2271 del 1996 – adottato in risposta alla norma Helms-Buton intesa a punire i soggetti stranieri che operavano a Cuba – relativo alla difesa dagli effetti extraterritoriali determinati dall’applicazione di sanzioni Usa contro Paesi terzi con cui le nazioni Ue sono in affari. Nello specifico, la revisione del regolamento contemplerebbe l’introduzione del divieto a imprese e persone di conformarsi alle sanzioni Usa e di una serie di meccanismi di rivalsa, con l’obiettivo di neutralizzare gli effetti di qualsiasi decisione decretata da organismi stranieri su soggetti europei. In effetti, Bruxelles dispone di alcune potenti armi di ritorsione, a partire dalla mera applicazione delle leggi in materia di fiscalità e raccolta dati nei confronti di maxi-trasgressori quali Facebook, Twitter, Apple, Google, Netflix, Microsoft, ecc. Ma una reazione del genere offrirebbe a Trump l’occasione d’oro per dar seguito alla sua minaccia di imporre tariffe del 20% sull’importazione di auto fabbricate all’estero; un colpo micidiale per l’industria automobilistica tedesca. In tali condizioni, per annullare gli effetti delle sanzioni occorrerebbe che ciascun Paese del ‘vecchio continente’ costituisse un fondo incaricato di assicurare alle imprese europee colpite la copertura finanziaria necessaria a pagare le ammende comminate loro dall’ufficio del Tesoro preposto.

Quelle elaborate al momento dall’Unione Europea si configurano quindi come misure alquanto ‘blande’ la cui applicazione richiede peraltro una coesione continentale tutt’altro che scontata, vista e considerata l’ortodossia atlantista professata dai Paesi dell’Europa orientale le cui imprese sono poco o per nulla esposte nei confronti dell’Iran.  Secondo il noto economista Jeffrey Sachs, «gli Stati Uniti tenteranno certamente di punire le aziende non americane che operano al di fuori degli Usa e che interagiscono con l’Iran tramite valute diverse dal dollaro come l’euro e il renminbi, mirando alle controllate locali, tentando di trascinarle in tribunale o negando loro l’accesso al mercato statunitense. Ed è qui che l’Unione Europea deve mostrare una decisa presa di posizione e fare una mossa che vada oltre il pregare Trump per le ‘deroghe’ agli specifici accordi commerciali europei, un processo che renderebbe i Paesi europei ancora più sottomessi ai capricci di Trump».

Il vero ‘rimedio’ a disposizione dell’Unione Europea consiste nell’emulazione dei progetti di ‘de-dollarizzazione’ concepiti da Mosca e Pechino, che nella fattispecie implicano l’utilizzo dell’euro per gestire le transazioni con l’Iran aggirando il dollaro e il regime sanzionatorio Usa; una soluzione che alcuni funzionari Ue avrebbero già cominciato a prendere in esame, stando a quanto riportato da ‘Russia Today’. Gli Stati Uniti reagirebbero ovviamente con sdegno all’adozione di una misura tanto estrema da parte dei propri principali alleati geopolitici, ma questi ultimi sono legittimati ad agire in tal senso dal fatto che Washington non ha avuto alcuno scrupolo a calpestare gli interessi economici europei introducendo sanzioni «di durezza mai vista nella storia», come annunciato dal segretario di Stato Mike Pompeo, contestuali al ritiro dall’intesa sul nucleare iraniano. Il fatto, inoltre, che il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) costituisce un trattato multilaterale – e non bilaterale – approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con apposita risoluzione (2231) configura la marcia indietro innestata dagli Usa in assenza di qualsiasi violazione acclarata da parte dell’Iran come una clamorosa violazione dell’articolo 25 della Carta dell’Onu.

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