mercoledì, Settembre 30

Stati Uniti e Germania ai ferri corti sul commercio Il mercantilismo tedesco in urto con il neo-protezionismo Usa

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La recente dichiarazione di Angela Merkel, che dopo una serie di colloqui con Emmanuel Macron e Theresa May ha messo in chiaro che l’Unione Europea non incasserà passivamente l’eventuale imposizione di dazi da parte dell’amministrazione Trump, rappresenta uno strumento piuttosto utile a comprendere la natura delle relazioni transatlantiche. Dal punto di vista strategico, l’Europa si configura tutt’oggi una sorta protettorato di Washington privo di una vera sovranità in materia di politica estera. La forza di difesa comune europea di cui il ‘direttorio franco-tedesco’ ribadisce ciclicamente la necessità è ancora un miraggio, vista e considerata la presa che la Nato continua ad esercitare sul ‘vecchio continente’ e i legami strettissimi che intercorrono tra eserciti e servizi segreti tra le due sponde dell’Atlantico.

Il discorso cambia tuttavia se il rapporto euro-statunitense viene considerato da un’ottica economica, perché sotto questo aspetto gli Usa tendono ormai da anni ad affermarsi come fondamentale mercato di sbocco del poderoso export tedesco. Berlino vanta nei confronti di Washington un avanzo commerciale che nel 2017 ha sfiorato i 70 miliardi di euro, secondo solo a quello accumulato da Pechino. Tutto ciò non piace affatto al presidente Usa, la cui spiccata tendenza a formulare giudizi sull’operato dei Paesi stranieri sulla base del rapporto commerciale che intrattengono con gli Stati Uniti si è palesata agli occhi del mondo con l’introduzione di una serie di tariffe sulle importazioni che hanno lasciato di stucco buona parte dei politici e degli economisti.

Non stupisce pertanto che, in occasione del World Economic Forum di Davos del gennaio 2018, la Germania si sia posta alla testa di una nutrita schiera di Stati a grande vocazione mercantilista accusando Trump di trascinare il mondo verso una spirale di protezionismo da cui tutti usciranno con le ossa rotte. Il presidente Usa ha risposto che quella di Berlino è la ‘narrativa’ tipica di chi dalla globalizzazione senza limiti ha tratto il massimo dei benefici condividendone ben pochi con il mondo esterno. Concetti analoghi erano stati espressi già un anno prima dallo stesso Trump, che in un’intervista aveva rivolto pesanti critiche contro Bmw, Volkswagen e Daimler per la loro politica incentrata sull’esportazione di auto negli Stati Uniti senza impiantare stabilimenti produttivi in territorio statunitense, minacciando di imporre dazi del 35% nel caso in cui i colossi dell’auto-motive tedesca non avessero corretto la rotta. Volkswagen recepì immediatamente il messaggio, accordandosi con il Dipartimento di Giustizia per chiudere lo spinoso capitolo Dieselgate in cambio del versamento di una sanzione da 4,3 miliardi e della revisione del sistema di monitoraggio sulle emissioni di dollari e annunciando l’intenzione di costruire nuovi impianti negli Stati Uniti, oltre che di potenziare quelli già esistenti.

Colpendo al cuore il simbolo della potenza manifatturiera tedesca, Trump ha dato la chiara impressione di voler rimettere in riga la Germania costringendola a riconsiderare il suo approccio economico. Lo dimostrano le durissime uscite del principale consigliere economico della Casa Bianca Peter Navarro, il quale aveva accusato la Germania di comprimere i salari interni e di trarre fortissimi benefici da una valuta depressa in maniera artificiosa perché gravata dalle condizioni critiche di altri Paesi (a partire dalla Grecia) appartenenti alla medesima unione monetaria – condizioni critiche che sono in molti ad imputare all’intransigenza di Berlino in materia monetaria e di contabilità pubblica. Gustav Horn, direttore dell’organismo di studi economici tedesco Imk, ha spiegato che dalle analisi effettuate dai suoi sottoposti è emerso che le minacce di imporre nuovi dazi e le azioni concrete compiute in questo campo da Trump hanno fatto lievitare il tasso di probabilità che la Germania incorra a breve in una fase recessiva dal 6,8 al 32,4% in appena un mese. Questo perché il modello mercantilista, fondato sull’esportazione e sulla distruzione della domanda interna, adottato da Berlino e imposto progressivamente al resto dell’Europa è destinato a scontrarsi frontalmente con le misure di difesa e rilancio della produzione nazionale annunciate da Washington. Alla luce di ciò, evidenzia Horn, la Germania dovrebbe incrementare gli sforzi economici per consolidare la domanda interna non solo in patria ma in tutto il ‘vecchio continente’. Secondo ‘Oriental Review’, «Berlino si adopererà per difendere gli interessi delle proprie aziende, ma fin quando non verranno siglati accordi funzionali con Washington, anche le piccole e medie imprese tedesche non si sentiranno sicure».

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