mercoledì, Novembre 25

Stati Uniti e Cina ai ferri corti sul commercio Le schermaglie tra i due Paesi potrebbero degenerare in guerra commerciale

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Ciononostante, l’amministrazione Trump continua a tirare diritto per la sua strada. Si continua a parlare di misure atte a punire il ‘furto’ di segreti industriali e a impedire il trasferimento di tecnologie sensibili ai cinesi (un punto su cui anche l’Unione Europea è d’accordo), nonostante anche in questo caso gli Usa debbano buona parte delle loro abilità in ambito tecnologico alla sistematica violazione dei brevetti europei. Lo sottolinea lo storico Charles R. Morris, secondo il quale «la legislazione approvata dal Parlamento britannico prevedeva aspre sanzioni per coloro che trasferivano all’estero segreti commerciali, e arrivava persino a proibire l’emigrazione di operai specializzati. Ma gli Stati Uniti non avevano alcun rispetto per le norme britanniche introdotte a protezione della proprietà intellettuale. Il Paese aveva combattuto per la propria indipendenza con lo scopo di eludere le soffocanti restrizioni economiche imposte dalla madrepatria. Non stupisce pertanto che, agli occhi degli statunitensi, le barriere tecnologiche inglesi non rappresentassero altro che misure pseudo-coloniali finalizzate a impedire che gli Usa si affrancassero dal ruolo di meri fornitori di materie prime e di mercato di sbocco per i prodotti finiti britannici. Mentre la prima normativa sui brevetti, approvata nel 1790, riconosceva a “ogni individuo o gruppo di individui” il diritto di sottoporre un progetto all’ufficio preposto, la modifica introdotta nel 1793 stabiliva che soltanto i cittadini statunitensi  avrebbero potuto, da quel momento in poi, invocare la protezione garantita dalla legge del 1790».

D’altro canto, su mandato del governo, le autorità di vigilanza come la Securities and Exchange Commission (Sec) e il Committee on Foreign Investment (Cfius) hanno bloccato decine di acquisizioni societarie Usa da parte di imprese cinesi, mentre il governo portava avanti la sua politica di ricorsi all’Omc, benché siano stati proprio gli Stati Uniti a bloccare le nomine dei giudici dell’organo dell’Omc incaricato di giudicare gli appelli come forma di protesta per il comportamento  dell’istituzione, che secondo Trump penalizzerebbe gli Usa. Dei 31 contenziosi che hanno visto finora Stati Uniti e Cina affrontarsi, 21 sono stati sottoposti all’attenzione dell’organismo da parte degli Usa. Al centro dei reclami statunitensi ci sono soprattutto le sovvenzioni statali alle merci cinesi, mentre i cinesi contestano, di concerto con coreani e taiwanesi, la non conformità dei dazi statunitensi sui pannelli solari alle norme internazionali e chiedono forti risarcimenti. I cinesi puntano a loro volta il dito contro le sovvenzioni statali sui prodotti agricoli esportati in Cina, come il sorgo e i fagioli di soia. Una contestazione di non poco conto, se si considera che l’export di prodotti agricoli verso la Cina pesa per oltre 170 miliardi di dollari, e il mercato dei fagioli di soia vale, da solo, qualcosa come 12 miliardi.

La politica aggressiva portata avanti dagli Usa sembra quindi non perfettamente coerente e mirata più che altro alla conservazione dei propri vantaggi. Le conseguenze di una simile linea operativa potrebbero essere pesantissime: «La mossa su acciaio e alluminio – nota ‘Il Sole 24 Ore’ – non potrà che esacerbare i rapporti tra Usa e Cina, che anche in questo caso potrebbe contare sulla reazione dell’Unione Europea, come pure di Canada e Giappone, i maggiori esportatori di prodotti siderurgici negli Usa. Il governo cinese ha già chiarito che userà qualunque mezzo riterrà idoneo a difendere i propri interessi, da nuovi ricorsi all’Omc a restrizioni all’import».

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