giovedì, Marzo 21

Stati Uniti e Cina ai ferri corti sul commercio Le schermaglie tra i due Paesi potrebbero degenerare in guerra commerciale

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La contesa tra Stati Uniti e Cina entra nel vivo. In campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso di imporre dazi del 45% contro le merci made in China e di punire la ‘concorrenza sleale’ cinese che tende a manifestarsi sotto forma di svalutazione artificiosa dello yuan etichettando ufficialmente Pechino come ‘manipolatore dei tassi di cambio’. Al momento, nessuna di queste dichiarazioni di intenti è stata tradotta in pratica, ma cominciando ad moltiplicarsi le uscite pubbliche che vanno nella direzione di un confronto commerciale sempre più aspro da cui, a detta di Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) e Fondo Monetario Internazionale (Fmi), nessuno uscirebbe vincitore.

L‘Fbi e la Cia hanno pubblicamente sconsigliato ai cittadini statunitensi di acquistare telefoni cellulari Huawei e Zte in quanto strumenti di spionaggio cinese, mentre il segretario al Commercio Wilbur Ross si è espresso a favore di un aumento de dazi sull’acciaio cinese dal 24 al 53%. I dazi sui pannelli solari (30%) e sulle lavatrici (dal 20 al 50%) sono già entrati in vigore. Questi ultimi sono stati decretati ai sensi di una norma del 1974 che permette alle società statunitensi di settore di invocare misure di protezione a fronte di eventuali danni provocati da aumenti incontrollati delle importazioni. Nel 2002, George Bush jr. si avvalse della stessa legge per difendere il comparto siderurgico. La protezione dell’industria dell’acciaio è invece stata attuata in base a una legge del 1962 che autorizza a chiamare in causa la sicurezza nazionale visto che l’acciaio è la materia prima fondamentale per la realizzazione degli armamenti. Lo stesso Ross ha dichiarato che «la guerra commerciale è già in atto da anni, ora le truppe statunitensi sono in trincea».

Il ministro del Commercio cinese Wang Hejun non si è tuttavia lasciato intimidire, sottolineando la mancanza di presupporti per decisioni tanto drastiche e avvisando che la Cina «è pronta ad adottare qualsiasi misura per difendere i propri interessi». Pur rappresentando appena l’1% dell’import statunitense dalla Cina, l’acciaio è stato preso di mira dagli Usa in quanto pesantemente sussidiato (così come l’alluminio) dallo Stato, ma Washington ha tranquillamente sorvolato che i propri prodotti agricoli da esportazione sono anch’essi fortemente sovvenzionati a livello statale.

Se l’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump è quello di ridimensionare il deficit commerciale con la Cina, misure di questo genere sembrano destinate a risolversi in un nulla di fatto. A un anno dall’insediamento del nuovo governo, il disavanzo è aumentato del 12% a 566 miliardi di dollari, ma sale all’esorbitante cifra di 810 miliardi di dollari (un incremento del 7%) se si tiene in considerazione il solo scambio di beni e si escluse lo scambio di servizi. Da anni Trump va ripetendo che il deficit statunitense è imputabile in larga parte alle pratiche illecite (rispetto alle norme dell’Omc) di Paesi come la Cina e – in misura molto minore – Messico, le quali provocano la chiusura di un numero interminabile di imprese eliminando centinaia di migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti.

Il trasferimento di milioni di posti di lavoro verso i Paesi dotati di manodopera a basso costo e leggi lassiste in ambito di tutela del lavoro e dell’ambiente è tuttavia qualcosa che affonda le radici negli anni ’80, quando furono proprio gli Stati Uniti a premere per la rimozione di tutte le barriere commerciali. I 2,4 milioni di posti di lavoro spariti negli Usa negli ultimi dieci anni e ricomparsi in Cina sono frutto di ciò, e non di sotterfugi illegali da parte di Pechino.  D’altro canto, come evidenziano alcune indagini, nel 2015 l’export statunitense verso la Cina garantiva un’occupazione a circa 1,8 milioni di lavoratori statunitensi, che di fronte alle ovvie rappresaglie commerciali cinesi molto difficilmente riuscirebbero a conservare i loro posti.

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