lunedì, Maggio 27

Stati Uniti: democratici e repubblicani, tra successi e spaccature Ecco come i partiti si preparano alle elezioni del prossimo novembre

0

Mentre l’amministrazione Trump sembra dare segni di crescente attivismo sulla scena internazionale e ostenta, sulla nuova ribalta, ritrovate velleità muscolari, gli Stati Uniti si stanno avvicinando a grandi passi all’appuntamento elettorale del prossimo autunno. Il prossimo 6 novembre (ma la data non è ancora stata confermata ufficialmente), gli elettori statunitensi saranno, infatti, chiamati alle urne per eleggere i 435 membri della Camera dei rappresentanti, oltre a trentacinque senatori, trentasei governatori (più quelli dei tre territori di Guam, delle Isole Vergini e delle Marianne settentrionali) e una lunga serie di funzionari minori, fra cui i membri di ottantasette camere legislative e i sindaci di città importanti come Newark (New Jersey), Phoenix (Arizona), San Francisco (California), Washington, Nashville (Tennessee) e Louisville (Kentucky). Si tratta di un appuntamento di rilievo, sia in termini numerici che per l’impatto che potrebbe avere sul futuro assetto della politica americana. Soprattutto il voto per gli organi statali è seguito con attenzione. Saranno, infatti, gli organi usciti da queste elezioni a delineare i confini dei nuovi distretti elettorali in base ai risultati del censimento che si terrà nel 2020, condizionando così – per un lungo periodo e in modo spesso fondamentale – gli esiti del volto legislativo e presidenziale.

Non stupisce, quindi, che tanto il Partito repubblicano, quanto quello democratico si siano mossi in forze in vista di questo appuntamento. In Senato, la maggioranza che il GOP oggi detiene è di appena due voti: ciò significa che la perdita anche di un seggio determinerebbe una situazione di stallo dalla quale l’unica via d’uscita sarebbe il voto dirimente del Vicepresidente, che è ex officio Presidente dell’assemblea. Alla Camera dei rappresentanti la situazione è forse più sicura: l’attuale maggioranza è di 235 seggi contro 193, ma dal gennaio 2011, quando i repubblicani ne hanno preso il controllo, il loro margine di superiorità è andato seppure lentamente assottigliandosi. Ad aggravare le cose, trentacinque dei loro candidati uscenti non si ripresenteranno al voto, mentre quelli democratici saranno diciassette. Un discorso simile vale per il voto ‘minore’. Gli Stati oggi controllati dal GOP sono trentatré contro sedici democratici e uno (Alaska) guidato da un indipendente. Tuttavia, anche in questo caso, i sondaggi sembrano dare i candidati repubblicani in calo in vari Stati e, di converso, quelli democratici in ascesa. Un recente sondaggio di RealClearPolitics, ad esempio, attesta il GOP certo, probabile o possibile vincitore in diciannove Stati e delinea in quattro altri Stati (Florida, Michigan, Nevada e Ohio) una situazione di sostanziale parità.

Tratteggiare scenari nazionali partendo dal voto di midterm è sempre complesso. E’ tradizione che tale voto penalizzi il partito del Presidente, anche se, soprattutto nel casi in cui il voto federale s’intreccia molto con quello per gli esecutivi e i legislativi degli Stati, il peso del dato locale può essere importante e concorrere nel delineare un quadro contraddittorio. L’establishment repubblicano appare convinto di una pesante sconfitta, nonostante (o, forse, a causa) dell’atteggiamento ottimista che Donald Trump continua a ostentare. Le elezioni che per varie ragioni si sono tenute negli scorsi mesi hanno avuto risultati consistentemente negativi per il GOP, sia per le divisioni che hanno portato alla luce, sia per quella che è stata letta dagli osservatori come la crescente disaffezione del suo elettorato di riferimento. Sul fronte opposto, il Partito democratico sembra, invece, avere ritrovato almeno in parte la compattezza perduta nella campagna del 2016, come attesta, ad esempio, l’endorsement bipartisan dato da Hillary Clinton e Bernie Sanders al vincitore delle primarie in Florida, la quarantacinquenne Stacey Abrams, prima donna afroamericana a ottenere la nomination governatoriale per uno dei partiti maggiori e, nel caso sia eletta, prima donna afroamericana raggiungere la guida dell’esecutivo di uno Stato nella storia degli Stati Uniti.

E’ presto per trarre da questi segnali indicazioni definitive, in particolare riguardo alle prossime elezioni presidenziali. Sia l’apparente ritrovata compattezza democratica, sia i malumori che continuano ad attraversare il Partito repubblicano devono passare, oltre che dalla prova delle midterm, dall’ancora più difficile prova della scelta dei candidati alla corsa presidenziale. In passato, questo momento si è dimostrato fonte di divisioni violente e ha messo in luce linee di frattura inattese. Il timore espresso da vari esponenti del GOP di possibili ricadute negative del sostegno offerto dal Presidente ai candidati repubblicani è indicativo di come lo ‘strappo del 2016’ non si sia ancora ricomposto. Lo stesso vale per il perdurare – al di là degli apparenti segnali di riconciliazione – di quella che la stampa ha chiamato la ‘guerra civile’ interna ai democratici. Le elezioni che hanno portato Tom Perez, già Segretario al lavoro nell’amministrazione Obama, alla guida del Comitato nazionale democratico hanno messo in luce chiaramente quanto il partito dell’asinello sia spaccato e quanto profonda sia la spaccatura fra sue due anime. Un segnale in più per mettere in discussione la convinzione che il voto del 2020 sarà, per gli sconfitti del 2016 e probabili vincitori delle prossime midterm, il facile successo che molti sembrano pronosticare.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore