venerdì, Luglio 10

Stati Uniti: COVID-19, quelle proteste che vengono da lontano L’epidemia sembra esacerbare tensioni già esistenti ed enfatizzare i termini di uno scontro centro/periferia che trova da altre parti le sue vere radici

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Il perdurare dell’emergenza COVID-19 negli Stati Uniti si è accompagnata, negli ultimi giorni, al montare delle proteste contro le misure dilockdownadottate in varie parti del Paese. Si tratta di un fenomeno diffuso, indipendente dal fatto che le amministrazioni oggetto delle critiche siano democratiche o repubblicane. Proteste si sono registrate in Michigan, Ohio, North Carolina, Minnesota, Utah, Virginia, Kentucky, Wisconsin, Oregon, Maryland, Idaho, Texas, Arizona, Colorado, Montana, New Hampshire, Pennsylvania e nello Stato di Washington. Forme e toni sono stati diversi ma i timori espressi sostanzialmente simili, con la paura per le conseguenze del distanziamento sociale sull’economia che si è unita a quella per l’impatto delle misure adottate sulla vita di tutti i giorni. Da più parti – soprattutto in ambito ‘alt-right è stata inoltre evocata l’incostituzionalità dei provvedimenti adottati, considerati lesivi della libertà e dei diritti civili dei cittadini statunitensi. Da questo punto di vista, la presenza di persone armate durante la manifestazione al Campidoglio di Lansing (Michigan), lo scorso 15 aprile, non ha rappresentato un caso isolato né un’anomalia rispetto a uno scenario che presenta numerosi elementi di complessità.

Nonostante i provvedimenti presi a livello statale e federale, la diffusione del contagio negli Stati Uniti non sembra rallentare, con oltre 828.000 casi registrati e oltre 46.000 morti secondo i dati dei Centres for DiseaseControl and Prevention. Parallelamente, le conseguenze economiche del lockdown hanno cominciato a farsi sentire, con oltre 5,5 milioni di richieste per il sussidio di disoccupazione presentate in media nelle prime due settimane di aprile, stime che parlano di una possibile crescita fino a otto milioni e un totale di domande presentate nelle quattro settimane precedenti, da che la pandemia ha cominciato a produrre i suoi effetti nel Paese, nell’ordine dei ventidue milioni. Sono cifre importanti ai di là dei limiti strutturali del sistema di welfare statunitense, e configurano, di fatto, dell’azzeramento dei risultati ottenuti negli ultimi dieci anni, durante i quali, sotto le amministrazioni Obama e Trump, sono stati creati circa 21,5 milioni di posti di lavoro. La diffusione del virus ‘a macchia di leopardo’ e i suoi effetti diseguali sull’economia non semplificano le cose e concorrono ad alimentare le tensioni negli Stati in cui le misure di distanziamento sociale sono state adottate anche in presenza di tassi di contagio relativamente bassi.

Su questo sfondo, il fatto che il ritmo della crescita del tasso di disoccupazione sembri essere rallentato negli ultimi giorni modifica poco i termini della questione. L’atteggiamento dell’opinione pubblica riguardo all’andamento della situazione sanitaria resta incerto, anche se l’ondata pessimista che ha caratterizzato la prima metà di aprile sembra essersi ridimensionata. Intorno alla fine del ‘lockdown’ anche negli Stati Uniti sembra, inoltre, esistere una sostanziale incertezza, aggravata dai segnali contraddittori che vengono dalla Casa Bianca. La richiesta rivolta da alcuni governatori al Presidente dopo le proteste perché si esprima in modo chiaro a sostegno del ‘lockdown’ è indice di come questa scelta continui a essere controversa. D’altra parte, le critiche – per quanto sfumate – che il Presidente ha rivolto al governatore della Georgia, il repubblicano Brian Kemp, che ha annunciato di volere avviare nei prossimi giorni il ‘rilassamento’ delle misure di distanziamento sociale, contrastano in maniera stridente con gli annunci fatti in precedenza dello stesso Trump riguardo alle necessità di ‘rimettere in moto’ il Paese il prima possibile e con le sue dichiarazioni apparentemente a sostegno delle manifestazioni delle scorse settimane.

Da questo punto di vista, il clima elettorale che – seppure ridimensionato in termini di visibilità – continua a spirare sul Paese non semplifica le cose e finisce per condizionare le scelte sia a livello federale che dei singoli Stati, soprattutto in realtà come Delaware, Indiana, Missouri, Montana, New Hampshire, North Carolina, North Dakota, Utah, Vermont, Washington e West Virginia, in cui il voto di novembre coincide con quello per il rinnovo del seggio governatoriale o per la composizione degli organismi legislativi. Ancora una volta, quindi, COVID-19, più che inserire elementi ‘di rottura’ nel panorama politico statunitense, sembra esacerbare tensioni già esistenti ed enfatizzare i termini di uno scontro centro/periferia che – presente a tutti i livelli istituzionali – trova da altre parti le sue vere radici. Questo vale anche per gli aspetti più radicalie apparentemente ‘anti-sistemiciche le proteste degli scorsi giorni hanno assunto e che – come la ‘corsa alle armi’ che ha caratterizzato i primi giorni della pandemia – riflettono nel loro carattere ‘estremo’ il rapporto tradizionalmente complesso che, nella cultura e nella sensibilità degli Stati Uniti, esiste fra la sfera della libertà individuale e quella della sua espressione in ambito pubblico.

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