sabato, Settembre 26

Stati Uniti: Coronavirus, Trump senza furore Anche l’amministrazione americana ha adottato le prime misure di risposta, ma resta da capire se e quanto l’epidemia colpirà il Paese

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Sinora, gli Stati Uniti sono stati toccati solo marginalmente dall’epidemia di Coronavirus COVID-19 che, dopo essersi manifestata i primi di dicembre nella città cinese di Wuhan, si è diffusa nei mesi successivi in una cinquantina di Paesi in varie parti del mondo. Secondo i dati del Dipartimento della Salute/Centers for DiseaseControl and Prevention (CDC), al 26 febbraio i casi registrati sul territorio nazionale erano quindici (di cui uno senza apparenti connessioni con le tradizionali aree a rischio), ai quali vanno sommati i quarantacinque casi di cittadini statunitensi rimpatriati dopo avere contratto la malattia all’estero. Per contrastare la malattia, gli Stati Uniti hanno dichiarato lo stato di emergenza sanitaria lo scorso 21 gennaio, quando il primo caso di COVID-19 è stato registrato sul territorio nazionale. La recente individuazione, nella California settentrionale, di un paziente senza apparenti connessioni con le tradizionali aree a rischio ha tuttavia sollevato nelle autorità il timore che anche negli USA il virus possa in qualche modo essere già ampiamente presente nella popolazione; un timore che, oltre ad alimentare polemiche sulla disponibilità e l’efficacia dei test diagnostici disponibili, ha portato all’adozione di varie misure d’emergenza a livello locale.

Sul piano politico, anche l’amministrazione ha adottato le prime misure di risposta. La scelta del Vicepresidente Mike Pence quale responsabile per le azioni di contrasto all’epidemia (nomina, a sua volta, fonte di polemiche, per il modo in cui lo stesso Pence ha gestito l’epidemia di HIV che ha colpito l’Indiana negli anni cui ne era governatore) rappresenta un chiaro segnale di attenzione per un fenomeno che – secondo le autorità sanitarie – toccherà comunque il Paese, anche se resta da capire quando e quanto. I fronti di intervento sono diversi e toccano essenzialmente le capacità del governo e delle strutture sanitarie pubbliche di affrontare una crisi potenzialmente di larghe proporzioni. L’esperienza di questi giorni avrebbe messo, infatti, in luce la lentezza della risposta di un sistema sottofinanziato e caratterizzato da significativi squilibri territoriali anche per quanto concerne l’accesso agli strumenti diagnostici. La natura largamente privatistica del sistema sanitario statunitense, basato sull’erogazione di servizi a pagamento a carico del singolo paziente, concorre a complicare le cose, così come concorre a complicarle la legislazione (diversa nei vari Stati ma in genere piuttosto restrittiva) relativa alla fruizione dei permessi malattia da parte dei lavoratori dipendenti.

L’avvio in California di una campagna di monitoraggio su larga scala (le fonti parlano di almeno 8.400 persone messe sotto controllo con almeno 33 casi positivi già emersi) rappresenta, al momento, la prima iniziativa del genere adottata nel Paese, anche se le stesse autorità dello Stato sottolineano il carattere tardivo dell’intervento e i suoi limiti, legati alla già ricordata scarsità degli strumenti diagnostici e alla necessità di implementare i nuovi e più rigidi protocolli elaborati dal CDC negli ultimi giorniInoltre, i timori per una diffusione su larga scala del COVID-19 sembrano avere avuto i primi impatti sul pianoeconomico, con le borse che hanno dato, nel corso dellasettimana, chiari segni di debolezza. Il rallentamento dell’attività economica cinese da una parte, i timori per un possibile calo dei consumi dall’altra concorrono a spiegare questa dinamica. Un segnale di sfiducia che lo Speaker della Camera dei rappresentanti, la democratica Nancy Pelosi, ha definito ‘preoccupante’ (‘disturbing’) e che alcuni analisti vendono come il segnale dell’inizio di una più ampia fase di contrazione economica a livello globale, anche alla luce del progressivo espandersi del contagio a Paesi-chiave per il sistema internazionale degli scambi come Giappone, Corea del Sud e Singapore.

Nonostante tutte le fonti ufficiali parlino di rischi ‘estremamente bassi’, misure sono state introdotte già da gennaio in particolare riguardo ai viaggiatori provenienti dalle aree a rischio. A questo proposito, il Presidente Trump ha dichiarato negli scorsi giorni di non volere estendere tali controlli né ai Paesi europei né al Giappone o alla Corea del Sud (almeno sulla base della situazione attuale), né di volere introdurre misure di contrasto obbligatorie a livello federale. Questa prese di pozione sono state criticate da più parti, mentre al Congresso sembra emergere un’ampia maggioranza bipartisan a favore di stanziamenti finanziari ad hoc per contenere una possibile epidemia. Elizabeth Warren, candidata alla nomination democratica, ha annunciato, inoltre, la presentazione di una proposta di legge per trasferire parte dei fondi stanziati dall’amministrazione per la realizzazione delmuro di confine’ ad attività di contrasto della diffusione del COVID-19. Segno di come, nelle prossime settimane, il tema possa farsi strada anche nella campagna per il voto di novembre; una strada che Donald Trump ha già aperto legando la flessione fatta registrare dagli indici di borsa ai problemi che il Partito democratico starebbe avendo nell’esprimere un candidato credibile alla presidenza.

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