domenica, Agosto 9

Stati Uniti – Cina: l’ incontro tra Donald Trump e Xi Jinping Quali sono le questioni da discutere? Cosa aspettarsi da questo meeting? Risponde Filippo Fasulo, coordinatore scientifico del CeSIF

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Dopo Tokyo e Seoul, è atterrato, questa mattina, ora italiana, a Pechino il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, accompagnato dalla moglie Melania. E’ stato accolto dal Presidente cinese Xi Jinping riconfermato, recentemente, dal XIX Congresso, alla guida, per altri cinque anni, del Partito comunista e della Repubblica Popolare Cinese e dalla consorte Peng Liyuan. Trump e Xi Jinping, insieme alle rispettive consorti, hanno visitato la Città Proibita, nel centro della capitale cinese, terza tappa del viaggio del Presidente americano in Asia. Causa nebbia, è invece saltata la visita di Trump alla Zona Demilitarizzata.

Al centro dei colloqui tra i due leader, la crisi coreana e le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. Per quanto concerne il primo aspetto, parole dure ha usato il numero uno della Casa Bianca di fronte al Parlamento sudcoreano: «E’ nostro dovere affrontare questa minaccia; più aspettiamo più il pericolo cresce e meno diventano le opzioni … Questa Amministrazione americana è molto diversa da quelle precedenti. Sottovalutarci sarebbe un errore di calcolo fatale». Aveva inoltre definito il regime di Kim una “dittatura crudele”, responsabile di efferati crimini nei confronti della popolazione nordcoreana.

In riferimento agli scambi commerciali, in una conferenza stampa congiunta a Tokyo col premier giapponese Shinzo Abe, Trump aveva affermato che «il problema che abbiamo con la Cina è ed è stato di avere una situazione commerciale ingiusta. Il nostro deficit è di centinaia di miliardi di dollari all’anno. Deve andare giù, deve andare giù». Solo nel mese di ottobre, a 26,62  miliardi di dollari si è attestato il deficit commerciale statunitense con la Cina.

Compagnie americane e cinesi hanno siglato, presso la Grande sala del popolo, a poche ore dall’ arrivo di Trump a Pechino, 19 accordi del valore totale di 9 miliardi di dollari. Alla cerimonia della firma, erano presenti il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, e il Vice Premier cinese, Wang Yang, da poco membro del Comitato permanente del Politburo.

Quali i temi al centro dell’ incontro? Ad illustrarli Filippo Fasulo, coordinatore scientifico del Centro Studi per l’ Impresa  della Fondazione Italia-Cina (CeSIF) oltre che ricercatore dell’ Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI).

«Il mondo non può tollerare il pericolo di un regime-pirata che ci minaccia di devastazione nucleare. Tutte le nazioni responsabili devono unire le forze per isolare il brutale regime della Corea del Nord e negargli ogni forma di sostegno, di forniture, o di tolleranza. A quelle nazioni che decidono di ignorare la minaccia, o peggio ancora di consentirla: il peso di questa crisi è sulle vostre coscienze». Queste le parole di Trump al Parlamento sudcoreano. Ma il Presidente, dopo aver lasciato Seoul, è oggi in visita a Pechino. La Cina potrebbe aumentare le sue pressioni su Pyongyang?

Difficile onestamente dirlo. Ho l’ impressione che la Cina possa, magari in alcune occasioni, fare qualche gesto simbolico, ma, in realtà, sottotraccia, continuare ad avere relazioni con Pyongyang. Quello di cui ha bisogno la Cina è la stabilità nell’ area. E il timore che un eventuale crisi interna nordcoreana possa rendere l’area instabile è una preoccupazione ben maggiore per Pechino che non avere accordi con Trump su questo punto. Quindi è difficile che la Cina ponga pressioni tanto forti anche perché non bisogna sopravvalutare l’ influenza che la Cina ha su Pyongyang che, oramai, si sta costruendo una sua identità precisa, legata alla caratteristica della presenza nucleare, cui non rinuncerà mai, e sulla base di quella imposta le sue relazioni.

La Cina dispone di altre leve di pressione sul regime di Kim Yong-Un?

Al momento non ci sono grandissime leve. Secondo me il ruolo che può svolgere la Cina è far sì che si arrivi ad una tregua verbale così da far diminuire la pressione su Pyongyang. Quindi si può pensare a qualche escamotage che può essere un qualche tipo di investimento economico oppure, semplicemente, la riapertura di un tavolo di trattative che faccia sì che la tensione scemi un po’. Però dubito che la Corea del Nord faccia alcun passo indietro, anche perché dobbiamo pensare che se Pyongyang dovesse rinunciare al nucleare, perderebbe qualunque leva abbia in mano. Quindi mantenere questo tipo di pressione è l’unica carta che ha. Gli altri, secondo me, sono un po’ in scacco in questo momento. In tal senso, Kim Jong-Un non farebbe un pazzo quanto piuttosto uno che ha agito in maniera molto furba, ponendo i suoi avversari con le armi spuntate.

Gli Stati Uniti hanno più volte ribadito che l’ obiettivo, per risolvere la crisi, è la denuclearizzazione della penisola coreana. La denuclearizzazione di Pyongyang è un obiettivo condiviso anche dalla Cina? Perché?

Non credo. Il punto è che la Cina vuole semplicemente mantenere lo status-quo, quindi vuole le due Coree divise e, di conseguenza, una Corea del Nord che rimanesse nel suo limbo, senza alzare i toni. La denuclearizzazione è semplicemente un fattore in più, un fattore che rafforza la Corea del Nord, ma non cambia più di tanto. Anche perché sono da escludere possibili minacce di Pyongyang nei confronti della Cina.

In questi giorni, la Cina ha ripristinato le relazioni diplomatiche con Seoul che erano state congelate dopo l’ installazione del THAAD. Il THAAD e le continue esercitazioni navali statunitensi – ne verrà effettuata una nei prossimi giorni che coinvolgerà tre portaerei USA -, anche congiunte con altri Paesi, nel Pacifico occidentale, sono alcune delle ragioni che spingono la Cina a non premere troppo su Pyongyang?

Dal lato cinese c’è una sorta di irritazione nei confronti di Kim Yong-Un. I rapporti sono quello che sono, ovvero non solo amore, ma da parte cinese c’è sicuramente una criticità per il fatto che la Corea del Nord giustifica la militarizzazione della Corea del Sud, giustifica la circostanza per cui gli americani siano presenti in forze così vicini nei confronti di Pechino e il lancio di missili pone l’ attenzione principale degli Stati Uniti in quella regione. Pechino preferirebbe una Corea del Nord silenziosa, che non dia adito a questo tipo di considerazioni.

Gli Stati Uniti hanno sempre avuto una leadership forte nell’ area. Adesso che la Cina sta crescendo, la sua crescita segnala quelli che sono i suoi principali interessi. Gli stessi casi delle dispute marittime, prima con il Giappone poi nel Mar Cinese Meridionale, sono un modo cinese per dire “quest’ area è affar nostro e gli americani dovrebbero interferire meno”. C’è, in questo, la volontà cinese di manifestarsi come un attore ormai rilevante, sia sul piano regionale che globale. Quindi il persistere della presenza americana in Corea del Sud con il THAAD è visto, in qualche modo, come una minaccia.

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