martedì, Luglio 16

Stati Uniti – Cina: guerra commerciale ancora lontana? L’innalzamento dei dazi oggi in vigore non è un segnale di totale chiusura

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Dopo i segnali positivi delle scorse settimane, le nubi sono tornate ad addensarsi sul possibile accordo commerciale fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. L’annuncio da parte della Casa Bianca dell’innalzamento dei dazi oggi in vigore dal 10 al 25% su un controvalore di 200 miliardi di dollari di beni importati e l’annuncio di possibili nuove misure su un controvalore di altri 325 miliardi è stato accolto con sorpresa (e, in molti casi, in modo negativo) sia dai mercati, sia dagli osservatori. I timori per la ripresa di una guerra commerciala fra Washington e Pechino sono molti e molti temono le conseguenze di una simile guerra sull’economia mondiale. Segni di preoccupazione sono giunti dal Fondo Monetario Internazionale, che ha già abbassato le previsioni di crescita globale sia per quest’anno che per il prossimo. Altri partner degli Stati Uniti temono che la stretta sulla Cina sia in qualche modo un’anticipazione di possibili nuove misure anche nei loro confronti; un timore che condivide anche l’Unione Europea, che dallo scorso luglio sta faticosamente cercando di negoziare con Washington un nuovo accordo commerciale dopo gli screzi che hanno caratterizzato la prima parte dell’anno.

Le prime misure sono entrate in vigore oggi, 10 maggio, alle 12.01, ora della costa orientale USA, e sono state subito seguite dalle prime contromisure cinesi, annunciate in un comunicato del ministero del Commercio. Non si tratta, tuttavia, di un segnale di totale chiusura. Nel comunicato, per esempio, ricompare l’invito già indirizzato all’amministrazione ad ‘incontrarci e metà strada’ e anche le Borse (che nei giorni scorsi avevano subito in maniera evidente i contraccolpi dell’annuncio della Casa Bianca) sembrano avere accolto gli ultimi sviluppi senza particolari reazioni. E’ forte, quindi, l’impressione che la temuta guerra su larga scala sia ancora lontana e che gli eventi di questi giorni siano soprattutto da inquadrare all’interno del ‘balletto negoziale’ che Washington e Pechino stanno conducendo ormai da vari mesi. Già dopo l’annuncio di domenica, alcuni osservatori ne avevano messo in luce il possibile carattere ‘tattico’ e avevano rilevato come la notizia andasse letta soprattutto in relazione all’apertura dell’imminente round negoziale, anche alla luce della reazione caratteristicamente pacata di Pechino.

I giochi sembrano, quindi, essere ancora aperti. In effetti, al di là delle ricadute sull’economia globale, una guerra commerciale su larga scala avrebbe conseguenze pesanti soprattutto sui due contendenti. Negli Stati Uniti, sia lo US-China Business Council, sia varie organizzazioni di categoria hanno messo in evidenza il possibile impatto negativo delle nuove misure su fatturato, occupazione e potere d’acquisto delle aziende e dei lavoratori USA. Al contrario, molte importanti aziende (prima fra tutte Apple) hanno messo in luce i benefici conseguiti in termini di redditività durante la fase di rapporti distesi che ha caratterizzato gli scorsi mesi. Considerazioni simili valgono – mutatis mutandis – sul fronte cinese; ciò anche tenendo conto di come, secondo le stime della United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), un inasprimento della guerra commerciale fra Washington e Pechino rischi di produrre una diversione del commercio verso Paesi terzi parecchio superiore alla quota di esportazioni che Stati Uniti e Cina riuscirebbero a sostituire con attraverso le rispettive industrie nazionali.

L’impressione è quindi quella di trovarsi di fronte, una volta di più, a un esempio di quella ‘diplomazia della forza’ che l’amministrazione statunitense ha già impiegato in passato con vari gradi di successo. Il contenzioso fra Stati Uniti e Cina non riguarda solo la protezione dei rispettivi produttori nazionali ma, soprattutto, l’ambizione di Pechino di proporsi, nei prossimi anni, come un campione dell’innovazione in campo produttivo e tecnologico, intaccando la posizione che proprio gli Stati Uniti occupano in questo campo. Da questo punto di vista, l’importanza della posta in gioco spiega molto della rigidità e delle impuntature dalla Casa Bianca. Differenti culture e stili negoziali concorrono a loro volta a complicare un rapporto che ha alla base una profonda componente di sfiducia reciproca. Infine, non si può dimenticare che il Presidente (come i suoi avversari democratici) è ormai da tempo in modalità ‘campagna elettorale’. Una modalità che, nei rapporti con Pechino, lo pone nella delicata posizione di non potere apparire troppo arrendevole pur dovendo portare a casa un accordo che sia spendibile agli occhi del suo elettorato e capace di tutelare sul lungo periodo gli interessi del suo Paese.

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