sabato, Dicembre 7

Stati Uniti: al via il piano di investimenti pubblici C'è l'accordo tra governo e democratici

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Uno dei punti di forza della campagna elettorale grazie alla quale Donald Trump è riuscito a vincere la corsa per la Casa Bianca va indubbiamente individuato nel mega-progetto per la ricostruzione delle logore infrastrutture nazionali, implicante qualcosa come 1.000 miliardi di dollari di investimenti in un decennio. Il disegno originale prevedeva che lo Stato mettesse a disposizione 200 miliardi, mentre i restanti 800 se li sarebbero dovuti sobbarcare privati ed enti locali, ma dalla somma iniziale a carico del governo federale furono successivamente tagliati 55 miliardi di dollari che, in origine, si era pensato di stanziare per il potenziamento degli scali aeroportuali di secondaria importanza, la ricostruzione dei manti autostradali, il consolidamento degli acquedotti e la riqualificazione di alcune aree comprese nelle riserve indiane. Molti degli incentivi necessari a coinvolgere i privati vennero tuttavia meno con l’entrata in vigore della riforma fiscale, comprensiva di forti limitazioni riguardo alle deduzioni statali (in specie sulle emissioni obbligazionarie private per gli investimenti). Il che portò Trump a optare per il riconoscimento, a beneficio degli investitori disposti ad entrare nell’affare, dei diritti di proprietà e gestione sulle infrastrutture (ponti, ferrovie, strade,  ecc.) in cui avrebbero investito – sulle quali il ritorno del capitale è garantito tramite pedaggi e varie forme di pagamento dell’usufrutto – e per l’allentamento delle regole in materia di tutela dell’ambiente.

Il principale ostacolo per all’attuazione del piano venne dal Congresso. Da un lato, a causa dell’opposizione dei falchi del Tea Party, fortemente contrari all’indebitamento federale e all’intervento dello Stato nell’economia. Dall’altro, per effetto dell’ostilità dei democratici, preoccupati dalle precarie situazioni finanziarie in cui si trovavano – e si trovano ancora oggi – i bilanci di svariati Stati e città statunitensi e inclini a ritenere che dovrebbe essere lo Stato a svolgere il ruolo prioritario, investendo almeno 500 dei 1.000 miliardi previsti. Secondo il punto di vista dell’apparato dirigenziale del Partito Democratico, la limitazione del ruolo dei privati è una condizione necessaria per evitare la formazione di nuove strutture di potere di tipo oligarchico e scaricare il peso degli investimenti sui consumatori finali. Per i democratici, agire in questa direzione significherebbe anche tributare rispetto all’eredità di Franklin Delano Roosevelt, che durante la Grande Depressione convinse in Congresso ad autorizzare l’istituzione della Tennesse Valley Authority, una società di proprietà federale incaricata di investire denaro pubblico per favorire la navigazione, il controllo delle piene, la produzione di energia elettrica, la sintetizzazione di fertilizzanti e, più in generale, lo sviluppo economico nei territori circostanti il bacino idrografico del fiume Tennessee.

La situazione venutasi a creare obbligava Trump a portare dalla propria parte almeno una decina di senatori democratici, necessari a raggiungere la soglia dei 60 voti. Risultato che sembra esser stato raggiunto proprio negli scorsi giorni, quando il tycoon newyorkese ha annunciato di aver raggiunto un accordo con i leader dell’opposizione (Nancy Pelosi e Chuck Schumer), che controlla la Camera, per il lancio di un mega-progetto per la ricostruzione delle infrastrutture nazionali da 2.000 miliardi di dollari.

L’idea alla base del piano, potenzialmente in grado di imprimere una forte spinta propulsiva all’economia Usa proprio nell’imminenza delle elezioni presidenziali, è quella di reperire le risorse necessarie senza ricorrere all’aumento del deficit (già gigantesco di suo), e quindi raddoppiando sia la tassa sui voli aerei a carico di ogni passeggero (da 4,5 a 9 dollari), sia la cosiddetta gasoline tax, l’accisa sul carburante che galleggia da quasi trent’anni a quota 18,4 centesimi per gallone. Misura, quest’ultima, destinata inesorabilmente a suscitare l’irritazione degli automobilisti statunitensi, di cui Trump – memore del fatto che il prossimo anno si terranno le elezioni presidenziali – ha tuttavia cercato di ingraziarsi preventivamente il favore attraverso il No Oil Producing and Exporting Cartels Act, una misura che porrebbe gli Usa nelle condizioni di imporre sanzioni contro i Paesi dell’Opec a causa della loro politica oligopolistica. Un provvedimento anti-cartellistico orientato a obbligare i Paesi produttori a ingaggiare una competizione esasperata destinata ad abbattere il prezzo del petrolio, di cui beneficerebbero in primo luogo proprio i consumatori statunitensi, ma che andrebbe giocoforza a ledere gli interessi sia degli estrattori di idrocarburi non convenzionali (che Trump ha appoggiato senza remore fin dal suo esordio in politica), tuttora bisognosi di un break-even prossimo ai 50 dollari per barile, sia di un alleato cruciale come l’Arabia Saudita, sulla quale si regge l’intera architettura del petro-dollaro. Cosa che, potrebbe costringere l’amministrazione Trump e i democratici a rivedere i piani originari e ricorrere all’incremento del disavanzo di bilancio, con conseguente (ulteriore) dissesto dei conti pubblici.

Fra qualche settimana, ad ogni modo, il presidente dovrebbe illustrare i dettagli del piano. A quel punto, se ne saprà di più del grande piano keynesiano fedele allo slogan trumpiano del ‘Rebuilding America’.

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