giovedì, Ottobre 1

Stati Uniti: a che punto è la guerra al terrorismo?

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Come si evince dal documento, il fattore comune a buona parte delle crisi internazionali che sono all’origine della proliferazione del fenomeno terroristico è il coinvolgimento più o meno indiretto degli Stati Uniti. Almeno sei dei primi dieci Stati più frequentemente bersagliati dal terrorismo hanno subito l’ingerenza (nelle sue varie forme) politica o militare degli Usa; si tratta di Libia, Siria, Pakistan, Egitto, Iraq e Afghanistan. Stessa cosa vale per tre dei primi quattro Paesi classificati per numero di vittime, ovvero Iraq, Afghanistan e Siria.

La conclusione più ovvia che è possibile trarre dell’indagine realizzata dal Csis è che il terrorismo è divenuto uno dei più efficaci – dati gli effetti dirompenti (come la paura) che produce sulla popolazione civile grazie alla sua natura indiscriminata (colpire nel mucchio) – strumenti di lotta non convenzionale propri dell’epoca della ‘guerra senza limiti’, caratterizzata dall’asimmetria delle forze in campo e dal peso crescente assunto da attori non istituzionali che si avvalgono della religione e/o dell’ideologia per legittimare le proprie azioni. E gli Usa, con gli attacchi militari e le operazioni più o meno coperte condotte in Paesi ritenuti sensibili conformemente alla dottrina interventista elaborata dall’ex segretario di Stato – e attuale candidato alla Casa Bianca – Hillary Clinton, hanno fornito un contributo essenziale a creare le condizioni ideali per la proliferazione di quello stesso terrorismo che dichiaravano di voler debellare. Una contraddizione che tende a divenire sempre più palese alla luce della decisione di Washington di mantenere intatto il rapporto di stretta alleanza con l’Arabia Saudita, Paese dai comprovati legami con il terrorismo internazionale.

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