venerdì, Agosto 7

Stati Uniti: a che punto è la guerra al terrorismo?

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Recentemente, l’autorevole Center for Strategic and International Studies (Csis) ha reso pubblici gli esiti di una dettagliatissima ed approfondita ricerca concentrata sul fenomeno del terrorismo. L’indagine si basa su una montagna di dati raccolti da ogni angolo del pianeta e dà conto delle tipologie di attentati che si verificano più di frequente, delle aree geografiche più colpite, dei gruppi terroristici maggiormente attivi e dei loro modus operandi, nonché del numero e dell’identità delle vittime.

Rimanendo al 2015, la maggiore incidenza nel bilancio del terrorismo (52% dei casi) l’hanno prodotta gli attentati attuati mediante l’uso di esplosivo, seguiti a una certa distanza da aggressioni armate (23% dei casi) e assassini mirati (meno del 10% dei casi). Con il 40% circa delle vittime totali, i comuni cittadini sono la categoria più colpita, cui fa seguito quella di militari e forze di polizia (25-30%) e in ultima istanza quella degli appartenenti alla sfera politica ed economica (20%).

Il 2015, durante il quale si è assistito a una riduzione del numero di attentati rispetto all’anno precedente, rappresenta però un’eccezione al trend che ha preso vita dal 2004 in poi. Il grafico che prende in esame il numero degli attentati commessi  ogni anno a partire dal 1970 dà infatti conto dell’incredibile escalation terroristica innescata dall’attacco anglo-statunitense all’Iraq di Saddam Hussein, sferrato nel 2003 sulla base di prove false prefabbricate da membri dell’amministrazione repubblicana al potere. È tuttavia soltanto dal 2011, anno in cui Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sferrarono l’aggressione contro la Libia di Muhammar Gheddafi, che si è assistito a una straordinaria accelerazione. Da quel momento in poi, con la proliferazione della ‘primavere arabe’, lo scoppio del conflitto siriano e l’implosione progressiva dell’Iraq da cui è germinato il cosiddetto ‘Stato Islamico’, il fenomeno terroristico è andato rapidamente crescendo – sia per numero di attentati che di vittime – ed espandendosi, abbattendosi su regioni (come l’Africa settentrionale) che in passato non avevano mai avuto a che fare con questo tragico problema. Lo dimostra il fatto che qualcosa come quasi 22.000 dei circa 40.000 attentati perpetrati in Medio Oriente ed Africa settentrionale tra il 1970 e il 2015 si sono verificati soltanto dal 2011 in poi.

Un discorso a parte va applicato all’Europa occidentale, dove il terrorismo è tornato a tenere banco dopo il lungo periodo di calma relativa che successe ai turbolenti anni ’70 e ’80, quando si sviluppò la cosiddetta ‘strategia della tensione’, orientata a mantenere intatta la logica bipolare di Jalta a suon di attentati.

Secondo l’indagine, la matrice di gran parte degli attentati perpetrati a seguito di tali eventi destabilizzanti deve essere ricercata nel fondamentalismo islamico, sunnita in larghissima parte, che ha colpito con maggiore frequenza non solo in Iraq e Afghanistan – Paesi in cui si è avuta una lunga permanenza delle truppe statunitensi – ma anche in Paesi (quali Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Sudan e Somalia). Non va tuttavia sottovalutato il contributo all’escalation terroristica apportato da focolai sorti in aree che in passato avevano conosciuto una relativa stabilità (Africa settentrionale in particolare), nonché da conflitti dall’elevatissimo coefficiente geostrategico quali quella in Ucraina, in cui nel febbraio del 2014 si è verificato un golpe appoggiato dalle forze Nato e rivolto a strappare il Paese alla sfera egemonica russa, e in Yemen, dove la rivolta guidata dagli Houthi (un gruppo filo-sciita) rischia di far saltare l’architettura di difesa regionale modellata dagli Usa a difesa delle monarchie sunnite del Golfo Persico e rafforzare la posizione della Repubblica Islamica dell’Iran.

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