sabato, Settembre 21

Stati Uniti-Talebani, questo accordo non s’ha da fare… per ora Lo stop alle trattative può favorire il Governo afghano, che però è molto debole, ne parliamo con Claudio Bertolotti e Kate Clark

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«Questo matrimonio non s’ha da fare». Se fosse ancora vivo, Alessandro Manzoni userebbe questa sua celebre espressione per descrivere la situazione di stallo in cui, quasi inaspettatamente, sono stati risucchiati i promessi sposi in salsa afghana, cioè gli Stati Uniti e i talebani.

Il Presidente americano, Donald Trump, ha infatti reso noto di aver annullato un incontro segreto tra una delegazione statunitense e i principali leader talebani che ieri, 9 settembre, si sarebbe dovuto tenere a Camp David, nel Maryland. Località non casuale e abituata a certi appuntamenti storici: proprio a Camp David, nel settembre del 1978, Anwar Sadat e Menachem Begin firmarono i negoziati di pace tra Egitto e Israele.

Lo scopo del vertice usa-talebano era la finalizzazione di un accordo di pace per porre fine a quasi 18 anni di guerra in Afghanistan. Stando alle parole di Trump – che ha definito i colloqui «morti» – la drastica decisione è stata presa dopo che il 5 settembre scorso i talebani hanno rivendicato un attacco terroristico effettuato nella capitale afghana, Kabul, durante il quale sono rimaste uccise dodici persone, tra cui un soldato americano. 

La presa di posizione dell’inquilino della Casa Bianca, dunque, interrompe – per ora – un dialogo tra USA e talebani avviato nel luglio dello scorso anno. Un dialogo che all’inizio della scorsa settimana aveva portato le due delegazioni a intraprendere il nono round di incontri: un turno che sembrava potesse essere decisivo.

Come fatto trapelare dallo stesso inviato speciale degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, durante un’intervista in un programma della tv afghana, Washington e i talebani avevano raggiunto ad inizio settembre un accordo «in linea di principio». Secondo quanto stabilito, gli Stati Uniti avrebbero ritirato 5.400 truppe dall’Afghanistan entro 20 settimane dalla firma dell’accordo con i talebani: al momento, sono circa 14.000 i soldati statunitensi impegnati sul suolo afghano.

Ciò riflette quanto supposto durante tutto l’anno, ovvero che i vertici delle due diplomazie – Khalilzad da una parte ed il principale ufficiale talebano, Mullah Abdul Ghani Baradar, dall’altra – stessero concentrando i loro sforzi sul ritiro dei militari americani dal Paese arabo in cambio dell’impegno del gruppo islamista a cessare il fuoco e a bloccare le organizzazioni terroristiche internazionali dall’operare nel Paese. 

Quella dellattentato di Kabul, però, non pare essere una scusa convincente per la sospensione dei colloqui, soprattutto dopo un anno di intense trattative, durante le quali, peraltro, i bombardamenti non sono mai cessati. Che tra le mura della Casa Bianca si siano accorti che forse non sarebbe così conveniente lasciare l’Afghanistan in mano ai talebani?

Non ritengo morto il dialogo tra le parti. Credo che quella di Trump sia un’imposizione da stop&go”, afferma Claudio Bertolotti, Direttore di Start Insight e analista dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), “il Presidente americano vuole bloccare il dialogo negoziale in un momento in cui questo è svantaggioso per gli USA, in particolare su due piani. Sul piano della conflittualità, poiché avrebbe lasciato la porta aperta ai talebani che così avrebbero avuto gioco facile nell’abbattere in tempi brevi il Governo afghano e le sue forze di sicurezza. Sul fronte interno, invece, una forte pressione da parte del Pentagono e anche dello stesso Mike Pompeo hanno portato Trump  a desistere dalla sua intenzione iniziale”.

Per gli USA, abbandonare completamente lAfghanistan sarebbe stato come riconoscere una sostanziale sconfitta. Ridurre le forze statunitensi significa, di riflesso, ridurre gli interessi a stelle strisce nell’area. Ma c’è anche un altro aspetto molto importante a cui tiene il Presidente. “Trump ha fatto questa scelta prevalentemente in un’ottica di politica interna”, continua Bertolotti, “siamo in piena campagna elettorale e la vittoria – che non è una vittoria, ma una sconfitta – della guerra in Afghanistan era in agenda come uno dei punti principali”.

Spettatore tuttaltro che disinteressato al dialogo tra i due attori protagonisti è il Governo afghano, escluso dai round di incontri di Doha perché reputato dai talebani un fantoccio guidato da Washington. Il Presidente afghano, Ashraf Ghani, però, si è inizialmente opposto a questa soluzione, scettico all’idea che i fucili dei talebani possano essere riposti dopo il ritiro delle truppe americane, specie ora che controllano la maggior parte del territorio afghano. Ghani era contro l’esclusione del Governo afghano dai colloqui tra USA e talebani”, dice Kate Clark, analista dell’Afghanistan Analysts Network (ANN), “è stato difficile far valere il suo diritto di essere al tavolo poiché il Governo di Kabul fa affidamento sugli americani, sia per gli aiuti economici che per il supporto militare”.

Ad escludere definitivamente il Governo afgano dal tavolo di Doha, però, non sono stati solo i talebani, ma anche le logiche interne della politica statunitense. “Fino alla precedente Amministrazione americana e nelle fasi iniziale di quella Trump, i dialoghi negoziali erano per principio basati sul coinvolgimento sia dei talebani che del Governo afghano”, spiega l’analista ISPI, questo principio è venuto meno per volontà di Trump di  portare velocemente a casa un risultato: risolutivo nelle ambizioni statunitensi, ma che nella realtà dei fatti è servito solo ad indebolire ulteriormente il già debole Governo afghano”.

Il 28 gennaio scorso, durante un discorso alla televisione di Stato, Ghani ha ricordato il destino del suo predecessore, Mohammad Najibullah, ucciso proprio dai talebani nel ’96, quando questi presero il potere pochi anni dopo il rientro in patria dei soldati russi. Una situazione che potrebbe benissimo replicarsi. Anche per questo motivo, Ghani ha accolto favorevolmente lo stop alle trattative imposto da Trump.

Questo stop&go è sicuramente un vantaggio per il Presidente Ghani”, dice Bertolotti, a cui fa eco Clark. “Sono sicura che il Presidente Ganhi sia felice che i colloqui siano crollati”, afferma l’analista dell’AAN, “ora può concentrarsi sulle elezioni presidenziali”. 

L’appuntamento elettorale – già rinviato due volte – è previsto per il 28 settembre e Ghani potrebbe uscirne vincitore. Ma un Ghani rieletto avrebbe la forza contrattuale di sedersi direttamente al tavolo con i talebani?

Il Governo afghano è estremamente debole e lo è sempre di più”, spiega Bertolotti, “i talebani non hanno intenzione di dialogare direttamente con Ghani, anzi hanno intenzione di abbatterlo e di non riconoscere un processo elettorale che tentano di sostituire con una proposta di Governo di transizione”.

Oltre dalla minaccia talebana, quindi, il Presidente afghano deve far attenzione agli incastri della politica domestica e dai suoi oppositori. Questi, infatti, sono favorevoli ad un accordo di pace tra il gruppo islamista e gli statunitensi, poiché potrebbe far nascere un Governo di transizione nel quale assumere ruoli rilevanti. Tuttavia, come riporta il centro di ricerca Crisis Group, l’opinione radicata tra le fazioni politiche anti-talebane è che importanti compromessi con i loro avversari – come, ad esempio, una costituzione completamente nuova – sono inaccettabili. 

Il vero obbiettivo dei talebani, però, è un altro. “Secondo i loro piani”, dice il Direttore di Start Insight, “il Paese cesserà di essere una Repubblica per divenire qualcosa vicino all’Emirato Islamico dell’Afghanistan”.

Un’ipotesi che la Clark non prende in considerazione. “No, non credo che gli americani glielo lascino fare”, spiega l’analista, “penso che i talebani vorrebbero formare un Emirato, alcuni pensano che sia possibile, ma non possono ripetere ciò che fecero nel 1996. All’epoca presero Kabul dopo una devastante guerra civile. Le persone erano disperate. Non credo che i talebani possano imporre di nuovo le loro regole. Questa volta sarà diverso”.

Ad ogni modo, quello delle elezioni sembra uno scenario drammatico per Ghani, con i talebani che già hanno annunciato ritorsioni se si dovesse andare alle urne. “Non credo che le elezioni porteranno ad un risultato migliore di quelle precedenti”, chiosa Bertolotti, “il  rischio è che, da un parte, la sicurezza e, dall’altra, la corruzione potranno condurre verso uno scenario politico estremamente instabile e insicuro, dove i talebani riusciranno ad inserirsi non soltanto sul piano politico – non elettorale, ma come interlocutori – e riusciranno anche a conquistare ulteriori porzioni di territorio afghano, ponendo sotto il loro controllo aree e popolazioni”.

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