mercoledì, Agosto 21

Sri Lanka, il nemico utile

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A cinque anni e mezzo dalla fine della guerra civile in Sri Lanka, si è parlato sempre meno di questo Paese asiatico, soprattutto nei Media italiani. Il conflitto fra l’Esercito governativo e i guerriglieri separatisti delle Tigri Tamil (LTTE), cominciato nel maggio del 1983 e terminato, 26 anni dopo, nello stesso mese del 2009, è stato in gran parte ignorato dal mondo occidentale. E il dopoguerra, seppur segnato da gravi tensioni e violazioni dei diritti umani, lo è stato ancora di più.

Il Governo guidato dal Presidente Mahinda Rajapaksa, in carica da dieci anni e fautore della sconfitta delle Tigri Tamil, si oppone a indagini indipendenti sui crimini di guerra commessi da entrambe le parti, tentando di cancellare la memoria di circa centomila vittime. A queste si aggiungono i feriti, i mutilati, gli scomparsi, i bambini costretti a combattere. Le autorità di etnia cingalese sono state abili ad arginare il conflitto nel Nord e nell’Est, abitato in maggioranza da tamil, mentre nel resto della Nazione cresceva il turismo di noi occidentali, come se niente fosse. Eppure all’estremità delle zone accessibili ai viaggiatori, fra le meraviglie della giungla equatoriale, si poteva intravedere la segnaletica che delimita tuttora le zone minate.

Alan Keenan, uno dei maggiori esperti dello Sri Lanka, analista dell’International Crisis Group (ICG), spiega a ‘L’Indro’ la complessità del percorso verso la pacificazione. Attraverso la sua testimonianza, si scoprirà che la variata composizione etnica e religiosa è ancora utilizzata in nome del controllo politico. Se i tamil, in prevalenza indù, hanno cessato di essere il maggiore obiettivo delle autorità cingalesi buddiste, si sta creando ora un nuovo nemico, costituito dagli ‘outsider’ di sempre, i musulmani, e in parte dai nuovi cristiani, gli evangelici. A un mese dalla visita di Papa Francesco e dalle elezioni presidenziali – anticipate da Mahinda, dopo aver appreso di aver perso consensi – ecco l’accurato quadro di Keenan e alcuni suggerimenti per prevenire nuove violenze.

 

Quali sono le condizioni di vita e dei diritti umani nelle zone a maggioranza tamil, dove si è combattuto?

La situazione nel Nord e nell’Est resta critica. Il Governo l’ha pesantemente militarizzata con decine di migliaia di soldati. E’ una situazione estremamente difficile perché ci sono limitazioni all’attività politica dei funzionari locali, una massiccia sorveglianza, intimidazioni contro gli attivisti e gli operatori umanitari, soggezione della polizia all’Esercito e al Governo centrale. Si agisce nella paura.

E il conflitto con i tamil?

Resta sotterraneo. Non vi sono stati progressi da parte del governo nel risolvere le loro questioni economiche o di altro tipo. Sembra che esso non sia interessato a negoziati con i partiti politici che rappresentano i tamil. Si sta occupando della ricostruzione fisica delle zone pesantemente danneggiate dalla guerra, con nuovi edifici, strade, infrastrutture elettriche, impianti energetici, porti. Ma l’aspetto politico, psicologico, emotivo, sociale non l’ha affrontato.

Un esempio?

Negli anni Novanta i musulmani vivevano a migliaia prevalentemente nel Nord. Ora ne restano centinaia, ma altri stanno tornando. Il Governo, però, non sta facendo nulla per facilitare la convivenza fra le diverse comunità, in particolare fra cingalesi e musulmani.

Gruppi estremisti buddisti stanno addirittura conducendo una campagna contro i musulmani. Da quando?

E’ una storia lunga e complicata. I musulmani sono sempre stati considerati degli ‘outsider’ in Sri Lanka da parte della maggioranza cingalese buddista. Ricordiamo i tumulti più noti del 1915, in cui molti musulmani furono attaccati e alcuni uccisi. Tuttavia, ciò che sta accadendo da tre anni è una cosa nuova: per la prima volta esiste un movimento nazionale anti-musulmano con attacchi a persone, negozi e un gruppo di monaci organizzati alla guida. Ci sono prove che il governo li sostenga. Chi è favorevole a questa campagna pensa che il Presidente Mahinda Rajapaksa e (suo fratello, ndr.) il Ministro della Difesa Gotabaya Rajapaksa supportino il principale gruppo anti-musulmano, il BBS (Bodu Bala Sena o Buddhist Power Force, ndr.). Non è accertato un legame diretto, in termine di finanziamenti ad esempio, ma è evidente che la polizia non ha agito adeguatamente per fermare gli attacchi. Non ha arrestato gli artefici, gli organizzatori e i mandanti, come lo scorso giugno, quando tre musulmani sono stati uccisi, altri feriti, e sono stati causati milioni di dollari di danni ad attività economiche. Nessuno del BBS che ha incitato alla violenza, è stato fermato. E la reale entità del supporto governativo non è chiara.

La crescita dell’estremismo buddista può essere considerata una nuova tendenza nel Sud Est Asiatico?

Si possono fare due considerazioni. Innanzitutto, il BBS è collegato ufficialmente con le organizzazioni anti-musulmane in Myanmar (Movimento 969 di Ashin Wirathu, ndr.). I suoi esponenti hanno visitato l’ex Birmania a marzo accordandosi per lavorare insieme. A settembre, invece, il BBS ha tenuto a Colombo un convegno con 7mila monaci buddisti, in cui ha parlato Wirathu e si è firmato un formale ‘Memorandum of Understanding’ per difendere il Buddismo delle origini dall’estremismo islamico. In seconda istanza, in un mondo dove c’è una diffusa paura e misconoscenza dell’estremismo islamico, ma anche dove si compiono gravi azioni in nome dell’Islam, è più facile collegare i musulmani alle organizzazioni terroristiche. Di fatto, non esiste alcuna prova di ciò in Sri Lanka. Si tratta di propaganda.

Quali affinità ci sono fra il Myanmar, dove secondo Human Rights Watch (HRW) è in corso una pulizia etnica dei musulmani rohingya, e lo Sri Lanka?

Non posso pronunciarmi sulla ‘pulizia etnica’, perché il Myanmar non è la mia zona di competenza, ma rimando all’ultimo rapporto dell’ICG. Lo Sri Lanka non è il Myanmar per il livello di violenza anti-musulmana. Però, una fonte ben informata sul governo mi ha detto che lo Sri Lanka si trova a un punto simile a quello del Myanmar dieci o cinque anni fa. Si può prendere una certa direzione, se lo si permette. Il BBS sta cercando alleanze anche fra gli indù locali e indiani. Al tempo stesso, da molti anni esiste una propaganda contro i cristiani evangelici. Dagli anni Novanta si verificano attacchi contro questi ‘nuovi arrivati’ cristiani, ma non contro la Chiesa Cattolica stabilmente insediata.

Quanti sono i buddisti estremisti?

Non si sa con certezza. I militanti, probabilmente, migliaia. Cinque mila templi sostengono il BBS e centinaia di migliaia di persone lo appoggiano. Il problema è quanta simpatia suscitino nella maggioranza buddista, che costituisce il 70 per cento della popolazione. E’ anche vero che molti cingalesi non approvano la natura violenta e aggressiva della campagna contro i musulmani, sebbene condividano i pregiudizi che i musulmani siano attaccati al denaro (gran parte si occupa di attività commerciali, ndr.), filo-terroristi, oppressivi verso le donne ecc.

Perché il Governo dovrebbe appoggiare le violenze contro i musulmani?

Nel Governo c’è una simpatia per il BBS e una genuina convinzione che i musulmani rappresentino un problema, perché la pratica dell’Islam sta diventando sempre più conservatrice in Sri Lanka. Alcuni funzionari temono che i jihadisti, di cui non ci sono tracce nel Paese, possano nascere anche qui. Altri pensano che i musulmani abbiano troppo potere politico ed economico, e vogliono indebolirlo. Infine, dopo la sconfitta delle Tigri Tamil, il governo cingalese ha bisogno di un nuovo nemico per guidare un Paese a maggioranza buddista e mantenere il consenso. Un nuovo nemico gli serve per distrarre la popolazione dai problemi reali, tra cui l’insoddisfazione per l’aumento del costo della vita e la corruzione dei vertici, in particolare, della famiglia Rajapaksa. Sebbene il prodotto interno lordo sia cresciuto del 7 per cento e siano aumentati gli investimenti stranieri, soprattutto cinesi, la maggior parte della popolazione non ha ricevuto benefici dal Dopoguerra. Il BBS, inoltre, può servire per attaccare l’opposizione un mese prima delle elezioni anticipate dell’8 gennaio 2015. Si prevede che durante il voto ci saranno molte violenze.

La visita di Papa Francesco in Sri Lanka, dal 13 al 15 gennaio 2015, per ora è confermata.

In tanti sono rimasti sorpresi dal fatto che il Vaticano abbia confermato la visita, anche se avverrà solo cinque giorni dopo le elezioni. Normalmente evita di fissare viaggi in questo tipo di situazioni. In una parte della Chiesa cattolica srilankese stanno crescendo dei dubbi sull’opportunità di tale visita, senza contare che diverse diocesi hanno contestato i politici al governo che hanno usato l’immagine del Papa nella loro propaganda, dicendo di averne la benedizione. Comunque, se il Pontefice dovesse venire, sarebbe importante per lui condannare apertamente le violenze contro i musulmani e i cristiani evangelici. Questi ultimi ritengono di non aver trovato appoggio nella Chiesa cattolica srilankese ed è noto che ci siano tensioni in diverse parti del mondo fra evangelici e cattolici.

Come si stanno comportando i tamil, in prevalenza indù, in questo contesto?

Il 10 o 15 per cento dei Tamil è cattolico ed è guidato da leader influenti che hanno appoggiato la causa separatista delle Tigri Tamil. Per quanto riguarda la maggioranza indù, il BBS sta cercando di cooptarla contro i musulmani e gli evangelici, che hanno convertito diversi indù, oltre che buddisti. Inoltre, dai tempi della guerra perdurano le tensioni comunitarie e politiche fra i tamil indù e quelli musulmani.

Le Tigri Tamil potrebbero riformarsi, come dice il Presidente Rajapaksa?

Non ci sono segnali di un ritorno delle Tigri Tamil in Sri Lanka. La scorsa primavera il governo ha detto di aver bloccato un gruppo che cercava di riformarsi, uccidendo tre militanti. Molta simpatia per l’LTTE, permane, invece, fra i tamil al di fuori dello Sri Lanka. Si pensa che alcune istituzioni delle Tigri esistano ancora all’interno della diaspora tamil, in Europa, Canada, Stati Uniti, Australia. Tuttavia, non penso riescano a ricostituire un’organizzazione unitaria, perché sono molto divise su come devono essere gestiti i fondi, sull’agenda politica, sull’uso della lotta armata o di metodi non violenti, fra separatisti e autonomisti. Al tempo stesso, non si può escludere che piccoli gruppi continuino a operare e a provocare incidenti, che in realtà favoriscono indirettamente il governo. Alle autorità cingalesi conviene ogni tanto uccidere, arrestare, combattere in nome della lotta contro il ritorno delle Tigri Tamil. In questo modo possono giustificare un grande Esercito, un’estrema sorveglianza, una riduzione dei diritti umani.

Le indagini delle Nazioni Unite sui crimini di guerra compiuti da entrambe le parti sono in stallo. Si parla di uccisioni di massa, fosse comuni, sparizioni, civili ridotti alla fame, e reclutamento di bambini soldato e attentati specialmente da parte dell’LTTE. Sarà mai fatta giustizia?

Non succederà mai che tutti i responsabili di crimini di guerra, di entrambe le parti, vengano puniti. Probabilmente si processerà qualcuno di loro, ma il percorso per arrivare a questo obiettivo è complicato. Sia le ex Tigri, che il Governo fanno resistenza. L’Esecutivo non vuole un’inchiesta indipendente e ostruisce il lavoro delle Nazioni Unite, arrestando o minacciando di arrestare chi collabora alle indagini. Tuttavia, ci sono così tanti testimoni al di fuori dello Sri Lanka fra i sopravvissuti al conflitto, anche ex militari. L’ONU può ricorrere a loro. Magari non ci sarà un processo in Sri Lanka, ma è anche difficile ricorrere a un Tribunale Internazionale, poiché Colombo non è tra i firmatari dello Statuto di Roma che ha dato vita alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Si potrebbe ricorrere a essa solo attraverso l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, ma due membri con diritto di veto, Cina e Russia, sono sostenitori del Governo srilankese. Inoltre, gran parte dell’opinione pubblica cingalese e dei suoi esponenti politici non è favorevole alle indagini, perché non giudica come dei crimini gravi ciò che ha fatto l’Esercito. Ritiene che abbia compiuto il suo dovere nella lotta all’LTTE. L’ultima opzione è che un Governo straniero usi la sua legislazione interna per ricorrere alla giurisdizione internazionale, ma ciò accade di rado perché richiede molti soldi, prove e una certa sensibilità politica. Per ora nessuno si è preso il rischio politico e diplomatico di indagare, tra l’altro, su un Governo in carica.

 

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