venerdì, Maggio 24

Sri Lanka: un palcoscenico locale che parla ad un pubblico globale Dopo la tragedia in Sri Lanka, il terrorismo si evolve, ma come? Ne parliamo con Matteo Bressan e Marco Lombardi di ReaCT

0

La tragedia in Sri Lanka ha aperto gli occhi del mondo, di fronte un orrore. Una strage che è avvenuta in un giorno di preghiera, nel giorno di Pasqua. Nel giorno in cui si festeggia la risurrezione di Cristo, la comunità cristiana ha lasciato sul terreno 321 fedeli morti. Quegli attacchi coordinati tra varie località srilankesi sono stati da poco rivendicati dai terroristi dell’ISIS, ma prima ancora che la rivendicazione arrivasse si è iniziato a riflettere su come il terrorismo si sta evolvendo. Che l’ISIS non fosse morto con la perdita del Califfato era già evidente, ma lo Sri Lanka ha esploso l’interrogativo di principe: quale ISIS ci troveremo a dover fronteggiare da oggi in avanti?

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT), è un tavolo tecnico-accademico che unisce la competenza professionale e operativa con la ricerca accademica e lo studio sul campo, promosso e costituito da Claudio Bertolotti, analista di lungo corso specializzato prorio su queste tematiche. L’evoluzione del terrorismo islamico è tra le tematiche di maggior attenzione dell’Osservatorio, per questo abbiamo dialogato con Matteo Bressan della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) di Roma e Marco Lombardi, professore all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e coordinatore di ITSTIME, entrambi condirettori nella Direzione dell’Osservatorio ReaCT.

“In Sri Lanka colpisce l’impatto impressionante sulla popolazione: una carneficina con numeri simili a quelli del Bataclan, per richiamare un infausto esempio vicino a noi”, ragiona Matteo Bressan. “Indipendentemente dal fatto che il mandante sia l’ISIS, questo attentato ci ha richiamato a dinamiche terroristiche preoccupanti e lontane nel tempo. La tragedia in Sri Lanka è stato un attacco coordinato e con l’uso di armamenti convenzionali – non coltelli o macchine”.

Aggiunge Marco Lombardi: “Il fatto che sia stato compiuto proprio a Pasqua apre scenari preoccupanti: con la rivendicazione di ISIS, aumenta la preoccupazione di un’espansione, a livello globale, del radicalismo jihadista. Lo Sri Lanka diventa un palcoscenico locale che parla ad un pubblico globale. La ‘partitura’ del jihadismo globale è andata in scena sul ‘palcoscenico locale’ dello Sri Lanka, ed il suo riverbero internazionale è stato immenso.

Infatti, è importante sottolineare quanto il ‘regista’ degli attacchi sia distante chilometri di distanza, in Medio Oriente. Il gruppo che ha compiuto gli attentati era da tempo noto all’intelligence srilankese, ma non per atti terroristici di questa magnitudo: gli attacchi precedenti si erano ‘limitati’ alla rimozione e distruzione di statue del Buddha e slegati attacchi locali. L’appello del jihad globale si propaga da Racca o da Mosul, e si collega con piccoli gruppi locali – come quello degli attentati in Sri Lanka. Riesce ad innestare le pratiche terroristiche anche in un piccolo gruppo. Il pensiero jihadista globale può appoggiare su quelle persone che sono scappate dalle terre di Daesh, dove combatteva per lo Stato Islamico. Ma questa dinamica di collegamento con piccoli gruppi, che non hanno mai sperimentato il Daesh, è estremamente allarmante: il mondo deve aprire gli occhi e prestare attenzione a queste dinamiche”, avverte Marco Lombardi.

Allora diventa molto complicato capire come intervenire a riguardo. Uno Stato attaccato, come nell’esempio srilankese, come dovrebbe rispondere per non rivivere simili orrori? “Statisticamente, i grandi attacchi coordinati sono stati compiuti da terroristi radicalizzati che si sono addestrati alla guerra e che hanno combattuto, ad esempio, nelle file dello Stato Islamico. Questi soggetti, una volta rimpatriati, sono pericolosi socialmente. Nel caso dello Sri Lanka, un attacco simultaneo richiama il profilo di attentatori competenti ed addestrati. Queste reti di professionisti sono più facilmente individuabili rispetto ai soggetti che si radicalizzano individualmente – i processi di radicalizzazione sono rapidi e spesso di difficile identificazione. Diventano, allora, due priorità quella di contrasto a queste reti di terroristi professionisti e quella di prevenzione alla radicalizzazione.

Sembra quasi che la rete che ci connette tutti, ora possa minacciare di distruggerci tutti. I collegamenti e la propaganda sono da tempo veicolati tramite internet. La rete è un mezzo con il quale ISIS ha richiamato a sé foreign fighters e investimenti. Marco Lombardi ricorda, però, che il web è una parte della struttura organizzativa, veicola il messaggio. La tragedia in Sri Lanka non è stata permessa solo dal web: esso ha permesso alle persone di indottrinarsi, di ottenere informazioni e di mantenere i contatti. Il web ha supportato la tragedia in Sri Lanka attraverso una formazione ideologia, ma ha anche agito una rete operativa e organizzativa della struttura strategica. Sul piano organizzato sono importanti le singolarità in rete, ovvero ogni piccolo gruppo locale fa parte di una rete, la quale permette di mantenere connessioni. Questi piccoli gruppi – sparuti quantitativamente, incompetenti qualitativamente e inesistenti sul piano di precedenti attacchi – sono piccole singolarità che possono trovare in rete appoggi per mettere in piedi attacchi, come quelli in Sri Lanka”.

Durante l’attentato sono rimasti uccisi almeno 45 minori. In Sri Lanka vige l’emergenza nazionale, e il 23 aprile è stata dichiarata giornata di lutto in tutta l’isola: le vittime degli attacchi vengono sepolte. Lo stato di emergenza, lanciato dal Presidente srilankese, Maithripala Sirisena, fortifica le misure di sicurezza e concede poteri speciali alla polizia e all’esercito. Chiunque sia sospettato di aver preso parte agli attentati potrà essere arrestato, anche senza passare per il Tribunale della capitale, Colombo.

Insomma, lo Sri Lanka attua politiche più severe nei confronti dello jihadismo  -ma in ritardo. La regione asiatica non è nuova al radicalismo jihadista, come ricorda Matteo Bressan: “Molti abitanti della regione hanno, ad esempio, sposato la causa dello Stato Islamico come foreign fighters: almeno 700 dall’Indonesia, circa 100 dalla Malesia, circa 10 da Singapore e circa 100 dalle Filippine – e, secondo numeri non ufficiali, circa 300 o 500 dalla regione cinese dello Xinjiang. Tra il 2013 e il 2016, almeno 30 sigle asiatiche avevano in parte aderito o stretto alleanza con l’ISIS. Questo conferma la globalità della minaccia terroristica”.

Intanto, ISIS rivendica l’attacco attraverso ‘Amaq’: «Coloro che hanno condotto l’attacco che ha preso di mira membri della coalizione a guida Usa e cristiani nello Sri Lanka l’altro ieri sono combattenti dello Stato Islamico». La stessa organizzazione terroristica ha fatto circolare una macabra fotografia degli attentatori davanti la bandiera dello Stato Islamico: sette persone immortalate prime di ucciderne 321. Secondo le prime indagini governative, gli attentati in Sri Lanka sono stati una «rappresaglia» per la strage nelle moschee di Christchurch (Nuova Zelanda) dello scorso 15 marzo. La rivendicazione di ISIS, per alcuni osservatori, potrà portare a nuovi attentati terroristici, sia in Sri Lanka come nel resto del mondo.

“La sconfitta dello Stato Islamico potrebbe far pensare ad un possibile arretramento del terrorismo, ma il fatto che non amministri più un territorio non attesta la sua scomparsa, commenta Matteo Bressan. “Infatti, l’antesignano di ISIS, al-Qaida, è attivo dal 2003 in Iraq. Il ritorno ad un’insorgenza clandestina, come quella precedente al 2013, è una minaccia locale molto forte. Inoltre, il messaggio radicalizzato di ISIS di ‘vendetta e ritorno’ è ancora vivo nella regione. Al-Qaida, invece, negli ultimi anni si è mantenuta molto attiva e presente a livello globale. Con un profilo diverso da quello di ISIS, al-Qaida rimane molto ramificata e strutturata: ad oggi, il vero ‘terrorist network’ è rappresentato da al-Qaida.

Uno scenario che lascia sconcerto nella comunità internazionale e nelle persone di tutti i credi. La sconfitta dello Stato Islamico in Siria sembrava aprire una fase di distensione, ma i combattenti di ISIS sono ancora attivi. Intanto, al-Qaida non smette di operare e di seminare terrore. Ma non esistono solo grandi organizzazioni terroristiche, il mondo è pieno di organizzazioni minori, che agiscono e assimilano lo stesso orrendo ‘modus operandi’.

Dunque, a che regione del mondo guardare per osservare gli sviluppi del terrorismo jihadista e contrastarlo? In Africa, entrambi gli esperti concordano sull’importanza della regione in questo scenario.

Secondo Marco Lombardi: Lo Stato Islamico penetra in Nord Africa ma anche nell’Africa sub-sahariana: la volontà di mantenere le caratteristiche che lo hanno reso ‘Stato’ si stanno manifestando. Ad esempio, in Congo è stato da poco proclamato un Wilayat, ovvero una provincia dello Stato Islamico controllato da gruppi terroristici locali. Siamo di fronte ad un processo riorganizzativo del terrorismo internazionale, e che è conseguente alla caduta del Califfato, e che si sta misurando con una meditata e lenta ripresa del Qaedismo al posto del Daesh. Il terrorismo internazionale sta cercando una nuova forma, che incorpori la visione del Daesh e il modus operandi di contagio e virilità”.

Conclude Matteo Bressan: “A livello locale e regionale, ogni situazione di guerriglia permanente e di assenza di potere centrale favorisce la nascita di milizie e gruppi armati. Ad esempio, la Libia rappresenta un ‘terreno fertile’ per le organizzazioni terroristiche. Non a caso, ISIS sta cercando di approfittare della situazione libica, come successe in Iraq e in Siria. Spesso, mediaticamente, molte organizzazioni terroristiche minori, che controllano ed amministrano intere porzioni di territorio in Africa, non vengono esposte in maniera sufficiente. Lo sviluppo a ‘network’ internazionale è avvenuto grazie a ISIS e al-Qaida, ma ora bisognerebbe osservare con molta attenzione le tante sigle presenti in Africa.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore