domenica, Luglio 21

Sri Lanka: ritorsioni e divisioni dopo gli attentati Dopo gli attacchi alle chiese nel giorno di Pasqua sono aumentate le ritorsioni contro la comunità musulmana, ne parliamo con padre Bernardo Cervellera, direttore di ‘Asia News’

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Lo Sri Lanka sembra non riuscire a trovare pace dopo gli attentati che hanno sconvolto il Paese il 21 aprile scorso, nel giorno della Pasqua cristiana. Nelle ultime settimane si sono intensificate le violenze contro la comunità musulmana e ieri, a Pattalam, distretto nel nord-ovest del Paese, un falegname di 45 anni, Mohamed Ameer Mohamed Sally, è deceduto in ospedale in seguito a delle ferite da arma da taglio riportate durante la colluttazione con una folla di manifestanti che aveva assalito il suo negozio.

La Polizia ha allora imposto di mantenere il coprifuoco a tempo indeterminato nella Provincia Nord-Occidentale del Paese dopo che tale misura preventiva, istituita in seguito agli attacchi terroristici, era stata allentata a livello nazionale. Anche il Primo Ministro, Ranil Wickremesing, ha invitato alla calma, affermando che l’attuale agitazione ha ostacolato il corso delle indagini sugli attentati.

Nel giorno di Pasqua otto esplosioni, di cui sei simultanee verso le 9 del mattino, hanno causato almeno 253 vittime e oltre 500 feriti. La prima esplosione è avvenuta presso il santuario di SantAntonio, nel sobborgo di Kotahena, non distante da Colombo, capitale dello Sri Lanka. La seconda esplosione, invece, ha colpito la chiesa di San Sebastiano di Negombo, mentre la terza la Chiesa di Sion di Batticaloa. Gli attentatori hanno preso di mira anche tre lussuosi hotel, lo Shangri-La Hotel, il Cinnamon Grand Hotel e il The Kingsbury, e un complesso residenziale, la Tropical Inn, una guest house di Dehiwala. Un’altra esplosione, invece, è avvenuta a Orugodawatta, un altro quartiere di Colombo, dove solo l’attentatore ha perso la vita.

Inizialmente, il numero dei morti era superiore a 350, ma, in un secondo momento, è stato rivisto al ribasso. Come dichiarato a ‘Reuters’ da Anil Jasinghe, direttore generale dei servizi sanitari dello Sri Lanka, è risultato «difficile dare una cifra precisa» per le tante parti di corpi umani ritrovate nei luoghi degli attentati.

Gli attacchi sono stati attribuiti al gruppo terroristico di matrice islamica, il National Thowheed Jamath (NTJ), legato ad un altro gruppo, il Jamaat-ul-Mujahideen (JMI). Il Governo cingalese, dopo le prime indagini, ha ipotizzato che gli attentati fossero una rappresaglia per la strage nelle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, dove, il 15 marzo scorso, un fanatico suprematista bianco e islamofobo, Brenton Harrison Tarrant, ha provocato la morte di 50 fedeli musulmani radunati negli edifici per la preghiera del venerdì. A fine aprile, invece, è arrivato anche il plauso del califfo dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi – facendo così riemergere la minaccia dell’IS a livello globale – che ha dichiarato come gli attacchi servissero a vendicare la recente sconfitta dei suoi combattenti nella città orientale di Baghouz in Siria, l’ultima roccaforte siriana dell’organizzazione.

Subito dopo gli attentati, il Governo del Paese ha dichiarato lo stato di emergenza, ha imposto il coprifuoco, vietato tutte le forme di abbigliamento che coprono il volto di una persona e impedisce che vengano identificate, quindi niqab e burqa, e bloccato i social media per evitare la diffusione di notizie false e scongiurare lincitamento allodio contro la comunità musulmana. Molti fedeli islamici, infatti, sono stati costretti a rifugiarsi all’interno delle moschee per paura di ritorsioni. Ritorsioni puntualmente arrivate, specialmente da parte dei cristiani e dei cingalesi buddisti.

Le misure adottate dal Governo, infatti, non si sono dimostrate abbastanza efficaci, così, dopo gli attentati di Pasqua, cè stata unescalation di violenze contro i musulmani – soprattutto a Negombo – culminata con l’omicidio di Pattalam. Wickremesing si è dunque trovato costretto ad imporre nuovamente il coprifuoco, almeno nella Provincia Nord-Occidentale, e a riproporre il blocco dei social media. I media e gli attivisti locali hanno riferito che quasi un migliaio di rifugiati e richiedenti asilo – tra cui molti pakistani e afghani – sono stati trasferiti dopo che i proprietari terrieri sono stati sottoposti a pressioni locali per sfrattarli. Gli attivisti hanno riferito che, in almeno quattro occasioni, bus pieni di migranti spaventati, tra cui molti bambini, anziani, in viaggio verso aree più sicure del Paese, sono stati costretti a rientrare presso la sovraffollata stazione di Polizia di Negombo. Molti media internazionali, poi, hanno dato spazio a testimonianze di commercianti di fede musulmana a cui è stata distrutta lattività.

I musulmani rappresentano solo il 10% dei 21,2 milioni di abitanti dello Sri Lanka, la cui  maggioranza della popolazione, il 70% circa, è di fede buddista, mentre gli induisti sono il 12,5% e i cristiani il 7,5%. Del 10% degli islamici, però, neanche il 2% di questi appoggia le idee fondamentaliste propugnate da NTJ e JMI.

Il rapporto tra musulmani e cristiani, in un contesto dove rappresentano entrambi una minoranza religiosa, si è sempre contraddistinto per la sua serenità ed è per questo che le vicende di questi ultimi giorni si prefigurano come un unicum nelle relazioni tra le parti.

Quello che sta succedendo in questi giorni tra cristiani e musulmani è una cosa che stupisce tutti”, spiega padre Bernardo Cervellera, direttore del quotidiano online ‘Asia News’, “il rapporto tra queste due comunità era tranquillo, tanto che collaboravano tantissimo tra di loro. Durante la Pasqua, per esempio, molti bambini musulmani hanno accompagnato i loro coetanei cristiani in Chiesa per le celebrazioni. Lamicizia tra le persone appartenenti alle due fedi era reale, non vi erano avvisaglie di un conflitto religioso”.

Molto più complicata, invece, la relazione tra musulmani e i fedeli delle altre religioni. “Un rapporto un po’ più teso, invece, c’era tra musulmani e buddisti, soprattutto perché c’è un gruppo di buddisti nazionalisti in Sri Lanka che vorrebbe eliminare i musulmani dall’isola”, afferma Cervellera, “tutto sommato, diciamo che c’era una situazione di convivenza abbastanza tranquilla, anche perché la guerra che c’era stata, per quasi trent’anni, tra i tamil e l’Esercito nazionale, era di tipo etnico, cioè tra cingalesi, in maggioranza buddisti, e tamil, a maggioranza indù. La Chiesa, invece, è composta un po’ da tutte queste etnie e, quindi, non viveva il problema di opposizione tra un gruppo ed un altro”.

Nel 2009, infatti, lo Sri lanka ha chiuso il capitolo più tragico della sua storia post indipendenza (1948) con la fine della guerra civile, durata 25 anni – durante la quale hanno perso la vita circa 70/80.000 persone – che ha visto contrapposti la Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE), fondata per combattere per i diritti dei tamil, e il Governo cingalese.

Sconfitte militarmente le Tigri del Tamil nel 2009, sono emerse tensioni tra musulmani e parte della comunità buddista. In questo senso si spiega la creazione, nel 2012, del Bodu Bala Sena (BBS, Forza del potere buddista), organizzazione nata, riporta il ‘The Diplomat’, «presumibilmente con l’appoggio di alcuni politici influenti, apparentemente per promuovere il nazionalismo buddista nella comunità di maggioranza cingalese».  Come stimato nel 2014 dall’OHCHR, l’agenzia per i diritti umani delle Nazioni Unite, le BBS avrebbero compiuto, in meno di due anni, più di 350 attacchi violenti contro musulmani e oltre 150 attacchi contro cristiani.

Entrambe perseguitate dai suprematisti buddisti, dunque, ore le due comunità si trovano l’una contro l’altra. “Ciò si spiega perché la gente, che ha visto morire familiari, è affranta, spinta dall’ira e dalle sete di giustizia”, dice padre Cervellera. “in questo caso sono vittime i musulmani, quindi è naturale pensare che si tratti di vendetta per le stragi di Pasqua”.

Molti leader cristiani, comunque, hanno esortato i fedeli a non attaccare i musulmani. “Il cardinale Malcom Ranjith, arcivescovo di Colombo”, continua padre Cervellera, “ha subito detto di non credere che questi attentati siano venuti dalla comunità islamica locale srilankese, ma che ci doveva essere la mano di qualche figura che gioca dietro le quinte”. Lo Stato Islamico, appunto, come è stato poi accertato dalla rivendicazione del gruppo.

Ma se, allora, la convivenza tra musulmani e cristiani era pacifica prima degli attentati, perché l’IS ha scelto proprio lo Sri Lanka – dove le due comunità religiose rappresentano comunque delle minoranze – come obiettivo?

Secondo me ci sono due risposte a questa domanda”, spiega Cevellera, “la prima è che lo Sri Lanka, che era venuto fuori da una guerra trentennale, è uno Stato molto fragile e, inoltre, multietnico. In uno Stato fragile e multietnico è facile imporsi e dividere la società, in modo tale da renderlo ancora più debole. Queste cellule dell’IS sono cresciute proprio per il fatto che esiste una molteplicità che, poi, crea debolezza all’interno del Governo. Se è vero quel che dicono i servizi segreti americani, queste cellule erano lì da sette anni e il Governo le ha fatte prosperare senza nessun problema”. Secondo il direttore di ‘Asia News’, però, vi è anche una motivazione geopolitica nell’analisi della vicenda. “Lo Sri Lanka è in un momento di transizione, per cui dai rapporti con l’India sta passando a relazioni più intense con la Cina, c’è addirittura un porto di proprietà cinese”, chiosa Cervellera, “secondo me, è possibile che queste divisioni e questa polarizzazione sulla questione del fondamentalismo islamico sia un po’ un modo perché ognuno di questi due interlocutori prenda maggiormente piede sul terreno. Quando un Paese si sente molto fragile cerca dei patron che possano rassicurarlo. Io penso ci sia una questione anche internazionale di geopolitica dentro questa crescita del fondamentalismo islamico in Sri Lanka”.

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