giovedì, Aprile 25

Spionaggio, influenza, disinformazione: nulla di nuovo sotto il sole Con Caligiuri (Università della Calabria) e Mantici (ex-SISDe) parliamo delle nuove accuse di spionaggio rivolte dagli USA alla Cina

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Il 4 ottobre, il Vice-Presidente degli Stati Uniti d’America, Mike Pence, ha pubblicamente accusato la Repubblica Popolare Cinese di mettere in atto una serie di strategie volte ad indebolire l’autorevolezza del Presidente Donald Trump. Nel corso del suo discorso allo Hudson Institute, Pence è stato molto duro: poiché l’Amministrazione Trump starebbe rendendo gli USA sempre più farti, Pechino strebbe tentando, tramite attività organizzate dai propri Servizi Segreti, di interferire  sulla politica di Washington al fine di favorire gli avversari del Presidente. Nell’accusare i cinesi, Pence non ha dimenticato di menzionare i russi, definendo il loro intervento durante le ultime elezioni presidenziali (allora a favore di Trump contro la democratica Hillary Clinton) una cosa di poco conto.

A stretto giro è arrivata la replica cinese. Il Ministero degli Esteri di Pechino ha bollato come infondate le accuse e ha accusato Washington di minare i rapporti bilaterali tra i due Stati.

Di certo, la vicenda fa sorgere una serie di interrogativi. Le accuse di Pence sono verosimili? Non è esattamente questo ciò che fanno i Servizi Segreti di tutto il mondo? È possibile che un Paese come gli USA abbia la coscienza talmente pulita da poter fare la morale ad altri sull’utilizzo poco corretto dei Servizi Segreti? La diffusione di discorsi simili rischia di alimentare il delirio complottista che, nell’era delle reti sociali, affligge tutto il cosiddetto ‘primo mondo’? Infine, è possibile che Pence, con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, stia tentando di indirizzare l’attenzione degli elettori statunitensi verso un nemico esterno per distrarlo dagli ormai numerosi procedimenti giudiziari che coinvolgono direttamente o indirettamente Trump?

Per far luce su queste domande, abbiamo parlato con Mario Caligiuri, Direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, e Alfredo Mantici, ex-capo del Dipartimento Analisi del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica (SISDe).

Di certo, sostiene Caligiuri, è verosimile pensare che vi possa essere un interesse cinese a contrastare Trump: “è evidente che oggi gli scontri di potere avvengono anche attraverso gli annunci e attraverso la disinformazione”, tanto più che “l‘intenzione di Trump, così come di qualunque altro Presidente prima di lui, è quella di perseguire gli interessi degli Stati Uniti d’America: cercare di condizionarlo o di appannarne l’immagine all’interno o all’esterno è nell’interesse di quei Paesi che vogliono contrastare la supremazia economica, politica e militare americana nel mondo”.

Anche secondo Mantici l’idea che Pechino stia mettendo in atto una strategia volta a minare la credibilità dell’attuale Amministrazione USA è fondamentalmente verosimile: “bisogna chiedersi cosa sta subendo la Cina da parte dell’Amministrazione Trump, ovvero una politica dei dazi che rischia di mettere in crisi parte dell’apparato produttivo cinese; è evidente, quindi, che la Cina possa tentare di contrastare la politica dei dazi anche con misure che non siano esattamente simmetriche: dal momento che la bilancia commerciale tra Cina e Stati Uniti è favorevole alla Cina, un’azione simmetrica non risolverebbe il problema”. Date queste premesse, è verosimile che la Cina stia tentando di fare qualcosa per limitare l’impatto della politica di Trump sui dazi: in queste condizioni, il campo d’azione migliore su cui Pechino potrebbe agire è quello della disinformazione: “la disinformazione, o l’uso di agenti di influenza, fa parte della Storia dello spionaggio e del controspionaggio”, continua Mantici, il quale ritiene “verosimile che la Cina stia pensando ad attività di influenza del pubblico americano, in grado di limitare i danni di una politica economica percepita come nemica”.

L’azione cinese, dunque, non rappresenterebbe nulla di strano o di particolarmente aggressivo. Si tratterebbe, piuttosto, di un’attività tipica di qualsiasi Servizio Segreto. Secondo Caligiuri, “l’Intelligence deve tutelare l’Interesse Nazionale e, quindi, non solo influenzare le opinioni pubbliche dei vari Paesi, ma anche influenzare i rispettivi decisori pubblici”. Ovviamente, continua, esistono delle differenze nell’opera di un Servizio Segreto:  “quando l’Intelligence si rivolge all’esterno di tratta di azioni di influenza volte a limitare l’operatività, dare false informazioni, a indurre a scelte sbagliate, a diffondere teorie del complotto, ad alimentare la politica dello scandalo (che è quella che rende di più nella politica contemporanea). È un grande gioco che fanno tutti i Paesi che sono in grado di farlo”.

A tele riguardo, Mantici ci spiega che “quella di Pence, più che un’accusa, è una presa d’atto della realtà; questo vale per Hillary Clinton come per Trump, per la Russia come per gli Stati Uniti: l’uso della propaganda e della disinformazione è parte della realtà delle relazioni internazionali ed è inutile far finta che non esista”. Si tratta di un dato di fatto: una volta entrati in un ‘mercato’, sia esso economico o politico, è inevitabile tentare di influenzarlo a proprio favore. Per fare questo, dice mantici, si utilizzano tutti gli strumenti a disposizione: “nel campo dell’informazione si utilizza la propaganda; non è necessario ricorrere alle fake news, basta fare un’intensa e capillare attività di propaganda per tentare di spostare consensi da una parte a me sfavorevole, ad una a me favorevole”. Anche secondo Mantici, infatti, si tratta di un gioco delle parti: bisogna tenere presente, ci dice, che “gli statunitensi, che si lamentano a viva voce delle presunte interferenze russe nella precedente campagna presidenziale e cinesi nell’attuale campagna per il rinnovo del Congresso, sono sempre stati molto attivi sia nella propaganda a favore del modello americano, sia nella propaganda negativa nei confronti dei loro nemici strategici”. Non ci sono ‘buoni e cattivi’, dunque, bensì parti in causa che usano strumenti molto simili per ottenere risultati a loro favorevoli. A questo punto risulta chiaro che “Pence vuole limitare i possibili danni che le inchieste contro Trump potrebbero portare alla campagna elettorale per il rinnovo del Congresso; per fare questo afferma che il tutto fa parte di una manovra propagandistica cinese, dato che questa volta non può tirare in ballo la Russia che, a sua volta, è stata accusata di aver danneggiato Hillary Clinton”.

In ogni caso, sostiene Mantici, è necessario fare una distinzione perché in questo caso non si sta parlando di spionaggio, bensì di attività di influenza. Le nuove tecnologie ha modificato alcuni aspetti del modo di fare propaganda, ma, oggi come ieri, questa si basa sull’operato di agenti di influenza. Per capire in che modo agiscano gli agenti di influenza, l’esempio della Guerra Fredda, può risultare illuminante: in tempo di Guerra Fredda, argomenta Mantici, “l’agente di influenza era un signore del KGB o della CIA che veniva in un Paese, ad esempio l’Italia, con una valigia piena di rubli o di dollari per comprare un certo numero di giornalisti a cui dare degli input che influenzassero l’opinione pubblica a favore degli Stati uniti o dell’Unione Sovietica: le elezioni del 1948 in Italia vennero vinte dalla Democrazia Cristiana grazie ad una gigantesca campagna fatta dai comitati di Luigi Gedda finanziati dagli Stati Uniti e dalla CIA; dall’altra parte, il Partito Comunista Italiano riceveva sovvenzioni dall’Unione Sovietica e Mosca, tramite i suoi agenti in Italia, influenzava testate giornalistiche per tentare di muovere l’opinione pubblica”. Nonostante i cambiamenti dovuti all’evoluzione tecnologica, oggi si agisce in modo simile, sfruttando il valore aggiunto dei social media: in questo modo, si può lavorare “aprendo una serie di account e mettendo in circolazione una serie di notizie e, una volta osservato il feedback dei followers, incremento l’azione sul filone che ha riscosso più favore”.

Anche secondo Caligiuri nonostante l’utilizzo delle nuove tecnologie, il modo di operare degli Stati e dei relativi Servizi Segreti non è cambiato molto: ci dice, infatti, che “come ricorda l’Ecclesiaste, non c’è nulla di nuovo sotto il sole”. In ogni caso, continua, non c’è dubbio che “oggi i media richiedono nuove modalità di azione e internet rende planetarie le informazioni e i conflitti: è fuor di dubbio che le Intelligence del futuro si confronteranno sempre più su internet e le guerre saranno di natura culturale ed economica, si baseranno sulla disinformazioni e verranno combattute quasi esclusivamente sul web: è l’eterna lotta per il potere combattuta con i metodi contemporanei”.

Questo a cui assistiamo, dunque, non sarebbe altro che lo spionaggio classico adattato alla situazione contemporanea. La campagna che gli USA stanno portando avanti da un po’ di anni contro i Servizi Segreti prima russi e poi cinesi sarebbe perfettamente in linea con il clima di  complottismo che sta invadendo il mondo occidentale. Secondo Cailgiuri, seppure nelle società umane, nel corso delle epoche storiche, si assiste semrpe a grandi cambiamenti, “l’attività di Intelligence rimane invece una costante. Dall’alba dei tempi. Anche nella Bibbia si ricorda quando Mosè mandò i tredici esploratori, uno per ogni tribù di Israele, per verificare se nella terra di Canaan ci fossero le condizioni adatte per l’insediamento del popolo eletto. Le cose non sono cambiate: chi ha più informazioni e le sa usare prevale sempre sull’altro e chi le sa prima prevale ancora di più”, anche se è evidente che le tecnologie contemporanee determinino diverse modalità di applicazione di questo principio.

Riflettendo sulla situazione attuale, Caligiuri dice che “bisogna constatare che oggi noi viviamo nella società della disinformazione, permanente e intenzionale, dove in pratica quasi tutte le informazioni sono fake news poiché quasi tutto è disinformazione”. In questo contesto, oltre agli Stati, nuovi importanti attori entrano in scena: “gli Stati svolgono un ruolo determinante, ma non come in passato poiché oggi il dominio dell’informazione non è degli Stati ma dei privati. Le informazioni nel cyber-spazio sono controllate in gran parte da multinazionali finanziarie americane che a loro volta controllano le cinque sorelle della Silicon Valley: Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft. A queste si stanno potentemente affiancando anche le ‘quattro sorelle’ cinesi che, però, utilizzano sempre i modelli pensati negli States”. A questo riguardo, Caligiuri cita la notizia, non casuale, circolata in questi giorni “secondo cui la Cina avrebbe utilizzato dei chip per rubare dei segreti di Apple e di Amazon: è difficile dire se sia vero ma è altamente verosimile. Infatti, le società cinesi che producono apparecchiature elettroniche sono in forte calo in borsa. È tutto collegato”. Le notizie che giungono sempre più frequentemente e che chiamano in causa i Servizi Segreti di vari Paesi, continua Caligiuri, ci dicono che “lo spionaggio non è stato affatto sepolto dal crollo del Muro di Berlino ma oggi è più vitale che mai. Non a caso, nell’epoca dell’overdose di informazione, ovvero in quella che abbiamo definito società della disinformazione, probabilmente quelle che mancano sono proprio le informazioni giuste che consentono di prevalere sugli altri. La raccolta di questi elementi a volte è lecita, altre volte è illecita”.

Anche mantici concorda nel sostenere che, nonostante le differenze superficiali dovute ai mezzi utilizzati, l’essenza delle azioni dei Servizi Segreti siano rimaste sostanzialmente invariate: “non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Certamente i nuovi media richiedono nuove modalità di azione e internet rende planetarie le informazioni e i conflitti. È fuori di dubbio che le Intelligence del futuro si confronteranno sempre più su internet e le guerre saranno di natura culturale ed economica, si baseranno sulle informazioni e sulle disinformazioni e verranno combattute quasi esclusivamente sul web: è l’antica battaglia dell’informazione combattuta con i metodi contemporanei. Questo viene fatto dalle Agenzie di Spionaggio, ma non è spionaggio, è influenza: lo spionaggio consiste nel carpire informazioni, l’attività di influenza è una cosa molto più sofisticata”.

Certamente è possibile che, in epoca di complottismo, tutto venga percepito, e quindi facilmente indirizzato, verso l’attività delle Agenzie di Spionaggio. Questo, secondo Mantici, “è possibile ed è anche molto più facile rispetto al passato: basta attivarsi nella platea digitale e cominciare a diffondere notizie che, per essere credibili, devono essere verosimili. Le teorie del complotto non si basano su teorie inverosimili sui marziani, bensì su notizie non vere ma verosimili: quando io inoculo nel circuito informativo notizie verosimili, parzialmente vere o parzialmente false, è chiaro che catturo l’attenzione di molte persone; questo fa parte delle tecniche della propaganda, della pubblicità commerciale, politica ed economica”.

Allo stato attuale, inoltre, lo spionaggio non è più solo appannaggio degli Stati, bensì anche dei grandi privati. I grandi gruppi finanziari, continua Mantici, “hanno obiettivi di natura economica: vogliono guadagnare molto e rischiare il meno possibile. Per guadagnare molto e rischiare poco hanno bisogno di buone informazioni e di eccellenti analisi di situazione: è evidente che il grande fondo che decide di investire in Italia, in Spagna o in Portogallo, prima di mettere i suoi soldi a rischio, voglia avere informazioni e valutazioni attendibili; per averle svolge un’attività di Intelligence e di influenza mirata a proteggere i propri interessi, esattamente come fa uno Stato. Influenzando il processo legislativo in proprio favore, i grandi fondi privati rendono più sicuri i propri investimenti”.

A tale riguardo, Caligiuri conferma che “le grandi multinazionali producano e utilizzino l’Intelligence in modo molto avanzato. In Italia, per esempio, i Servizi di Informazione dell’ENI sono molto apprezzati e ritengo contribuiscano in maniera considerevole al perseguimento dell’interesse Nazionale italiano”.

Sembra abbastanza chiaro, dunque, che, se da un lato è possibile e probabile che Pechino agisca in modo da ostacolare il più possibile l’azione di un’Amministrazione USA percepita come nettamente ostile, dall’altro la strategia statunitense contro russi e cinese sembra voler far passare un’immagine per cui loro sarebbero totalmente estrani a certi metodi. Secondo Mario Caligiuri, “è la ‘politica della mammoletta’. In realtà questi Paesi si comportano esattamente come tutti gli altri. Anzi, più uno Stato cerca di essere forte e di prevalere sugli altri, più utilizza i sistemi di Intelligence per tutelare l’Interesse Nazionale: uno Stato forte non può non fare così; solo gli Stati deboli non riescono ad utilizzare i Servizi di Intelligence in modo da rafforzare il benessere e la sicurezza nazionale” In definitiva, conclude Caligiuri, “occorre prestare sempre maggiore attenzione alla disinformazione poiché condiziona in modo consistente opinioni pubbliche nazionali, fortemente volubili, emotive e sostanzialmente con un basso livello di istruzione. Tutto questo provoca il cosiddetto ‘effetto sciame’: le ondate di indignazione e di attenzione verso un argomento appaiono rapidamente e rapidamente scompaiono. Si vive in ‘democrazie basate sull’aria che tira’ poiché fortemente  condizionate dagli umori di un’opinione pubblica che può essere manipolata attraverso i media in modo molto più agevole che in passato. E non a caso i tentativi di condizionamento di cui stiamo oggi parlando sembrano provenire da Stati come la Cina e la Russia dove il peso delle opinioni pubbliche è relativo”.

D’altra parte, l’immagine degli USA vittime di congiure internazionali che, attraverso metodi moralmente discutibili, puntano a diminuirne il potere, convince poco Alfredo Mantici che la considera piuttosto una semplice narrazione a fine politico. Gli Stati Uniti, sostiene, “non sono delle ingenue verginelle vittime delle attenzioni di cattivi orchi russi o cinesi; gli Stati Uniti sono parte in causa e svolgono la loro attività. Non ci dimentichiamo che nel 2014 ci fu lo scandalo delle telefonate tra leader europei intercettate dai Servizi americani e regolarmente ascoltate dal Presidente americano Barack Obama: Obama faceva intercettare il telefono di Angela Merkel per sentire che cosa diceva a Sarkozy”. Mentre si lamentano delle ingerenze straniere nella propria politica interna, conclude Mantici, “gli Stati Uniti spendono otto miliardi l’anno per lo spionaggio elettronico. Per farci un’idea, il reddito di cittadinanza dei 5 stelle costa otto miliardi: gli Stati Uniti spendono ogni anno una cifra simile per intercettare e per decriptare le conversazioni e le comunicazioni di tutto il mondo. Siamo di fronte ad una narrazione vittimistica che fa parte proprio di quelle attività di influenza dell’opinione pubblica delle quali, poi, gli Stati Uniti accusano i cinesi e i russi”.

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