venerdì, Luglio 10

Spazio: John Glenn, un modello di astronauta da prendere ad esempio L’Italia sta vivendo un momento di grande debolezza di immagine, più che di consistenza strutturale. In campo spaziale rappresentiamo un’entità che non corrisponde all’espressione che si dà all’esterno

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«Mentre vagavo nello spazio, un pensiero continuava a ronzarmi nella testa: ogni parte di questo razzo è stata fornita da quelli che hanno fatto l’offerta più bassa». Sono le parole che John Herschel Glenn amava ripetere quando gli chiedevano delle sue esperienze di astronauta. In questi giorni ricorre l’anniversario della sua morte e ci piace ricordarlo così, astronauta di prima linea della grande avventura aerospaziale americana, in cui il segrazionismo si incrociava con una civiltà piena di entusiasmi e di contraddizioni, di fobie e di grandi visioni del futuro. Glenn fu il primo americano ad essere inviato in orbita; era il 20 febbraio 1962, nella missione Mercury-Atlas. Il viaggio durò poco meno di cinque ore per controbattere l’orbita ellittica del 12 aprile 1961 compiuta da Jurij Gagarin. Però non fu proprio un pareggio.

Glenn nacque a Cambridge, nell’Ohio, nel 1921. I suoi studi di ingegneria furono completati in un istituto calvinista, con un forte credo religioso che lo vide ordinato pastore della Chiesa Presbiteriana prima ancora che astronauta. Sulla sua fede Oriana Fallaci ebbe parole pungenti quando lo intervistò e gli chiese in qual modo un astronauta spiegasse la Genesi incontrando creature extraterrestri. E quando il cosmonauta russo German Stepanovič Titov fece battute su improbabili incontri divini durante le orbite, lui lo liquidò con una sola battuta: «Ho smesso di trovarmi a mio agio quando lui s’è messo a fare la propaganda comunista».

Certo John Glenn era stato un combattente aggressivo pilotando i caccia F-4U nel 1941, nel corpo dei Marines, e poi ai comandi degli F-86 Sabre, prendendo parte alla guerra di Corea. Ma a 77 anni ritornò nello spazio con lo Space Shuttle Discovery, nell’ottobre 1998, a bordo della missione Sts-95, per partecipare a studi sulla fisiologia dell’uomo in età avanzata e i suoi problemi nello spazio.

Il progetto era iniziato sette anni prima: da membro della Commissione del Senato propose la sua persona per studiare le reazioni di un fisico non più prestante in volo a gravità zero e l’idea fu commentata con scetticismo da molti osservatori. La Nasa, invece, colse subito l’occasione per rilanciare l’attenzione su un settore che stava opacizzando la sua immagine. In fondo Glenn era pur sempre un eroe nazionale, amato e rispettato dal pubblico americano. All’ente spaziale il suo voler essere cavia fu più un’opportunità per ottenere più risorse dal Congresso per le missioni. E così fu.

Della parte scientifica di quella missione poi non ne sappiamo molto. Lui stesso ammise che le sollecitazioni vissute a bordo del Discovery erano state di gran lunga inferiori a quelle provate sulla poltrona del Friendship 7 e l’unico fattore di vero interesse furono le reazioni ad una settimana di esposizione senza gravità. Ma la sua scomparsa, 18 anni dopo, fa pensare che dopo tutto non ne soffrì troppo. Resta poi da dire su questo che la costituzione fisica aveva avuto sempre un forte allenamento: solo a titolo esemplificativo ricordiamo che nel 1957 Glenn sperimentò il primo volo supersonico transcontinentale da Los Angeles a New York in poco meno di tre ore e mezza. E il suo aereo non aveva i confort che anni dopo si sono venduti a bordo del Concorde.

John Glenn uomo di chiesa, combattente di guerra,astronauta, senatore democratico, candidato alla Casa Bianca. Una vita intensa. L’America in cui è cresciuto era piena di dissidi interni: lui stesso, in piena discriminazione razziale, pretese che fosse la ormai celebre Mary Jackson -una donna di pelle nera in forza alla Nasaa ricontrollare i dati di quella che divenne poi la prima missione che mandò uno statunitense in orbita attorno alla Terra. Non fu una scelta da poco, in ambienti bigotti e pieni di preconcetti.
Né per lui, massone del Rito Scozzese Antico che portò il gagliardetto con squadra e compasso a 250 km. di quota, fu facile accettare la New Frontier di John Fitzgerald Kennedy quando si avvicinò al partito dell’asinello azzurro e rosso. Sbaglia chi pensa che in quei momenti tutto filasse liscio negli States, e che le vicende politiche fossero sempre governate da personalità di cultura o senza macchia sui propri curriculum.

Però, in una fase di cambiamenti così radicali, capì che era opportuno allearsi al Presidente cattolico per coagulare gli entusiasmi e l’orgoglio degli americani attorno a programmi di spessore enorme, nonostante una guerra sanguinosa e senza scrupoli offuscasse scenari dall’aspetto di un paese splendido e feroce.

Oggi non sarebbe possibile replicare le frasi pronunziate in modo da trascinare i sentimenti, così come si era soliti fare negli anni Sessanta. Ma a ben guardare sono molte le vicende che muovono in parallelo e che con molta umiltà potrebbero essere affrontate nei nostri reconti così come accadde oltreoceano, a cominciare dalla vittoria alle presidenziali avvenuta con un margine strettissimo di consenso elettorale che non penalizzò un carisma personale.

Abbiamo voluto ricordare l’astronauta americano per farne una storia nostrana. L’Italia sta vivendo un momento di grande debolezza di immagine, più che di consistenza strutturale. In campo spaziale poi -è questo che ci preme sottolineare- rappresentiamo un’entità che non corrisponde all’espressione che si dà all’esterno per tante altre posizioni, politiche e rappresentative. Ebbene, se proprio si deve partire da una figurazione, siamo consci di far bene ad invitare le forze politiche ad una maggiore coesione quando alcuni programmi italiani mostrano di avere motivo di raffigurare lo stato dell’arte tecnologico. Ovvero di essere i più alti.

Un grande professore di Propulsione Spaziale dell’università di Roma La Sapienza, Carlo Buongiorno, amava spesso ripetere ai suoi allievi quella che potrebbe essere una massima universale: «Stokes e Navier non erano né di destra, né di sinistra». Non c’è bisogno di ricorrere e tanto meno conoscere il sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali che descrivono il comportamento di un fluido nel suo stato. E nemmeno sapere chi fossero i signori Claude-Louis Navier e George Gabriel Stokes, che circa due secoli fa formalizzarono il modello matematico che li ha visti insieme in una formulazione pressocchè incomprensibile. Ma solo per dire che le leggi della fisica non hanno altro colore che la luce della conoscenza.Sporcarle con insignificanti faide politiche non dimostra alcun amore per il proprio Paese. È questo che auspichiamo per il prossimo futuro. E magari anche per quello più lontano.

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