domenica, Agosto 25

Spazio, AAA guidatore competente per l’Agenzia Spaziale Italiana cercasi, disperatamente La crisi aperta in Asi sembra al buio, è un buco nero, il settore che va messo in sicurezza dagli assalti famelici dell’ultim’ora e da guide inesperte, capaci solo di parlare per slogan e agire sotto il controllo di potenze straniere

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«Io mi auguro che gli esiti di questa scelta non siano dannosi per il Paese». Sinceramente, rispondiamo al professor Roberto Battiston, autore di questa dichiarazione rilasciata la scorsa settimana a Repubblica, che lo auspichiamo tutti noi, operatori dello spazio, studiosi e appassionati della materia, cittadini italiani. E ha ragione l’appena deposto Presidente dell’Asi (Agenzia Spaziale Italiana) quando nella stessa intervista ha affermato: «La scienza non è un’opinione. Non se ne fa dibattito, ha valori assoluti. Il controllo politico sulla comunicazione scientifica non ha senso» e ci permettiamo di aggiungere che la lottizzazione politica in Italia, oltre che dalla scienza, avrebbe dovuto star fuori anche dall’informazione pubblica, dalla sanità, dalla giustizia, dalla scuola, dalle baronie dell’università e da tutto il mondo che ci circonda. Qualche ‘popolo’ lo ha capito, altri, come il nostro, da sempre hanno preferito le scorciatoie governative che alla fine, lo vediamo, con le scelte non ancorate alla meritocrazia, hanno immiserito pesantemente tutti i comparti della vita civile per trascinare il Bel Paese sull’orlo del baratro. O forse sul fondo.

Che l’Asi stia facendo tanto parlare di sé, dopo il licenziamento di Battiston, poi è una novità nello scenario italiano: non ci sarà tuttavia nessuna sospensione provvisoria del decreto che ha revocato il Presidente. Questo almeno ha deciso la terza sezione bis del Tribunale amministrativo del Lazio che ha fissato al prossimo 4 dicembre la trattazione del ricorso proposto da Battiston, in quanto il Presidente di sezione del tribunale ha considerato che  «il provvedimento urgente inibitorio presidenziale è riservato dalla mera valutazione della sussistenza di un pregiudizio di particolare rilievo, che va esclusa ove sia disposta la tempestiva trattazione collegiale della domanda cautelare, compatibilmente con i carichi di lavoro della sezione, che come noto, eccedono da tempo ogni ordinaria misura».

Ora, indipendentemente da quello che definirà il Tar, e che comunque rappresenta un ulteriore affanno nel futuro governo dello spazio italiano, dire di soppiatto che la ricerca spaziale non è stata vista come una leva politica fin dai suoi primi vagiti è come pretendere di passeggiare con le scarpe da ballo tirate a lucido in un campo di grano appena arato. Chi ha vissuto o studiato la storia dell’ente spaziale italiano dovrebbe saper bene come dai primi esili passi, sotto l’egida del gruppo facente capo alla corrente di Amintore Fanfani, la sua gestione ha visto molti passaggi di tanti colori diversi, tra scandali, dimissioni forzate dei suoi presidenti, polemiche e –diciamolo- tante, ma tante assegnazioni partitiche.
Quindi, se come si dice,
abbiamo cambiato registro con le elezioni del 24 marzo di quest’anno, nel nostro Paese sembra proprio che continui a prevalere la filosofia del nipote di don Fabrizio Corpera principe di Salina: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Se questo è vero, come purtroppo così appare, molto si potrebbe dire sullo stile di certi comportamenti che hanno interrotto così bruscamente il rapporto fiduciario tra Battiston e l’istituzione, ma in realtà sono ancora in tanti a sentirsi figli di quel «Signori si nasce; e io lo nacqui», così tante volte ripreso da un celebre film del grande Totò, che nemmeno si possono elencare i singoli comportamenti. Del resto, le cattive azioni sono di chi le fa e non di chi le riceve.

Proviamo, allora, a guardare lo spazio con un occhio più disincantato, allontanandoci da quella passione che ci pervade ogni volta che, grazie alla scienza, possiamo aggiungere un prezioso tassello al mosaico della conoscenza. Dobbiamo farlo, in un mondo che ogni anno è sempre più diverso da quello precedente mentre la staticità di chi lo osserva fa supporre che le trasformazioni ormai quotidiane non siano comprese e nemmeno recepite. Dunque, permettiamoci qualche divagazione, necessaria per dare un tono al nostro racconto.

I primi studi sistematici sul modo di accedere alle alte quote dell’atmosfera risalgono al secondo dopoguerra. Il pianeta era uscito flagellato da una furia omicida che nel corso del conflitto aveva raggiunto risultati scientifici e tecnologici di livello assai alto, comprese l’applicazione delle teorie balistiche che avrebbero permesso i bombardamenti a distanza. Per quanto ci fossero molti dubbi di successo negli ambienti militari più qualificati, fu la Germania di Adolf Hitler a traguardare i primi risultati lanciando gli ordigni monostadio a propellenti liquidi su Londra, a partire dal 25 novembre 1944, quando un V2 finì su un magazzino di Deptford, nella parte sud orientale della capitale britannica, causando la morte di 160 persone. Il resto è storia, compreso il fatto che per la loro fabbricazione furono occupati oltre 1.500 scienziati coinvolti nei progetti Wunderwaffen, che poi con l’operazione Paperclip, prese corpo il rastrellamento delle menti più preparate ad opera dell’Office of Strategic Services, consentendo agli Stati Uniti di sfruttare il know-how tecnologico acquisito per contribuire a progetti culminati con gli sbarchi lunari. Anche l’Unione Sovietica fece il suo bottino di uomini e materiali e così pure un po’ la Francia e la Gran Bretagna. Sembra che qualche quaderno sottratto alla distruzione degli ultimi baluardi delle Schutzstaffel, ovvero le orribili SS, fu portato anche in Italia, ma questo non è stato mai confermato. Fatto sta che a metà anni Cinquanta, l’università di Roma La Sapienza aveva già un gruppo di ingegneri molto ben preparati a risolvere complicati problemi di navigazione spaziale, tanto che nel giro di una decina di anni Luigi Broglio e il suo staff furono in grado di varare un programma che avrebbe portato l’Italia nello spazio, generando nel tempo migliaia di posti di lavoro, scuole, tecnologie industriali, capacità strategica e penetrazione diplomatica.
Superfluo dire che nulla avvenne per caso e
solo il sostegno di Giorgio La Pira ed Enrico Mattei con le sue piattaforme petrolifere in disuso permise la realizzazione di esperimenti che svelarono importanti segreti di un ambiente inesplorato.

Politica, dunque, senza la quale sarebbe stato impossibile strutturare la ricerca e lo sviluppo di un piano produttivo. Vi è politica buona e cattiva politica? Non lo crediamo e sinceramente sosteniamo che tutto si riconduca alla capacità, alla preparazione e alla buona volontà di chi ne fa parte e di chi la rappresenta.
Broglio, per esempio, che universalmente viene considerato il padre dello spazio in Italia, uomo proveniente da un’area cattolica vicina all’integralismo, ebbe il grande merito di sviluppare l’intero programma San Marco, ma la propria genialità cozzò con l’ostinazione di non voler aprire le porte della sua ricerca all’industria, paralizzando dentro i perimetri universitari idee e personale che senza la commercializzazione di un prodotto, non avrebbero avuto nessuna opportunità di crescita.

Detto questo, possiamo anche fare un balzo fino al presente.

Dall’inizio di quest’anno in campo della politica spaziale italiana sono cambiate molte cose: il varo di una legge, la cui gestazione è durata ben cinque anni, senza un gran contributo dell’attuale Amministrazione, ha definito nuove cinture alla ricerca spaziale, trovando finalmente opportunità commerciali e applicative, piuttosto che di natura meno definita. È stato un salto di qualità importante che ha avuto una timida applicazione dopo lunghissimi mesi: il dispositivo di legge è stato varato a gennaio, e la prima riunione collegiale si è svolta a settembre. Ebbene, in sostanza l’argomentazione si è spostata dalla gestione di un solo Ministero a quella di un contesto molto più ampio, sotto la guida di Palazzo Chigi, trasformando funzionalmente i poteri dell’Agenzia Spaziale, senza, per altro, potenziarne le capacità, senza dotarla di laboratori autonomi e questa sì, è una colpa attribuibile al Governo- non armonizzando i rapporti tra il Consiglio di Amministrazione e il suo Presidente. Un gioco sicuramente di sponda per dar peso all’applicazione della legge n. 145 del 2002, firmata da Franco Frattini, che da allora detta il rapporto fra politica e amministrazione, ovvero spoils system.
Il
risultato di questo gioco, i cui effetti saranno palesi nel prossimo futuro, sono che al momento l’Asi è senza guida, e si tratta di una fase molto delicata, perché solo tra un anno l’Italia dovrà definire con l’Europa investimenti importanti per un settore in cui operano circa 250 imprese. Un comparto che nel 2017 ha prodotto 1,9 miliardi di euro di fatturato. E che nel triennio 2014-2016 ha registrato un aumento del 3% degli occupati, che al momento sono 6.000 persone.
Appena
il mese scorso i Ministri europei incaricati delle attività spaziali si sono riuniti presso il Centro Europeo di Astronomia dell’ESA, a Villanueva de la Cañada, a Madrid, per l’Incontro Ministeriale Intermedio in cui si sono definite le linee guida per sviluppare le proposte e le attività che saranno sottoposte a Space19+, dando al direttore generale di ESA il mandato di stabilire relazioni appropriate con l’Unione Europea, attraverso la negoziazione di un accordo quadro finanziario. In novembre 2019, dunque, si svolgerà la Ministeriale vera e propria, a Siviglia, e allora gli Stati membri dell’ESA –tra cui l’Italia che è terzo contributore- dovranno puntare sul rilancio dell’agenzia europea come leader mondiale nella fisica dell’universo, centralizzando l’Europa nella nuova era di esplorazione spaziale.
Si tratta, in sostanza, di
invertire il lungo declino nel potere d’acquisto del livello delle risorse, collaborando con l’industria per ottenere crescita economica e benefici per la società nei tradizionali settori di applicazione, come pure nel nuovo campo emergente della sicurezza spaziale.
Sono
temi forti, che hanno bisogno di letture approfondite e di personale capace di individuare i punti salienti dei progetti e le minacce che può costar caro trascurare. Dove trovare i responsabili adeguati è un mistero.
La crisi aperta in Asi sembra al buio, e per quanto circolano già diversi pretendenti, si deve ricordare che è l’intero settore che va messo in sicurezza dagli assalti famelici dell’ultim’ora e da guide inesperte capaci solo di parlare per slogan e agire sotto il controllo di potenze straniere.

Abbiamo letto, tra le bizzarrie riportate, anche la candidatura di astronauti alla guida di Asi: perché no? Abbiamo mai visto un pilota di formula uno al comando di un’industria automobilistica? Decisamente no. Non occorre gente del mestiere, ma professionisti di qualità in questa fase così complessa. Gli scienziati hanno un altro ruolo, se è vero che lo spazio dopo aver generato scienza ora deve e può produrre ricchezza.
Lo sosteniamo con forza e
invitiamo il Governo a una scelta molto accurata per individuare un gruppo di persone che abbiano la capacità di lavorare su piani strategici in modo quanto più verosimilmente bipartisan, se è vero che da ogni luogo di potere, dopo aver passato decenni a infangare le istituzioni e a demolirne le sostanze, da un po’ di tempo si vede sprizzare solo un amore patriottico molto simile allo spirito carbonaro di due secoli fa, o, ancor peggio, di quello arrogantemente interventista della Grande Guerra.

A oggi, se non si risolve rapidamente questa crisi, scorgiamo tristemente solo un buco nero, in cui possono finire molti soldi senza portare a nessun risultato che dia smalto e consapevolezza al nostro Paese, e, onestamente, il fatto che vi sia una raccolta di firme, e che già non si sa in base a quale ispirazione 15.000 persone avrebbero aderito alla petizione online per chiedere, al Ministro Marco Bussetti, il reintegro di Battiston alla presidenza dell’Agenzia Spaziale Italiana non agevolerà il futuro dell’italian space.

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