martedì, Marzo 26

Spagna: indipendentisti catalani tra processo ed elezioni anticipate Oggi si apre il processo ai separatisti catalani, mentre domani i gruppi indipendentisti potrebbero aprire una crisi di Governo, ne parliamo con il professore Roberto Toniatti

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Questa settimana, la questione catalana catalizzerà lattenzione non solo dell’opinione pubblica spagnola, ma anche europea, che guarda con estremo interesse – e timore – i risvolti che il dibattito indipendentista prenderà sia dal punto di vista giudiziario che da quello più strettamente politico.

Oggi, presso la Corte Suprema spagnola, a Madrid, è iniziato il processo ai leader indipendentisti che svolsero un ruolo attivo nel tentativo di secessione della Catalogna attraverso l’istituzione di un controverso referendum promosso dalla Generalitat de Catalunya ed indetto da una legge del Parlamento della regione, ma definito illegale dall’allora Governo nazionale e dal Tribunale Costituzionale. L’articolo 2 della Costituzione spagnola sancisce, infatti, «la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles».

Ma facciamo un passo indietro. Il primo ottobre del 2017 circa 2.25 milioni di catalani si recarono alle urne per esprimersi sull’indipendenza della comunità semi-autonoma spagnola: il 90% di questi si espressero a favore della separazione dal resto della Nazione, mentre solo l’8% rigettò tale ipotesi.

Quei 2.25 milioni di cittadini catalani, però, rappresentavano solo il 42,2% della popolazione regionale, composta in totale da oltre 5.36 milioni di abitanti: quindi, se si prende in considerazione lintero popolo catalano, solamente il 38,9% di questo si espresse a favore dellindipendenza. Dati che fanno capire quanto, tra astenuti e contrari, fosse alto il numero (61,1%) delle persone che non ritenevano legittimo il referendum: una divisione di vedute che si protrae ancora oggi e che è evidente anche all’interno degli stessi gruppi indipendentisti.

Ma ritorniamo ai fatti. Qualche giorno dopo la votazione, esattamente il 10 ottobre, il Governo catalano guidato da Carles Puigdemont dichiarò unilateralmente l’indipendenza, approvata il 27 ottobre dal Parlamento della Catalogna con 70 voti segreti a favore, 2 contrari e 10 astenuti. Il risultato del referendum, così come il processo pre e post elettorale, non furono però riconosciuti dal Governo spagnolo presieduto dall’allora leader del partito di destra PP (Partido Popular), Mariano Rajoy. Questo, infatti, durante una conferenza stampa del 21 ottobre, dichiarò che il Governo – in accordo con il partito di sinistra PSOE (Partido Socialista Obrero Español) e con i centristi di Ciudadanos –  avrebbe applicato larticolo 155 della Costituzione, il quale permette allo Stato di costringere una Comunità autonoma spagnola a rispettare le leggi. E così fece: sciolse il Parlamento catalano, sospese per qualche mese l’autonomia della regione per la quale indisse elezioni rapide, arrestò alcuni leader indipendentisti, mentre il Presidente della Generalitat, Puigdemont, si rifugiò in Belgio con quattro dei suoi ministri.

Oggi, dunque, dopo 15 mesi di reclusione forzata, inizia il processo dei 12 leader indipendentisti – di cui nove erano membri del Governo secessionista – ritenuti responsabili dell’organizzazione del referendum e della successiva proclamazione d’indipendenza della Catalogna. Questi sono: Oriol Junqueras, ex vice Presidente del Governo catalano; Carme Forcadell, ex Presidente del parlamento regionale; Jordi Sànchez, ex Presidente dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC); Jordi Cuixart, Presidente di Òmnium Cultural, un’organizzazione catalana con sede a Barcellona fondata negli anni ’60 per promuovere la lingua e la cultura catalana; Jordi Turull, ex consigliere della presidenza regionale;  Joaquim Forn, ex legislatore regionale incaricato dell’interno; Raül Romeva, ex deputato al diritto degli affari esteri; Josep Rull, ex legislatore; Dolors Bassa, ex legislatore responsabile del lavoro e degli affari sociali; Carles Mundó, ex deputato alla giustizia; Santi Vila, ex legislatore; Meritxel Borrás, ex legislatore. Tra questi, ovviamente, non è presente Puigdemont che potrebbe essere processato in contumacia insieme agli ex parlamentari Antoni Comin, Clara Ponsati, Lluis Puig e Meritxel Serret.

Le accuseribellione, sedizione e appropriazione indebita di fondi pubblicisono state avanzate dalla Procura, dall’Ufficio degli Avvocati di Stato e dal partito di estrema destra VOX, il quale si riferisce ai leader come ‘golpisti’ e sostiene un altro capo di accusa: quello di organizzazione criminale. Manuel Marchena è, invece, il giudice che presiederà la Corte Suprema e al quale spetta – insieme ad altri suoi sei colleghi – decidere la cosa più importante: cioè se gli eventi del primo ottobre 2017 sono da interpretare come una ribellione, quindi un colpo di Stato, oppure no.

Il processo, comunque, arriva nel bel mezzo della settimana spagnola più calda a livello politico, nella quale ancora gli indipendentisti catalani saranno sicuramente protagonisti: proprio loro saranno l’ago della bilancia per non far cadere l’attuale Governo guidato dal leader di PSOE, Pedro Sánchez. Domani, infatti, è previsto il voto sulla legge di bilancio e al loro sostegno si aggrappa il premier per non far scivolare il Paese in una crisi politica.

Sánchez, dopo la sfiducia di Rajoy nel giugno del 2018, è stato posto a capo di un Governo di minoranza che vede, nel Congresso dei Deputati, il suo PSOE, con soli 84 seggi su 350, appoggiato da Podemos e da altri piccoli partiti di matrice indipendentista. Salito al potere tra l’esaltazione generale, il Primo Ministro si trova ora in una posizione scomoda con i partiti di destra, in crescita nei sondaggi, che contestano il suo rapporto con i separatisti catalani.

Con l’avvicinarsi del voto sulla Finanziaria si sono infatti intensificate le trattative tra il Governo a trazione socialista e gli indipendentisti per riuscire a trovare un accordo. Lo scorso 20 dicembre si era arrivati a redigere un documento, la ‘Declaración de Pedralbes’, nel quale si era riconosciuto l’esistenza di un conflitto sulla Catalogna e si promuoveva la via del dialogo. Propositi che erano stati certificati anche dal rilascio di un comunicato congiunto firmato da Governo catalano e spagnolo. A gennaio, però, fermo su questo accordo l’Amministrazione Sánchez si è rifiutata di aprire nuovi forum come richiesto dai gruppi indipendentisti ERC (Esquerra Republicana de Catalunya) e dal PDeCAT (Partit Demòcrata Europeu Català).

Il discorso si è così arenato ed tutto è crollato completamente l’8 febbraio, quando, in diretta dalla Moncloa, la vice Presidente, Carmen Calvo, ha dichiarato che il Governo non accetterà nessuna richiesta per un referendum di autodeterminazione: posizione su cui sono rimasti bloccati gli indipendentisti catalani.

Lo stesso Sánchez è stato chiaro sulla questione catalana in un messaggio rilasciato sul suo profilo Twitter: «L’indipendenza della Catalogna non è né costituzionale, né richiesta dalla maggioranza dei catalani. La maggioranza sta dalla parte dell’autogoverno. Questo è, con la coesistenza, il dialogo e la Costituzione. L’ho sempre difeso sia nell’opposizione che ora nel governo».

Stando a queste posizioni, si potrebbe parlare allora di un fallimento della politica di Sánchez?

L’errore principale di Sánchez è stato di pubblicizzare il dialogo con gli indipendentisti senza aver prima verificato, in modo riservato, che ci potesse essere un obiettivo condiviso”, spiega Roberto Toniatti, professore di Diritto Pubblico Comparato presso l’Università di Trento, “dico questo, perché se invece un dialogo parallelo riservato c’è stato ed ha messo in evidenza che non poteva esserci una soluzione condivisa, allora Sánchez non avrebbe dovuto neanche aprire il dialogo ufficiale”.

Un fallimento, però, solo in parte e da dividere con gli indipendentisti. “Il premier ha fallito perché ha un disperato bisogno del voto dei catalani in Parlamento per il bilancio e altre questioni”, afferma Toniatti, ma non è solo colpa sua, perché credo, a questo punto, che non sia possibile trovare un terreno di intermediazione con i secessionisti catalani. Per esempio, hanno rifiutato la stessa soluzione che, prima ancora del referendum dell’ottobre 2017, il PSOE avanzava, cioè quella di una riforma costituzionale dello Stato in senso federale, fra l’altro avallata dal Tribunale Costituzionale, il quale, nella sentenza sullo Statuto Catalogna, ha detto espressamente che non vi sono limiti materiali alla revisione costituzionale in Spagna, e che questa si sarebbe potuta trasformare in Stato federale. Quindi, nonostante queste aperture sia del PSOE sia del Tribunale, gli indipendentisti sono ormai entrati in una prospettiva che, a mio giudizio, è di cecità assoluta. Anche perché ogni gruppo secessionista che concede qualcosa a Madrid viene sempre accusato da quelli che sono più secessionisti ancora”.

Lo scontro tra PSOE e secessionisti, dunque, ha aperto una crisi all’interno della coalizione governativa e da ieri sono cominciate a circolare notizie su possibili elezioni generali anticipate ed è scaturito un dibattito sulla data migliore in cui indirle. Una mossa, questa, dicono i politologi, per costringere gli indipendentisti a votare favorevolmente la legge di bilancio e impedire che la destra, al momento in vantaggio nei sondaggi con l’unione di PP, VOX e Ciudadanos, possa andare al potere: il che vorrebbe significare chiusura completa del dialogo sulla questione catalana. Gli indipendentisti, però non si sono fatti intimorire e hanno respinto le pressioni del premier. Secondo me c’è un rischio concreto di elezioni anticipate se gli indipendentisti non dovessero votare la Finanziaria e già oggi i sondaggi danno la destra in maggioranza”, chiosa Toniatti.

Sembra, quindi, non esserci più spazio per una trattativa ad oltranza che porti ad individuare altri punti per un dialogo costruttivo e che porti ad una soluzione. Se da parte di Sánchez c’è la disponibilità ad una revisione costituzionale, da parte dei secessionisti una riforma federale non è più accettabile. Sono veramente dei folli”, dice Toniatti, “loro non possono trattare col PSOE come hanno non trattato col PP a causa proprio del PP. Mentre prima lamentavano una scarsa propensione al dialogo del PP, adesso lamentano la stessa indisponibilità di Sánchez, il quale adesso è inondato di accuse di tradimento dal quel piccolo arruffa popolo di Albert Rivera. I Ciudadonos si stanno dimostrando i più fondamentalisti e sono profondamente deluso che un partito che fa alleanze con VOX sia ammesso all’interno di ALDE. Il partito liberale democratico europeo non può tollerare che si facciano accordi politici con VOX che è palesemente falangista”.

La situazione, dunque, è davvero complessa e Sánchez ora si trova accerchiato pure dalla destra che domenica è scesa in piazza a protestare contro l’indipendenza catalana e i tentativi di mediazioni del leader di PSOESe davvero si dovesse andare al voto anticipato, quale scenario si prevede e come si schiereranno gli indipendentisti?

Se gli indipendentisti continuano ad essere fanatici non c’è nessun barlume di speranza. Neanche la sindaca di Barcellona sembra dare indicazioni di questo genere”, spiega Toniatti, che conclude, francamente, mi sembra di capire che non ci sia spazio per nessun fronte comune anti-destra fintanto che il PSOE non cede alle istanze secessioniste. Ma, cedere alle istanze secessioniste sarebbe la fine del PSOE nel resto del Paese, per cui non vedo nessuna soluzione positiva nel tempo breve. A me piacerebbe che si votasse questo stramaledetto bilancio, almeno per guadagnare del tempo, ma questi secessionisti, a mio parere, non hanno né strategia né tattica. Il PSOE non può fare un suicidio completo, ha già fatto abbastanza. La soluzione sarebbe dire ‘come voterebbe la maggioranza dei catalani in un referendum legale organizzato come quello scozzese?’ Questo dovrebbe essere un atteggiamento condiviso fra PP, Ciudadanos e PSOE, contando sul fatto che la maggioranza dei catalani direbbe di no. Certo c’è un rischio, ma se l’altro pericolo è tornare ad un Governo non solo di destra, ma anche con quel fanatico di Rivera e quelli di VOX e allora, fra i due mali, preferirei correre il rischio di perdere la Catalogna piuttosto che dare la Spagna alla destra”.

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