lunedì, Dicembre 16

SpaceX: non è andata bene, ma sarebbe meglio una maggiore riservatezza

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SpaceX ha dovuto bloccare per la seconda volta il lancio del suo Falcon 9 ad appena nove secondi dal tempo zero. E così il suo prestigioso cliente Intelsat dovrà attendere per mettere in orbita geostazionaria il  satellite 35-E, una macchina progettata da Boeing sia per la piattaforma che per il suo carico utile, prevista per applicazioni in varie aree dell’America Latina, nei Caraibi e in Africa occidentale.

Si tratta di un inconveniente per niente trascurabile, la defaillance. La belva di sei tonnellate montata sulla piattaforma 702MP, studiata per trasmettere in banda Ka, Ku e in banda C è pronta per il prezioso servizio di telecomunicazioni satellitari che fanno dagli Stati Uniti il paese leader per la trasmissione di notizie: un’analogia nemmeno troppo lontana dalla dominazione romana che usava le sue strade per governare il mondo. La meta da raggiungere è impegnativa: circa 36.000 km per posizionarsi in un’orbita solidale con la Terra, ovvero muovendosi alla medesima velocità angolare così da apparire fermo e illuminare sempre lo stesso bersaglio: un’intuizione straordinaria pensata dallo scrittore di fantascienza Arthur Clark e poi messa in pratica dagli scienziati del primo Intelsat I, sviluppato da Comsat nel 1965.

Ma stavolta Elon Musk, dopo i successi per aver portato in orbita il grosso BulgariaSat-1 e uno sciame di dieci Iridium NEXT, ha deluso le aspettative. Secondo fonti informate il computer di bordo ha interrotto il countdown a causa della violazione di uno dei criteri costantemente monitorati dal software di gestione del razzo. Un’anomalia evidentemente incompatibile con il buon funzionamento dell’intero sistema, come si apprende in uno stringatissimo comunicato diffuso dal team dell’imprenditore di Pretoria.

Lo smacco però è un altro. Il fallimento è avvenuto durante le celebrazioni del giorno dell’indipendenza, proprio quando un Hwasong-14 del regime di Kim Jong-un veniva intercettato prima di inabissarsi in un tratto di mare tra la Corea del Nord e il Giappone. Si tratta di una situazione molto seria perché il missile balistico intercontinentale (ICBM) è in grado di coprire lunghe distanze grazie alla sua capacità di spingersi ad alta quota e di compiere un arco che interseca l’atmosfera, effettuando un volo suborbitale. E infatti il vettore della Corea del Nord ha compiuto una parabola raggiungendo un’altitudine massima di circa 2.500 km, ma questa prestazione potrebbe consentire una gittata sufficiente a toccare il territorio continentale degli Stati Uniti dell’Alaska. La sfida è della formica contro un gigante ma che ancora una volta potrebbe mettere a rischio la pace mondiale in una regione che già in passato si rese protagonista del grande terrore, anche se gli scenari sono molto diversi da quelli che si svilupparono nella penisola coreana dal 1950 al 1953 e che determinarono una delle fasi più acute della guerra fredda, ovvero che videro il rischio di un conflitto globale e il possibile utilizzo di bombe nucleari. Ora i rapporti tra Washington e Mosca sono molto più distesi e addirittura i due leader sono stati adombrati da un’alea di complicità. Sono passati i tempi in cui Stati Uniti e Unione Sovietica si guerreggiavano a suon di primati spaziali, al punto che l’ormai lontano 15 luglio 1975 fu effettuata una missione congiunta nello spazio tra le due grandi potenze e quindi non è più come prima.

Per altro ora anche il governo cinese ha criticato il test coreano, ricordando la violazione delle regole delle Nazioni Unite e il presidente Xi Jinping in visita a Mosca, ha proposto con il presidente russo Vladimir Putin che il regime nordcoreano sospenda le sue attività di sviluppo missilistico ma anche che Stati Uniti e Corea del Sud smettano di effettuare le loro manovre militari in corso. Donald Trump infatti ha risposto al test missilistico improvvisando esercitazioni lungo la costa orientale della Penisola coreana e lanciando alcuni missili a medio raggio, azione che certo non contribuisce a distendere gli animi dei principali attori di questa tragica farsa che si sta consumando nella regione asiatica. Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha anche lui criticato il test della Corea del Nord definendolo «una pericolosa escalation». Ma si sa che il Palazzo di Vetro è continuamente depotenziato dal regime americano e le espressoni del suo segretario restano solo belle parole.

Queste puntualizzazioni non ci hanno fatto allontanare troppo dalle attività di Musk con cui abbiamo aperto il nostro consueto appuntamento del lunedì. E ne spieghiamo il perché. Gran parte dello sviluppo tecnologico richiesto per i viaggi spaziali è stato evoluto attorno alla tecnologia degli esperimenti militari e la corsa agli armamenti ha rappresentato in passato come ora la matrice dei progressi spaziali che da sempre sono interpretati come un indicatore delle capacità economiche e tecnologiche, ovvero la dimostrazione della superiorità della forza appartenente ad una data nazione. Per cui gli insuccessi di SpaceX in questo momento sono un segnale assai pericoloso della strategia americana. Che il regime della Corea del Nord ne sia consapevole o meno importa poco.

In queste righe non intendiamo criticare quanto avvenuto nei giorni scorsi dalla base Kennedy della Florida: Henry Ford amava ripetere che ogni fallimento è un’opportunità per diventare più intelligenti. E onestamente riteniamo che gli sforzi di Elon Musk siano ammirevoli, cosìcome la sua strada è guarnita di successi. Tuttavia una grande potenza non può permettersi di mostrare i lati deboli, specie quando le più alte immagini della supremazia vengono messe in forse da piccole entità poste alla periferia del mondo.

Quindi, riteniamo che occorra un maggior rigore nell’esternazione delle attività, specie se queste investono delle espressioni sensibili alla sicurezza dei popoli. Un po’ meno di presunzione e una migliore salvaguardia delle attività di punta potrebbe servire a alleggerire le tensioni, piuttosto che a esacerbarne le proprie punte.

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