martedì, Settembre 29

SpaceX completa il test del volo umano Gli Stati Uniti sono pronti per riprendersi il prezioso segmento del lancio umano, che per un lungo tempo che dura ancora, resta appannaggio della Russia

0

In questi giorni sono stati completati dei test di un sistema di grande interesse per la sopravvivenza per gli astronauti che voleranno a bordo del Crew Dragon, il veicolo che sta mettendo a punto il gruppo di Elon Musk, patron di SpaceX. Non si può pensare infatti di promuovere le spedizioni umane senza aver garantito quanto più possibile la sicurezza e l’incolumità dei passeggeri che secondo le immaginazioni di molti visionari, andranno a fondare nuove dinastie su altri pianeti.

La prova effettuata prevedeva il lancio del modulo abitato a bordo di un Falcon 9, un lanciatore della famiglia dalla Space Exploration Technologies, effettuando la procedura di interruzione di missione dopo 90 secondi dal lancio. Come da progetto, la capsula Dragon su cui erano stati stivati dei manichini dalle sembianze umane ha attivato automaticamente il gruppo di otto motori a propellente ipergolico, per allontanarsi dal veicolo su cui si è simulata l’avaria, portandosi a mezzo miglio in soli 7,5 secondi. A quel punto, raggiunta la distanza di sicurezza, si sono aperti i paracadute e il carico strumentato si è adagiato sulle onde dell’Atlantico a buona distanza dal relitto a cui è stato dato ordine di autodistruzione. È comprensibile che in uno scenario di emergenza reale, una squadra di soccorso va rischierata il più rapidamente possibile al punto di ipotetica discesa per i recupero della navicella di salvataggio.

Non è la prima volta che SpaceX ha dimostrato che il suo sistema Crew Dragon è alle soglie del quasi pronto per il volo umano. Nel 2015 il sistema ideato dall’imprenditore del Sud Africa ha eseguito con successo un test di interruzione del pad, che ha dimostrato di poter annullare il lancio come previsto prima del vero decollo. Un’operazione difficilissima, dato che si deve bloccare l’enorme energia sviluppata dalla propulsione di un razzo. Grande soddisfazione, come si può immaginare: durante una conferenza stampa che ha seguito l’esperimento, Musk ha dichiarato che il test è andato esattamente come si aspettava. E se è vero che anche questa è stata una missione che ha rafforzato l’immagine della tecnologia americana e sicuramente dell’impresa privata, ora stiamo comprendendo che gli Stati Uniti sono pronti per riprendersi il prezioso segmento del lancio umano, che per un lungo tempo che dura ancora, resta appannaggio della Russia, che fa la spola tra la base del Kazakhstandi Baikonur e la Stazione Spaziale Internazionale con i suoi Sojuz, il cui progetto risale alla lontana direzione dell’ingegnere sovietico Sergej Pavlovič Korolëv. A dire il vero, anche la Cina ha la sua posizione nel lancio di equipaggi e quest’anno si prevede il suo ritorno in attività di volo dei suoi taikonauti, unavolta completati i lavori per l’assemblaggio della stazione spaziale Tiangong-3. Ma per adesso il grande Paese orientale non sarebbe parte del gioco delle collaborazioni internazionali, in quanto gli Stati Uniti hanno palesato più volte il loro timore nei confronti dell’avanzamento della Cina nel contesto politico internazionale, tanto da bandire completamente la cooperazione internazionale a livello scientifico e tecnologico e bloccare ogni iniziativa bilaterale di NASA e Office of Science and Technology Policy con una qualunque controparte cinese.

Resta fuori anche l’Europa, che se fino ad ora ha scelto di preferire la politica dell’esplorazione attraverso le sonde automatiche, ha guardato con solenne scetticismo i sistemi di lancio mirati al recupero delle parti del mezzo per un successivo riutilizzo. Sarebbe banale negare che l’approccio è complesso e per adesso nessun veicolo orbitale è totalmente riutilizzabile.

Sicuramente i guru dei lanciatori in Europa non stanno con le mani in mano: ma la nuova porzione di business merita la massima attenzione per evitare lo stritolamento tra due blocchi e impedire un isolamento che farebbe assai male a molti ambienti industriali e politici del Vecchio Continente.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore