lunedì, Novembre 11

Spagna: Sánchez perde pezzi in casa e in Europa Madrid fatica a formare un nuovo Governo: eventuali elezioni ad ottobre mettono fine al sogno europeo del premier Pedro Sánchez?

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Pedro Sánchez ha vissuto mesi concitati: l’estate avanza e lui deve ancora avere il tempo per asciugarsi il sudore dopo le mille corse tra Bruxelles e Madrid. Sono passati mesi da quel 28 aprile 2019, ovvero quando il PSOE di Sánchez si affermava come una delle poche formazioni socialiste ancora in grado di ottenere buoni risultati in uno Stato europeo. Poi, è arrivata la benedizione popolare nelle elezioni europee di maggio: dal 28,68% delle amministrative è passato al 32,84% delle europee.

Ma a pochi giorni da agosto il quadro generale non è più così trasparente e sereno come la tela bianca iniziale. Dopo le due votazioni, Pedro Sánchez ha dovuto immedesimarsi in un Giano bifronte esperto nella diplomazia multilaterale. Nei vertici di Bruxelles tra Capi di Stato e di Governo, Pedro Sánchez ha dialogato con il Presidente francese, Emmanuel Macron, e con la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, per trovare un accordo sulle alte cariche dell’Unione. Al francese e alla tedesca, tutto sommato, è andata piuttosto bene, mentre allo spagnolo è stato rimproverato tanto.

L’altra faccia del ‘Giano’ spagnolo, invece, ha mantenuto intenso il suo sguardo sopra Madrid, e sopra le Cortes spagnole. Dopo la mozione di sfiducia al popolare Mariano Rajoy (del 2 giugno 2018), il Governo di Sánchez non ha deluso le aspettative. Ma, dopo il voto di questo aprile, con 123 seggi su 350 totali, i socialisti stanno avendo non poche difficoltà nello stringere un’alleanza che li possano riconfermare nella nuova legislatura

In quattro anni la Spagna è andata al voto per un nuovo Parlamento ben tre volte – e se Sánchez dovesse fallire a formare il nuovo Governo, diventerebbero quattro volte. Questo ci suggerisce una verità scottante: il panorama politico spagnolo è frammentato e sta voltando le spalle alla tradizionale ‘politica del compromesso’.

Il fallimento al Congreso de los Diputados

Questo 25 luglio, il Partito Socialista spagnolo ha provato una seconda volta (dopo il 23 luglio) a formare un Governo con l’appoggio della sinistra di Podemos (vicina ideologicamente al partito di Sánchez). Eppure, l’accordo che si diceva potesse essere in un qualche modo solido, al momento della verità, si è sgretolato a suon di accuse. 

Il leader di Podemos, Pablo Iglesias, ha riservato parole dure verso i socialisti al momento del secondo turno. Nel primo turno era richiesta una maggioranza assoluta, mentre nel secondo sarebbe bastata una maggioranza relativa – ciò significa che sarebbe bastato avere più voti a favore che contrari. In questo caso contano molto gli appoggi esterni e le astensioni. Al momento del voto Podemos già sapeva che sarebbe rimasto fuori dall’organico del Governo: secondo l’accordo, il partito di Iglesias avrebbe dovuto o votare a favore oppure astenersi.

Il risultato finale, però, racconta un risultato deludente per Sánchez: 124 voti favorevoli e 155 contrari (67 astenuti). Ed ora, se non si dovesse arrivare ad un accordo prima del 23 settembre, la Spagna potrebbe ritornare al voto: il Re Felipe VI avrà – nell’eventualità questo accada – il compito di scogliere le Camere e chiamare il popolo spagnolo alle urne.

Lo stallo politico dura ormai da più di 80 giorni in Spagna. Sánchez ha accusato Podemos di questa sospensione deteriorante, anche se la causa principale è molto più complessa ed ampia. Infatti, è utile ricordare che la Spagna post-franchista è passata per diverse fasi: la transizione pattizia, il bipartitismo tra socialisti e popolari, e, adesso, il multipartitismo (con in mezzo anche una formazione antieuropeista e di estrema destra). L’ultima fase è appena incominciata: solitamente il Primo Ministro era sempre o un popolare (come Mariano Rajoy fino a circa un anno fa) o un socialista. Il Governo poteva anche essere di minoranza, l’importante era garantire la stabilità e la continuità amministrativa – ma ora non si riesce più.

Sánchez sembra aver perso l’appoggio degli indipendentisti (come quelli catalani) e fatica a far quadrare intorno a sé le Cortes. E questa situazione lo preoccupa molto perché non avvantaggia né la Spagna né tanto meno la forza di Madrid in Unione Europea.

La semi-fallita trattativa in UE per le alte cariche europee

A Bruxelles, il premier socialista aveva sulle spalle il peso politico di trattare in nome di tutti i socialisti europei. La grande famiglia europea della S&D (Socialisti e Democratici) si era fidata – non ciecamente – nelle abilità diplomatica di Sánchez. Dai vertici di Bruxelles, però, Macron e Merkel sono usciti ‘vincitori’: le loro candidature erano di gran lunga più pesanti nel panorama comunitario. Christine Lagarde come Presidente della Banca Centrale Europea, Ursula von der Leyen come Presidente della Commissione Europea, e anche Charles Michel come Presidente del Consiglio Europeo – e tutti e tre viaggiano sulla stessa onda dei leaders di Parigi e Berlino.

A questo punto Sánchez ha provato ‘a salvar los muebles’ (ovvero a salvare il salvabile), come ci ha confidato il Director Adjunto di ‘El Confidencial’, Carlos Sánchez. E per salvare il salvabile si intende piazzare il suo Ministro degli Esteri, Josep Borrell, come candidato a diventare Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

E si potrebbe anche essere un po’ più ottimisti dicendo che alla fine il risultato lo ha portato a casa, ma la realtà è diversa: Sánchez ha messo in un posto strategico (ma non di concreto rilievo) un catalano schierato contro l’indipendentismo catalano, allo stesso modo ha messo alle Presidenze delle due Cortes due anti-indipendentisti. Sánchez ha ‘salvato i mobili’ e ha portato un risultato a casa, ma non è riuscito nel suo intento – ovvero quello di spezzare l’asse tradizionale tra Parigi e Berlino che sembra consolidarsi sempre più.

La candidatura di Josep Borrell segna una vittoria personale per Sánchez, una delusione per i socialisti europei che si aspettavano di più, un capitombolo rovinoso per la forza di Madrid e dei socialisti spagnoli in Unione Europea, oltre che un motivo in più per gli indipendentisti spagnoli di non darla vinta alla formazione del nuovo Governo spagnolo.

Se quindi i socialisti spagnoli si ritrovano con due buchi nell’acqua (rispetto ai grandi piani iniziali), che cosa rimane a Sánchez per ‘salvar los muebles’ un’altra volta? 

Secondo un recente approfondimento di ISPI, il premier socialista si trova di fronte un rompicapo che si basa su «la distanza politica, sempre più profonda, con Ciudadanos (terzo partito spagnolo, di centro)», e soprattutto con il problema di capire quale possa essere il «tipo di coalizione da tessere con una forza politica come Podemos (vicina culturalmente ai socialisti) che governa già insieme ai socialisti a Barcellona e in altre comunità autonome (pur essendo lontani sulla questione dell’indipendentismo)».

Sempre secondo Leonida Tedoldi di ISPI, un altro tassello fondamentale del mosaico spagnolo è «il rapporto da tenere con Esquerra Republicana e con i partiti nazionalisti di sinistra coinvolti dal processo in corso contro l’ex-governo catalano indipendentista».

Ma se il problema catalano sta trattenendo un po’ tutti, Tedoldi conclude che ci sono due vie ancora percorribili: o il ritorno alle urne, oppure un Governo con «almeno una vicepresidenza del Governo per Podemos, anche grazie alla posizione di ECR (Sinistra Repubblicana di Catalogna) che probabilmente si asterrà per consentire a quel punto a Sánchez di ricevere la fiducia e formare il Governo».

Intanto questo stallo politico e istituzionale, secondo i dati riportati dal Ministerio del Interior spagnolo, sta giovando alla formazione socialista: i sondaggi lo proiettano al 33,7% (+0,9% rispetto al mese scorso). Anche Ciudadanos cresce (dal 14% al 15,7%) e pure VOX (dal 7,5% al 8,1%). Le altre due formazioni principali rimangono stagnanti: i popolari sono fermi al 18,2% mentre Podemos è stabile al 13%.

Come si nota dalle percentuali, il bipolarismo popolari-socialisti è solo un lontano ricordo, oramai. Le aspirazioni europeiste di Madrid, poi, stentano a mantenersi alte nel loro volo: questo stallo avrà pure aumentato i consensi proiettati di Sánchez, ma non è certo una solida base dalla quale parlare verso Bruxelles e gli altri Stati membri europei.

E, nel frattempo, all’interno dello stesso PSOE alcuni dirigenti e figure di rilievo fanno pressioni su  Sánchez perché vada ad elezioni subito: si legge su ‘El Confidencial’ che «alcuni dirigenti ritengono che ormai non ci sia più niente da fare con Podemos e che sia meglio prepararsi ad una nuova campagna elettorale».

Quindi, per tirare le fila del discorso, possiamo fissare nella mente che la politica interna spagnola è frammentata in un multipartitismo che non si sa ancora come affrontare, e che la politica europea di Madrid stenta ad essere incisiva come si era prefissata di essere. Pedro Sánchez in tutto questo è un toro sempre più smarrito dentro ad una corrida con confini labili e dilemmi sovrapposti. Sánchez, fino ad ora, non è riuscito ad infilzare né il drappo rosso né il torero, intanto molti dirigenti e figure politiche sono pronte a pugnalarlo sui fianchi. E a questo punto, le elezioni di ottobre potrebbero essere il colpo di grazia?

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